Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

58 SUDAFRICA/SPLENDORE ferro (Roma, Donzelli 1995, trad. di Carmen Concilio). Quattro autori tra i più rappresentativi della loro generazione (tranne Gordimer, sono tutti nati tra il 1935 e il 1940) la cui scrittura, e in più di un caso la biografia, portano il segno evidente della violenza e dell'aberrazione di un sistema eretto a ideologia. Breyten Breytenbach, il più grande poeta afrikaner, ha trascorso in esilio o in carcere gran parte della sua vita e tutta la sua opera, sia quella poetica che narrativa, ruota intorno a tali esperienze. Ma anche l'opera degli altri autori, ostinatamente rimasti in Sudafrica nonostante le restrizioni imposte dalla censura ne è fortemente condizionata, Brink e Breytenbach hanno inoltre in comune un evento importante, la scoperta della propria "africanità" fuori dal Sudafrica, nella Parigi negli anni Sessanta. Se per Brink si tratta di una 0 "seconda" nascita che si accompagna alla scoperta di una vocazione e della necessità di un ritorno in Sudafrica, per Breytenbach tale scoperta porta al rispetto della propria identità e a una militanza politica che lo condurrà a una lunga detenzione. Anni fa, in occasione dell'assegnazione del premio Pasolini per la poesia e della pubblicazione di Poesie di un pendaglio diforca ( 1986), Breytenbach scrisse un saggio intitolato Autoritratto I Veglia di morte in cui si definiva un "africano bastardo", di colore biancastro e di vocazione terrorista, un 'identità ribadita nel titolo della sua opera più famosa le veritiere confessioni di un africano albino (Costa & Nolan 1989), che nell'originale era "terrorista albino", un racconto dal carcere di straordinaria forza. Ritorno in Paradiso è il risultato di un recente viaggio dello scrittore, accompagnato dalla moglie vietnamita, in Sudafrica. li volume, fatto di appunti veloci tra un aeroporto e una conferenza all'università, un pranzo ufficiale e una visita ai parenti, ha proprio in questo suo carattere impressionistico, ma anche nel profondo coinvolgimento emotivo, il suo fascino maggiore: "È una sorta di nostalgia incurabile. Provoca sfoghi sulla pelle, tic alla bocca e agli occhi, lunghi periodi di apatia. Il cuscino diventa un padre confessore che ascolta le storie del paese del cuore. Fiamme antiche infestano il subconscio. Immagini ustionano le palpebre". La sua è in primo luogo la lingua di un poeta e di un pittore, in cui tutto si trasforma in visioni e immagini forti e immediate. Breytenbach non si fa illusioni: solo uno sciocco fingerebbe di capire quello che davvero succede in Sudafrica e non si abbandona a previsioni sul futuro di un paese in cui si sente straniero. Bellissime le pagine finali in cui parla della condizione dell'esule come "uccellità", "perché gli esuli sono uccelli sospinti da paesaggi innevati verso la città dove saranno selvaggi e umili ... e perché parliamo lingue che non capiamo". Molto diversa l'opera di André Brink, prolifico scrittore in lingua afrikaans oltre che in inglese e saggista politico (dalla sua raccolta Mapmakers, Writing in a State of Siege, del 1983, è tradotto parte di un saggio autobiografico incluso nel volume), noto in Italia soprattutto per il film tratto da un suo romanzo Un 'arida stagione bianca. In questo volume Brink rivisita il mito di Adamastor, l'ultimo dei Titani, condannato da Giove a restare incatenato ad una roccia per aver guardato la ninfa Teti nuda che faceva il bagno e dove sarà trasformato nella Penisola del Capo. L'intenzione è quella di fornire una versione diversa della tradizione e soprattutto di riscriverla dal punto di vista di Adamastor stesso. Ne viene fuori un apologo ingenuo e dolente che contiene pagine di tragica comicità sull'incontro e la fascinazione tra bianchi e neri. Fascinazione inevitabile e fonte di sciagure che condurranno alla_drammatica fine di Adamastor, pestato a sangue, legato alla roccia e abbandonato in pasto agli avvoltoi per aver desiderato e amato Khois, la donna bianca. Molto elegante e ben curata la veste grafica di quest'opera ricca di informazioni, bibliografie, disegni e un utile glossario. Ambedue le opere di Breytenbach e Brink si situano ai margini dei generi codificati mescolando in piena libertà cronaca poesia e mito. I romanzi di J.M. Coetzee e di Nadine Gordimer sono legati alla storia più recente del Sudafrica: il primo, dal forte spessore linguistico e metaforico, Età di ferro di Coetzee, è una denuncia spietata della barbarie della guerra civile che ha insanguinato il Sudafrica negli anni precedenti l'abolizione dell'apartheid, la nuova età del ferro del titolo; l'altro di Gordimer, dal saldo impianto realistico, esplora il difficile reinserimento dei militanti politici richiamati dall'esilio e il nuovo confronto che aspetta i bianchi e i neri. Nessuno al mio fianco poggia su un intreccio e su ingredienti di sicura presa, intorno alle vicende di due coppie, una bianca e una nera, legate da vecchia amicizia e dalla militanza contro l'apartheid. Quando, dopo anni di esilio politico, Dydimus e Sibongile Magoma tornano in patria, l'amicizia QG)nVera e Ben si rinnova e la loro storia personale procede parallela. Come spesso in Nadine Godimer, sono le donne i personaggi forti mentre gli uomini restano nell'ombra, come privati di un proprio ruolo o di individualità: così Vera Stark, avvocato bianco al servizio dei neri, è sempre in prima linea nella difesa dei loro diritti calpestati mentre Sibongile riceve incarichi prestigiosi al posto del marito messo da parte dal movimento per il suo passato di terrorista. E i figli? I figli dovranno inventarsi una propria vita, e saranno le loro scelte a mettere i genitori di fronte a prove attraverso cui verificare i principi e i valori professati nei loro ruoli ufficiali. Come in tutti i suoi romanzi, Gordimer parla di comportamenti indi viduali di fronte al vissuto quotidiano e non di ideologia, e questa è stata sempre la sua forza: riuscire a mostrare la difficoltà di restare integri e di non scendere a compromessi quando pubblico e privato si scontrano sul piano etico. Età di ferro, scritto tra il 1986 e il 1989, i tempi più bui della recente storia del Sudafrica, è il penultimo romanzo di Coetzee e quello più esplicitamente politico; ha la forma di una lunga lettera, la conversazione a distanza tra una madre e una figlia che vive negli Stati Uniti. La scrittura di Coetzee, generalmente aliena dalla rappresentazione diretta di una tesi o di un problema, qui indaga due metafore forti, quella suggerita dal titolo e quella più pervasiva della malattia della protagonista, un tumore generato dalla vergogna e dall'umiliazione di vivere in una società violenta e razzista. Il giorno in cui Mrs Curren, anziana classicista in pensione, riceve la diagnosi di cancro terminale, incontra un barbone, Vercueil, che si è installato dietro il garage di casa sua tra scatole di cartone e rifiuti. Dopo un primo impatto di reciproca diffidenza, tra i due si stabilisce una forma di rapporto che non è né amicizia né amore e che non può non recare il segno dell'irrazionalità e della contraddizione: "Affido la mia vita a Vercueil perché la faccia sopravvivere" scrive la madre alla figlia lontana "Ho fiducia in Vercueil perché non ho fiducia in lui. Lo amo perché non lo amo". Mrs Curren capisce che, pur non riuscendo ad amare i neri, la sua salvezza in quanto bianca non può che dipendere da loro; che i ruoli devono cambiare. Per Mrs Curren, Vercueil non è solo l'angelo della morte ma il messaggero che le darà nuova vita e nuovi occhi, colui che le svelerà una realtà ancora sconosciuta in giro per la città o nell'inferno delle township nere. E quando la polizia in casa sua ammazza un giovane terrorista che vi aveva trovato rifugio, lei rifiuta di restare nella sua casa ormai violata e, sottraendosi alle ambigue premure della polizia, si espone alla violenza della strada assieme agli emarginati e ai vagabondi. L'opera, dominata da immagini di morte, di sangue e di corpi che soffrono, non dà messaggi ma trasmette con forza l'urgenza di uscire dalla vergogna dell'apartheid.

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