nostra storia presentava per la loro commemorazione? Questa, per sua stessa natura, non apparteneva ad altri che a loro e per questa ragione gli abitanti l'avevano tenuta per decenni per sé, rifiutando, per un riguardo che non condividiamo, di fare domande sui dettagli del massacro di un villaggio contiguo perché non era il loro passato, bensì quello dei loro vicini. La nostra storia era paragonabile alla loro? In breve, nessun'altra occasione avrebbe potuto drammatizzare meglio il confronto fra l'universalità e l'identità nella storia e il confronto degli storici con il passato e il presente. Tuttavia, proprio questo confronto dimostrava che per gli storici l'universalità prevaleva necessariamente sull'identità. Casualmente almeno uno storico presente era la rappresentazione vivente di entrambe. L'organizzatore stesso del convegno, da bambino, si trovava sulla piazza di Civitella con la madre quando i tedeschi trascinarono via suo padre e Io massacrarono. Faceva ancora parte del paese, dove trascorreva le estati nella vecchia casa di famiglia. Nessuno avrebbe potuto negare che per lui, come per i suoi compaesani, l'eccidio conservava ricordi e significati che non potrebbe avere per nessuno di noi, o che egli leggeva la stessa documentazione d'archivio in maniera diversa da qualsiasi altro ricercatore che non aveva condiviso la sua esperienza. Eppure, come storico affrontò il resoconto commemorativo che il paese si era costruito esattamente nello stesso modo degli storici privi del suo coinvolgimento personale, proprio applicando le regole e i criteri della nostra disciplina. Per i suoi e i nostri principi - per i criteri universalmente accettati della nostra disciplina - il racconto del villaggio doveva essere verificato in rapporto alle fonti, e in base a quei criteri non era storia, sebbene la formazione della memoria di questo villaggio, la sua istituzionalizzazione e i cambiamenti negli ultimi cinquant'anni fossero parte della storia stessa. Era materia di ricerca storica con gli stessi metodi degli avvenimenti del giugno del 1944 con cui aveva cercato di venire a patti. Solo sotto questo aspetto la "cultura dell'identità (di Ci vitella)" era importante agli occhi degli storici per la storia del massacro. Da ogni altro punto di vista era irrilevante. Brevemente, circa le questioni con cui hanno a che fare la ricerca storica e la riflessione teorica, non c'era e non potrebbe esserci alcuna differenza di sostanza fra gli studiosi per i quali i problemi d'identità di Civitella erano insignificanti o privi d'interesse e uno storico per il quale erano invece esistenzialmente centrali. Tutti gli storici presenti speravano di essere d'accordo sulla formulazione delle domande sulle atrocità naziste, sebbene non ci si aspettasse necessariamente una concordanza di risposte. Tutti erano concordi sui procedimenti per rispondere alle domande, sulla natura della possibile prova che potesse permettere una risposta - per quanto le domande dipendessero dalle prove - e sulla confrontabilità di eventi sentiti dai partecipanti come unici e incomunicabili. Viceversa, coloro che erano riluttanti a sottoporre l'esperienza propria o della loro comunità a queste procedure o che rifiutavano di accettare i risultati di queste prove, erano al di fuori della disciplina della storia, sebbene molti storici ne rispettassero i motivi e i sentimenti. In realtà, fra gli storici presenti ci fu un imponente consenso sulle questioni di sostanza, accordo che contrastava fortemente con il caos di emozioni varie e conflittuali che turbavano i partecipanti. Il problema per gli storici di professione è che la loro materia ha importanti funzioni sociali e politiche. Queste dipendono dal loro lavoro - chi altro se non lo storico scopre e perpetua il passato? - ma al contempo sono in disaccordo con i loro criteri ~ 71 professionali. Questa dualità è il nucleo del nostro argomento. I fondatori della "Revue Historique" ne erano consapevoli quando affermarono, nell' avant-propos al loro primo numero che "lo studio del passato della Francia, che sarà la parte principale del nostro compito, riveste oggi un'importanza nazionale. E grazie ad esso che possiamo rendere al nostro paese l'unità e la forza morale di cui ha bisogno" 1 • Naturalmente nulla era più lontano dalle loro menti fiduciose e positiviste che servire la nazione se non con la ricerca della verità. Eppure i non-accademici che necessitano e usano la materia prodotta dagli storici, e che costituiscono il mercato più ampio e politicamente decisivo, non sono turbati dalla netta distinzione fra i "procedimenti strettamente scientifici" e gli "sviluppi oratori", centrale per i fondatori della "Revue". Il loro criterio di "storia giusta" è quello di "storia giusta per noi" - "il nostro paese", "la nostra causa" o semplicemente "la nostra soddisfazione emotiva." Che piaccia loro o no, gli storici di professione producono la materia prima per l'uso o l'abuso degli storici non professionisti. Che la storia sia inscindibilmente legata alla politica contemporanea - come la storiografia della Rivoluzione Francese continua a provare - probabilmente oggi non presenta alcuna difficoltà, poiché le discussioni degli storici, perlomeno in paesi in cui esiste la libertà intellettuale, sono condotte entro le regole della disciplina. Inoltre, molti dei dibattiti più connotati ideologicamente fra storici di professione riguardano questioni delle quali i non storici sanno poco e si curano anche meno. Tuttavia, tutti gli esseri umani, le collettività e le istituzioni hanno bisogno di un passato, ma solo occasionalmente il passato svelato dalla ricerca storica. L'esempio classico di una cultura dell'identità che si àncora al passato per mezzo di miti spacciati per storia, è il nazionalismo. A questo proposito Emest Renan osservava più di un secolo fa: "L'oblio, e direi anche l'errore storico, sono un fattore essenziale per la formazione di una nazione, ed è per questo che il progresso degli studi storici è spesso un pericolo per la nazionalità". Questo perché le nazioni sono storicamente entità nuove che fingono di esistere da moltissimo tempo. Inevitabilmente la versione nazionalistica della loro storia consiste in anacronismi, omissioni, decontestualizzazioni e, in casi estremi, menzogne. In misura minore questo vale per tutte le forme di storia dell' identità, antica o recente. Nel passato preaccademico poco poteva essere d'ostacolo alla pura invenzione storica, come la falsificazione di manoscritti storici (come in Boemia), la scrittura di un antico e adeguatamente illustre poema epico nazionale scozzese (come Ossian di James Macpherson) o la produzione di un'opera teatrale interamente inventata con l'intento di rappresentare gli antichi rituali dei bardi, come in Galles. (Questo costituisce ancora l'apice del festival culturale, o National Eisteddfod, che si svolge ogni anno in quel paese). Dove tali invenzioni devono essere sottoposte all'esame di una vasta e affermata comunità di studiosi, questo non è più possibile. Gran parte dell'antico sapere storico consisteva nella confutazione di tali invenzioni e la decostruzione dei miti creati su di esse. li grande medievalista inglese J. Horace Round consolidò la propria reputazione con una serie di crude Ii dissezioni dei pedigree delle famiglie nobili britanniche di cui mostrò come false le pretese di discendere dagli invasori normanni. Le prove non sono necessariamente soltanto storiche. La Sindone di Torino, per citare un esempio recente di una reliquia sacra del genere che fece la fortuna dei luoghi di pellegrinaggio medievali, non superò l'esame al carbonio B al quale dovette essere sottoposta al fine di datarla.
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