Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

E. J. Hobsbawm LO STORICO FRA UNIVERSALITA E IDENTITA traduzione di Tea Galeasso È meglio cominciare questa analisi della condizione dello storico con un'esperienza concreta. Verso l'inizio dell'estate del 1944, quando l'esercito tedesco si ritirava verso l'Italia settentrionale per costituire un fronte più difendibile contro l'avanzata delle forze alleate lungo la cosiddetta "Linea Gotica" sugli Appennini, le sue unità commisero vari massacri, solitamente giustificati come rappresaglie contro l'attività dei 'banditi' locali (ossia partigiani). Cinquant'anni dopo alcune di queste stragi nei villaggi in provincia di Arezzo, fino ad allora lasciate al ricordo dei sopravvissuti e degli storici locali della Resisten a, fornirono l'occasione per un convegno internazionale in memoria degli eccidi tedeschi nella seconda guerra mondiale. Il convegno riunì non soltanto storici ed esperti di scienze sociali provenienti da vari paesi dell'Europa orientale e occidentale e dagli Stati Uniti, ma sopravvissuti del luogo, anziani esponenti della Resistenza e altre parti interessate. Nessun altro argomento sarebbe potuto essere meno puramente "accademico", persino cinquant'anni dopo che 175 uomini, separati da donne e bambini a Ci vitella della Chiana, furono uccisi e gettati nelle case in fiamme del loro paese. Quindi, non sorprende che il convegno si sia svolto in una straordinaria atmosfera di tensione e di disagio. Tutti si rendevano conto che erano in gioco questioni di grande urgenza politica e persino esistenziale. Tutti gli storici presenti non potevano evitare di "interrogarsi sulla missione e le responsabilità ... di fronte alle esigenze del presente". Dopotutto, solo poche settimane prima l'Italia aveva eletto il primo governo dal 1943 con dentro i fascisti, impegnato sia contro il comunismo sia ad asserire che la Resistenza del 1943-45 non era stato un movimento di liberazione nazionale e che, in ogni caso, apparteneva ad un passato remoto irrilevante rispetto al presente ed era bene dimenticarlo. Tutti erano a disagio. I sopravvissuti della Resistenza e del massacro erano inquieti per la venuta alla luce di cose di cui, come sapevano i contadini loro compaesani, era meglio non parlare. Come altrimenti, se non con il tacito accordo di seppellire i conflitti del passato, la vita rurale avrebbe potuto fare ritorno ad una sorta di 'normalità' dopo il 1945? (Uno storico americano presentò una penetrante relazione sul meccanismo di silenzio selettivo nel villaggio dell'Istria da cui proveniva la moglie croata). I vecchi partigiani, e quindi l'opinione pubblica nella zona profondamente di sinistra della Toscana, erano a disagio nel superare un momento in cui la repubblica italiana respingeva ufficialmente la tradizione della Resistenza contro Hitler e Mussolini che essi (giustamente) ritenevano ne fosse il fondamento. 1giovani storici orali, presumibilmente in gran parte di sinistra, che avevano intervistato o reintervistato gli abitanti del villaggio in preparazione al convegno, scoprirono con costernazione che, perlomeno in un villaggio fortemente cattolico, gli abitanti incolpavano non tanto i tedeschi dell'eccidio, ma piuttosto i giovani del luogo che si erano uniti ai partigiani e, secondo loro, avevano irresponsabilmente gettato il paese in quel disastro. Altri storici avevano le proprie ragioni di disagio. Gli storici tedeschi presenti erano tangibilmente tormentati da ciò che i loro nonni o padri avevano commesso, o magari non erano riusciti a fare, nel 1944. Tutti gli storici non italiani, e alcuni italiani, di fatto non avevano mai sentito parlare dei massacri alla cui memoria era stato organizzato il convegno: un ricordo scomodo della pura arbitrarietà della sopravvivenza e della memoria storica. Perché alcuni erano diventati parte di una memoria storica più ampia, ma così tanti altri no? I partecipanti russi non nascosero di credere che una concentrazione di studi sulle atrocità naziste era un mezzo per distogliere l'attenzione dagli orrori dello stalinismo. Gli specialisti in storia della seconda guerra mondiale, indipendentemente dalla loro formazione culturale nazionale, non potevano evitare la domanda, cinquant'anni dopo l'evento, se il massacro degli innocenti quella primavera-equivalente, si disse, a più dell' l % della popolazione totale della provincia di Arezzo- non fosse un prezzo legittimo da pagare per i danni relativamente lievi subiti dalle truppe tedesche che, in ogni caso, stavano pianificando la ritirata dalla zona in capo a qualche giorno o, tutt'al più, poche settimane. Era impossibile riflettere sul tema vero e proprio del convegno, l'atrocità, in modo obiettivo. Giustamente, l'attenzione non era confinata alla microstoria locale, ma ampliata fino a prendere in considerazione le crudeltà più grandi del genocidio, al quale alcuni dei maggiori storici furono anche presenti, e il problema più ampio di come tali fatti sono, o possono essere, ricordati. Tuttavia, mentre eravamo nella piazza ricostruita di un paese un tempo raso al suolo, e ascoltavamo l'elaborato resoconto commemorativo che i sopravvissuti e i figli dei morti avevano preparato su quella terribile giornata del 1944, come potevamo non vedere che il nostro tipo di storia non era soltanto incompatibile con il loro, ma anche in qualche modo distruttivo? Qual era la natura della comunicazione fra lo storico, che faceva omaggio al sindaco del villaggio della trascrizione dell'inchiesta sul massacro, effettuata dall'esercito inglese pochi giorni dopo che era accaduto, e il sindaco che la riceveva? Per l'uno era una documentazione d'archivio di primaria importanza, e per l'altro un sostegno al discorso commemorativo del paese, che noi storici individuammo facilmente come in parte mitologico. Eppure quell'orazione commemorativa era un modo per venire a patti con un trauma tanto profondo per Ci vitella della Chiana quanto l'olocausto per la totalità del popolo ebraico. Destinata alla comunicazione universale di fatti verificati logicamente, quale interesse la

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