Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

avere. Non a caso, subito dopo il voto si è riaperta in Italia una discussione non, poniamo, sul debito pubblico o la disoccupazione, lo Stato sociale o la democrazia elettronica, ma sull'aborto. Iniziativa grossolana ma efficace, che di nuovo ripropone ai cattolici il problema della loro presenza organizzata e unitaria nella società. Quasi a segnalare l'eterno ricatto che la Chiesa cattolica, i suoi valori e la sua gerarchia, da sempre esercitano sulla vita politica italiana. Anche questo motivo di possbile ottimismo - il magma democristiano che si frantuma e libera voti, coscienze, persone - è dunque molto relativo, almeno finché non sarà accompagnato da segnali più importanti, di autonomia morale e culturale. Infine la terza e più significativa delle questioni che il voto di aprile - inteso come segnalatore di una situazione generale del nostro paese - ha messo urgentemente in campo: quella della cultura politica della sinistra italiana. Su cosa è oggi la sinistra ci siamo interrogati molto negli ultimi tempi, su "Linea d'ombra" e altrove. Parole per il momento conclusive mi pare abbia scritto Giancarlo Gaeta sul numero 3 de "La terra vista dalla luna", ricostruendo le ragioni per cui dopo 1'89, dopo "il fallimento della vecchia teoria sociale d'ispirazione marxista", una nuova sinistra non è nata; e siamo tutti ridotti a balbettare infinite varianti liberali a cui solo l'illiberalità della destra italiana conferisce un carattere di rottura. Ma a questo scenario generale l'esito del voto di aprile aggiunge un elemento decisivo. Perché se il destino prossimo della sinistra italiana fosse quello di rappresentare una minoranza politico-elettorale, i limiti della sua cultura finirebbero per apparire forse poco rilevanti; di fronte ad una destra arrogante, autoritaria, insufficiente, priva di cultura delle regole e della democrazia, la sinistra in quanto opposizione funziona. La lotta contro il governo Berlusconi, tra mobilitazione sociale e iniziative istituzionali, ha mostrato questa capacità. Tanto che viene da pensare che per quella che è la composizione culturale attuale della sinistra italiana, la dimensione della resistenza è forse la più adeguata: corrisponde infatti non solo a una lontana e mai del tutto abbandonata vocazione, ma anche a una difficoltà più recente e diretta, quella nata dal radioso '89. Ma se - come sembra dopo aprile e come in qualche modo, per fare politica, bisogna credere - la partita non è affatto chiusa, se la destra può essere sconfitta anche elettoralmente, allora le responsabilità della sinistra aumentano vertiginosamente. E le insufficienze della sua cultura (o meglio, delle sue diverse culture), appaiono disperanti. Da qualche anno - in realtà da ben prima dell'89 - la sinistra italiana si dibatte tra subalternità e arroccamento. La prima tendenza, vistosissima nella stagione del migliorismo comunista, si è autolegittimata dopo il fallimento del socialismo reale, ma trae forza da una congiuntura sociale e culturale in cui l'orizzonte liberale appare senza alternative. L'espressione più evidente di questa deriva è l'autentico imbarazzo con cui la sinistra indica i propri valori, anche quando essi non appaiono palesemente screditati - come lo statalismo - ma viceversa manifestano in questa fine di secolo tutta la loro urgenza. L'incapacità di ricostruire e attualizzare questi principi del proprio codice genetico pone la sinistra in una perenne condizione di inferiorità, da cui è illusorio uscire abbandonando come una zavorra la propria intera storia. Chiunque ha sofferto per la rarità e l'imbarazzo con cui valori sacri e parole elementari come eguaglianza e giustizia sociale compaiono ancora nel lessico della sinistra può capire a cosa mi riferisco. Ovviamente quelITALIA '9S S l'imbarazzo ha una sua ragione: parole e princ1p1 sono stati deturpati dal!' uso che ne è stato fatto a Est e a Ovest. Ma senza di essi la sinistra non ha senso né spazio, nemmeno elettorale: per quanto i banchieri della City dicano che il nostro programma economico è il migliore in campo, senza quei valori la sinistra non ha alcuna immagine seducente da offrire agli elettori. Su questo terreno però un minimo di ottimismo è possibile. Proprio la capacità della sinistra di costruire alleanze in cui essa non sia sola, di attivare rapporti e coalizioni con altre culture politiche, potrebbe restituire a quella parte della nostra società che si sente di sinistra una maggiore libertà e coraggio nell'esibire i propri valori. Che poi andrebbero del tutto riverificati e rilegittimati, anche alla luce delle esperienze di governo che la sinistra va facendo nelle città e nelle regioni italiane. Più complicato mi sembra il destino della seconda tendenza della sinistra, quella dell'arroccamento e della difesa della propria identità più o meno ideologicamente definita. Essa trova infatti un'espressione elettorale ormai stabilizzata e non irrilevante nel voto a Rifondazione ma soprattutto anima una rete di iniziative anche molto interessanti diffuse sul piano sociale (dai centri sociali ali' opposizione dentro e contro il sindacato, per capirci). Qui la disponibilità a rimettere in discussione la propria cultura è pressoché nulla ma a questo punto sembra inutile richiamare le lezioni deUa storia che anzi, avendo liberato l'idea comunista da ogni pericolo di concreta realizzazione, sembrano, agli occhi di questa parte della società che si percepisce come "antagonista", averle miracolosamente restituito una connotazione utopica. Ma anche a essere indulgenti su questi aspetti storico-ideali, il problema è che da essi deriva una sorta di intransigenza cieca che pare sorvolare con indifferenza le difficoltà e le scelte da fare. Assai eloquente è stata l'assoluta indisponibilità a praticare quell'elementare forma di civiltà elettorale che è il doppio voto, ossia a conciliare la propria identità con il riconoscimento di quello che è il nemico principale. Ma se ancora una volta si guarda alla cultura che c'è dietro questi comportamenti, il dato decisivo è quello di un granitico conservatorismo; la difesa dell'esistente e degli esistenti - come mostra la vicenda delle pensioni, davvero esemplare per capire le visioni del mondo e del futuro in campo - aspettando che la storia segni l'ora della rivincita. Nell'attesa, piuttosto che assumersi la responsabilità di rendere un po' meno diseguale e ingiusto questo paese, è ovviamente meglio un governo contro il quale scatenare le piazze: come ha detto Vittorio Foa, qui più che la passione per la lotta di classe, c'è la fascinazione per il suo affresco, per le piazze piene di bandiere rosse. Bisogna convenire che le alternative che l'universo della politica in questi tempi ci proprone non sono entusiasmanti; che il massimo che oggi da questa sfera ci si possa aspettare è che arresti la degenerazione istituzionale; che la partita decisiva si gioca altrove e su un periodo più lungo, quello delle culture che nascono e si scontrano nella società. Ma proprio da questo punto di vista quella sorta di paralisi intellettuale e sentimentale neocomunista rappresenta un dato catastrofico. li cristallizzarsi e il rafforzarsi di questa cultura è dunque un ostacolo serio sulla strada della invenzione di una nuova sinistra. È questo il terzo motivo di incertezza che le elezioni di aprile, nonostante il loro risultato incoraggiante, ci consegnano. E ci indicano che per quella strana gente che sono gli italiani, ma soprattuto per quella stranissima parte di essi che si sente di sinistra, la strada è ancora lunga e difficile.

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