consapevolezza dei vari comportamenti umani e della suddivisione della società in classi fra loro incomunicabili. Sembra ben augurale il fatto che egli sia nato nel 1900, come il favoloso Louìs Armstrong e come il jazz tout cow1, stando almeno a quanto affermavano le semplicistiche storie aneddotiche in circolazione ormai molti decenni or sono. Infatti nella casistica combinatoria degli ottantotto tasti del pianofo11eegli, carattere schivo e di poche parole, scopre il suo più congeniale mezzo di comunicazione, la sua forma d'espressione più esuberante. Del Virginia diventa il pianista in pianta stabile, inventando musica per ogni occasione e per ognuna delle tre classi che accolgono i passeggeri della nave. Novecento è senza dubbio il solita più straordinario della Atlantic Jazz Band, diretta da Fritz Hermann, di evidente origine tedesca, "che non capiva niente di musica ma aveva una bella faccia per cui ditigeva Laband". Assai significativi sono a tale proposito i nome degli altri membri del gruppo: alla tromba Tim Tooney, che fra l'altro è colui che ci racconta la storia di Novecento; al banjo Oscar Delaguerra, un latino del Sud America probabilmente; al trombone Jim fon "Breath" Gallup, un oriundo inglese; alla chitarra Samuel Hockins, l'ebreo di turno; al clarinetto Sam "Sleepy" Washington. Stona un po' il nome di quest'ultimo, che è l'unico a rivelare chiaramente un'origine neroamericana in un'orchestra di bianchi: cosa che negli anni '20 non era impossibile, ma certo non frequente e dovuta solo ad occasionali contingenze. Risulta comunque evidente la matrice proletaria e multietnica della band, come era appunto nella natura del jazz classico. Ma che musica suona Novecento, che del gruppo costituisce il perno incrollabile e caratterizzante? Indubbiamente la sua musica, come ci viene descritta da Baiicco tramite la voce narrante del trombettista, ha molti caratteri jazzistici. Innanzitutto il pianista, come molti jazzmen dell'epoca, è un completo autodidatta; da bambino, rintanatosi anziché sbarcare a Southainpton come avrebbe voluto iJ capitano, ha imparato a suonare con lunghe segrete esercitazioni o, più probabilmente, per naturale istinto, per divina folgorazione. Finché non lo scoprono una notte "seduto sul seggiolino del pianoforte, con le gambe che penzolavano giù, non toccavano nemmeno per terra ... Suonava non so che diavolo di musica, ma piccola e ... bella. Non c'era trucco, era proprio lui a suonare, le sue mani, su quei tasti, dio sa come. E bisognava sentire cosa gli veniva fuori". Questa musica di spontaneo candore e inedita originalità ha dunque tutti i caratteri dell'improvvisazione, nel senso che prende forma istantaneamente nel momento del suo concepimento. "Lui suonava ... Non esisteva quella roba, prima che la suonasse lui, okay? non c'era da nessuna pai1e. E quando lui si alzava dal piano, non c'era più... e non c'era più per sempre ...". La composizione e l'esecuzione quindi coincidono ed ogni interpretazione si configura come fatto irripetibile. Pure sotto questo profilo dunque la musica di Novecento è assimilabile al jazz, anche se il concetto di improvvisazione nel jazz assume un complesso di significati e sfumature che vanno ben oltre il senso di mera invenzione estemporanea. In terzo luogo, la musica di Novecento si adatta alle situazioni, è mutevole e ricettiva: quella "dovuta", di intrattenimento, eseguita con l'orchestrina e destinata alle occasioni ufficiali della prima classe, è assai diversa da quella che suona unicamente per se stesso in tutta solitudine, magari nel pieno di un violento uragano, quasi per sprigionare la propria creatività ad esaltazione della forza scatenata della natura. Al di sopra del mestiere, del dover suonare per guadagnarsi da vivere, esperienza che hanno conosciuto bene molti jazzmen, sta sempre e comunque l'urgenza espressiva. Inoltre il nostro pianista ed i suoi compagni non disdegnano di fare visita ai viaggiatori di terza classe, prendendo spunto dalle melodie delle loro tradizioni: " ... ogni tanto si andava da quei poveracci degli emigranti e si suonava per loro, ma senza la divisa, così come veniva, e ogni tanto suonavano anche loro, con noi". Quindi ci troviamo di fronte, ed anche questo è un preciso connotato del jazz di qualsiasi epoca, ad una benefica commistione fra più influenze etniche, alla sovrapposizione di diversi livelli culturali, alla coesistenza fra diverse esigenze espressive. Infine il multifonne ed umorale pianismo del nostro protagonista, la cui faina si è ormai diffusa anche sulla terra ferma, sa essere anche di strabiliante virtuosismo: è appunto con quest'arma che riesce a sbaragliare Jelly Roll Morton in persona, salito sulla nave proprio per confrontarsi con lui. Dopo due brani, un ragtime ed un blues di toccante leggerezza, in cui Morton dimostra la sua superiorità, alla terza prova Novecento si scatena in frasi di tale inaspettata arditezza e frenetica velocità da urruliare il fainoso avversario che si ritira indispettito. L'inserimento di Jelly Roll Morton, jazzman realmente vissuto, nell'incedere fantastico ed assurdo del racconto è uno dei tanti colpi di genio di Baricco, che, fra l'altro, riesce con poche pennellate a tracciare un ritratto vivido e realistico del grande pianista, presuntuosamente autodefinitosi "l'inventore del jazz". Pertanto la musica di Novecento, spontanea, improvvisata, immaginifica, carica di swing e di virtuosismo, sembrerebbe in tutto e per tutto jazz. Anzi, ci appai·edecisainente calata nel suo tempo e paragonabile a quel jazz di intrattenimento, esuberante e spensierato, che veniva esibito per esempio al Cotton Club di Harlem, fra le scenografie di cai1one del jungle style, a cominciare dalla fine degli anni '20. La contemporanea rappresentazione grafica di questo tipo di jazz la possiaino rintracciare nei bei manifesti di Paul Colin, nel quadro Il blues di Stuard Davis del 1925, o anche nelle buste dei dischi a 78 giri di produzione europea, nelle quali l'esagitato e caricaturale dinainismo di una orchesaina di neri veniva contrapposto alla longilinea e composta eleganza del pubblico danzante, ovviamente bianco. Ma ad un'analisi più attenta si scopre che manca qualcosa che impedisce al cerchio di chiudersi, cioè c'è una caratteristica essenziale al jazz che, per forza di cose, non possiamo ritrovare nel mondo musicale del nostro eroe. Condizionato dalla sua paranoica scelta di autosegregazione, cullatosi nell'ambiente sociale del transatlantico, vario e rutilante, ma senza riferimenti fissi, spinto dall'istinto e dalla tecnica prodigiosa ad una espressione comunicativa e frizzante, ma tutto sommato superficiale, Novecento non ha vere radici e la sua musica non può essere espressione di una determinata cultura popolare. Non può confrontarsi con una tradizione da rinnegare o da sviluppare e, a ben vedere, egli non è del tutto consapevole di ciò che sta suonando; tanto è vero che dopo lo scontro vittorioso con Jelly Roll, esponente indubbiamente autentico ed emblematico della musica afro americana di quel pe1iodo, guardandolo scendere dalla nave sussurra fra sé e sé: "E in culo anche il jazz".
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