Michael Ondaatje Le opere complete di Billy the Kid Theoria, 1995 pp. 136, Lire I 0.000 Buddy Bolden's Blues Garzanti, l 995 pp. 184 Lire 22.000. Sono usciti in Italia quasi contemporaneamente due lavori appartenenti alla prima produzione dello scrittore canadese Michael Ondaatje,dedicati a personaggi leggendari reperi bi I i nelle uniche manifestazioni culturali autoctone scaturite sul suolo nordamericano, l'epopea del West e la musica jazz, i due lavori testimoniano la sete di mito del giovane autore originario di Sri Lanka, che insicuro della propria memoria storica, alla ricerca di radici su cui impiantare la propria identità culturale, negli anni Settanta guarda ancora agli Stati Uniti come modello preferenziale. E tuttavia, già travolge i contenuti enfatici e agiografici dei miti nordamericani, proponendo ricostruzioni immaginarie o riletture tutt'altro che prevedibili delle vite di figure-chiave di quelle leggende, come il bandito Billy the Kid o il cornettista di New Orleans Buddy Bolden. Nel primo caso, le attese del lettore vengono spiazzate attraverso un uso del tutto parti co I are dei generi Ietterari. Definito dallo stesso autore come una raccolta di "poesie mancine" (dove l'aggettivo "mancine" rimanda non solo al Left-Handed Gun Billy, ma anche alla stessa peculiare fattura del lavoro), Billy the Kid si compone di 68 sezioni di cui soltanto una minima parte è costituita da vere e proprie poesie. Le altre, in prosa, sono piccoli racconti, aneddoti, articoli di giornali inventati e brani da memoriali autentici: il tutto giustapposto in ordine apparentemente casuale, a formare un testo frammentario di chiaro stampo postmoderno. Nel secondo libro - che è il primo e certo il più originale tra i romanzi di Ondaatje -, un'analoga frammentazione stravolge invece le convenzioni della narrativa tradizionale. Racconto di impianto jazzistico, anche e soprattutto nel tessuto sintattico e lessicale, Buddy Bolden 's Blues propone la figura di un artista "al limite", nella cui musica irregistrabile, perché legata agli umori dell'attimo, lo scrittore individua uno specchio del proprio testo frammentato e devastante. Indagine sul rapporto tra arte, vita e follia e poliziesco atipico sulle tracce di un musicista misterioso, il romanzo tenta di riprodurre con le parole le note irripetibili di Bolden e, senza mai allontanarsi dal sottile confine tra autodistruzione e creatività su cui si snodò la sua vita, propone una rilettura del personaggio e del suo tempo oltre il mito e la storia. Silvia Albertazzi Francisco Ayala Gli usurpatori a cura di Irina Bajini Biblioteca del Vascello, 1994 pp.189, Lire 26.000 Sono otto celebri narrazioni scritte da Francisco Ayala (Granada, 1906), sociologo e studioso di letteratura e di cinema considerato un classico vivente della prosa novecentesca ispanica (di lui uscirono nel 1965 da Longanesi i romanzi ormai introvabili Il fondo del bicchiere e Morire da cani). Scritte in esilio poco dopo la fine della guerra civile spagnola, scandagliano le pozze profonde in cui ribolle l'odio fratricida attraverso alcuni momenti chiave della storia iberica, dall'XI al XVII sec. Il potere vi compare sempre come una sanguinosa usurpazione, un'impostura che calpesta la pietà e l'amore, l'altrui diritto o il proprio stesso desiderio profondo, lasciando nauseati e impotenti. Il suo vortice trascina ad esempio un ex rabbino, divenuto inquisitore dopo la conversione, fino all'eccesso fanatico di far torturare vecchi amici e arrestare la figlia. E al centro di quel vortice c'è il vuoto, come scopre l'indio Gonzalez Lono, che attraversa l'oceano e per anni fa la posta alla sala del trono, rimbalzando da un'anticamera all'altra, fino a un fugace incontro, grazie alla nana di corte, col subnormale Carlo II, larva d'una feroce dinastia, che gioca bavoso e incontinente con la sua scimmietta. Lo stile di Ayala è duro quanto elegante, tra espedienti cervantini e lucida rievocazione borgesiana, e tocca dolorose note leopardiane nel finale "Dialogo dei morti", straziati dal non poter comunicare ai vivi l'orrore della menzogna, l'inutile e gelida cenere dei loro insensati fuochi. Danilo Manera Mario Spinella Memoria della Resistenza Einaudi Introduzione di Emilio Tadini Einaudi, 1994 Lirel4.000. Ritorna a 20 anni dalla prima pubblicazione (Mondadori, 1974), la cronaca resistenziale di Mario Spinella, scomparso lo scorso anno. Sono pagine che l'autore scrisse nel 1961, a quindici anni dagli avvenimenti narrati, e tenne nel cassetto per oltre IO anni. Spinella nella giustificazione avverte che il libro "vuol essere semplicemente una testimonianza" non proponendosi fini letterari né di documentazione storica. In realtà la Memoria, intrecciando abilmente cronaca e riflessione, va al di là del percorso personale che dal giugno '43 al settembre '44, dai giorni di sbandamento che seguono il 25 luglio, alla lotta partigiana condotta prima nella clandestinità di Firenze, poi nella lotta armata sull'Appennino toscano, vede impegnato l'autore. È quindi una testimonianza storica e letteraria di valore (lo stile non è per niente neorealistico, ma richiama le riviste letterarie anni Trenta). La biografia di Spinella riaffora quà e là nella storia: nato nel '18, trascorre la gioventù in Sicilia, allievo di Luigi Russo alla Normale, diviene precocemente antifascista grazie alla lezione di Calogero e Capitini, poi è ad Heidelberg nella Germania nazista; la guerra lo porta in Russia, e reduce dalla ritirata lo troviamo a Brescia nelle prime pagine del libro. Spinella nel periodo narrato incontra personaggi come Saba (il più caro che lo ricorda nelle sue Scorciatoie), Montale, Bilenchi, Togliatti, Pasquali, Bianchi Bandinelli e per ognuno ci offre ricordi intensi. Conosce altresì, ed è l'esperienza più nuova, funzionari statali, repubblichini, avventurieri, servette, studenti e soprattutto gli operai che compongono la sua brigata partigiana. L'avvicinamento di un intellettuale verso il popolo, inevitabilmente mitizzato, è uno dei tratti più tipici del libro che si ricorda anche per la pietas che Spinella dimostra senza distinzioni, in opposizione al vittoriniano Uomini e no. Unica eccezione è Gentile di cui giustifica l'assassinio, perché tanto più grave è, secondo lui, il tradimento degli uomini di cultura. Per Spinella la Resistenza è una scelta morale e un'occasione di riscatto per la classe borghese e intellettuale compromessasi con il fascismo. Amare le ultime pagine, quando a Liberazione avvenuta, tutto tende a tornare all'antico ordine. Alberto Saibene ♦
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==