Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

ITALIANISTRANAGENTE? ILVOTO(EILVUOTO)DIAPRILE Marino Sinibaldi Strana gente, gli italiani. La deriva a destra, che sul piano elettorale pareva confermare un andamento da tempo in atto nella nostra società, si è improvvisamente arrestata. Se pure non rappesenta propriamente un'inversione di tendenza, il voto dell'aprile scorso rende tutto più mobile e più complicato. Benissimo, naturalmente. A patto che alla cupa depressione postForzaltalia non subentri una sindrome inversa, un ottimismo beota ed euforico. Che gli italiani, strani come sono, si incaricherebbero puntualmente di smentire. Meglio allora provare a ragionare e soprattutto a distinguere; il voto dal resto, per cominciare. Sul piano elettorale è semplicemente success0 che per la prima volta nella storia d'Italia esiste una massa di voto fluttuante, che giudica secondo criteri variabili e contingenti. Anche se quantitativamente non amplissima, questa zona instabile è decisiva in presenza di schieramenti contrapposti ormai pressoché equivalenti e fortemente connotati. L'elettore mobile appare invece disancorato da appartenenze politico-culturali precise, fosse anche quella di un enigmatico Centro; e infatti manifesta un'inedita disponjbilità a spostarsi rapidamente e radicalmente, persino dagli estremi di un polo all'altro (da Fi o An a Rifondazione, come è accaduto in numerose situazioni). Questa mobilità è l'incognita che pesa su tutte le previsioni e fa regolarmente fallire sondaggi ed exit poli. In Italia come in Francia o in Gran Bretagna. E dunque questa zona di comportamento elettorale, anche quando sceglie le opzioni estreme, è quella che meglio segnala un processo di fluidificazione non solo elettorale che si è compiuto nelle società occidentali, come prodotto della dissoluzione delle grandi appartenenze ideologiche. Non ci si sente precisamente né di Destra né di Sinistra e nemmeno di Centro. Si decide il voto all'ultimo momento in base a ragioni composite, precarie, reversibili. Sul piano delle strategie politiche, la conquista di questa zona sociale ed elettorale è ovviamente decisiva. Ma per la natura mutevole e provvisoria del consenso che esprime, è difficile fondare su di esso progetti di governo della società minimamente stabili. E dunque costituisce una ragione ulteriore di incertezze e instabilità, aperta a soluzioni diverse. Ma qui siamo già sul piano delle culture della società, che stanno dietro ai risultati elettorali e sono più interessanti e decisive da capire. Da questo punto di vista, ci sono almeno tre questioni che il voto di aprile lascia aperte. La prima riguarda proprio la natura di quelle scelte, che cosa le muove e le condiziona. Tra i commentatori di centrosinjstra si sono diffusi improvvisi peana alla sovrana saggezza delle'elettore, cui si è addirittura attribuita una sorta di raffinata, anche quando non del tutto consapevole, strategia. Con il voto alla Lega avrebbe tre anni fa demolito la partitocrazia, con il voto a destra mandato un segnale ali' ottusità della sinistra, col "saggio" voto di aprile segnalato la possibilità di un approdo positivo per la "rivoluzione italiana". Inguaribile ottimismo dei democratici! In realtà il voto mobile rivela uno sbandamento sociale che non può essere rimosso se, per una volta, pende dalla parte giusta. È espressione di una smarrita confusione i cui esiti sono ancora apertissimi - e dunque deve rappresentare l'obiettivo principale di qualunque strategia politica - ma la cui pericolosità non è affatto diminuita. Nel vuoto non solo (non tanto) politico, ma culturale e spirituale che questo comportamento manifesta, la destra continua a mantenere una netta posizione di vantaggio, specie per le caratteristiche populiste e demagogiche che essa in Italia assume. Sarebbe un errore imperdonabile, insomma, considerare quella mobilità come sintomo di laicità; tanto più che, ennesimo paradosso italiano, essa pare coincidere con l'area sbandata dell'elettorato cattolico. Qui un dato positivo c'è, ed è vistoso. Per la prima volta il voto cattolico, questo centro non solo topografico ma morale della vita sociale e culturale italiana, pare essersi spaccato; per la prima volta i c·attolici italiani hanno dovuto scegliere, senza la rassicurante e deresponsabilizzante protezione di un proprio partito. E in una percentuale non irrilevante hanno scelto in autonomia e in modo positivo, aperto a prospettive nuove. Ma a questo spostamento politico non corrispondono per ora trasformazioni culturali altrettanto incoraggianti. Il problema ancora attualissimo dell'influenza cattolica sulle culture e i modi di essere più profondi della nostra società non può essere affrontato incidentalmente e sbrigativamente. Né è il caso di ricordare ancora il peso di realtà in buona parte interne alla galassia del cattolicesimo come quelle del volontariato e dell'associazionismo, che in molte situazioni sono state decisive non solo sul piano elettorale, ma nell'accompagnare trasformazioni culturali importanti anche quando limitate quantitativamente e qualitativamente. Ma su un piano più generale, la disattenzione, l'ignavia, il senso di estraneità con cui le gerachie cattoliche hanno in questi anni accompagnato il manifestarsi di Tangentopoli - questa piccola Sodoma che con le loro ininterrotte indicazioni di voto e complicità morali hanno potentemente contribuito a edificare - è stato un segnale molto significativo. Come anche l'enciclica papale che proprio pochi giorni prima del voto, sul terreno decisivo delle nuove questioni bioetiche, ha riaffermato una posizione di radicale chiusura ad ogni dialogo e confronto. E certi grotteschi apprezzamenti non sulle pagine di un bollettino parrocchiale, ma persino su "Notizie verdi" o "Liberal" mostrano una impressionante capacità di egemonia che proprio la cultura cattolica meno aperta al dialogo con la laicità continua ad

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