Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

quella della violenza: "Dissi che era sbagliato e immorale esporre la nostra gente agi i attacchi armati dello stato senza fornire nessuna alternativa. Ricordai ancora che già la popolazione aveva cominciato spontaneamente a prendere le armi. La violenza si sarebbe diffusa, che noi l'autorizzassimo o meno. Non era meglio che ci mettessimo alla guida di quella violenza proprio per risparmiare delle vite, partendo dall'idea che si dovessero attaccare i simboli dell'oppressione e non le persone in quanto tali?" In seguito a questa decisa presa di posizione le organizzazioni alleate danno a Mandela il via libera a formare una nuova struttura militare separata dal I' ANC, non soggetta al controllo diretto del I' organizzazione madre: stava per cominciare i I cammino della violenza, una violenza che l'Alto comando ha sempre voluto, nei I imiti del possibile, I imitata ad atti di sabotaggio che danneggiassero lo stato e le cose senza pregiudizio per le persone e a cui I' ANC rinunciò, su proposta del leader del Partito comunista sudafricano Joe Slovo, quando non ebbe più dubbi sull'intento riformatore di De Klerk. Di particolare interesse storico sono infine le pagine in cui Mandela delinea le divergenze con il PAC, l'organizzazione africanista che ha sempre rifiutato il pluralismo razziale dell' ANC, assestata su quelle che un tempo erano state le posizioni della Lega giovanile. Mandela sottolinea come il motivo della rottura fosse l'opposizione del PAC alla Carta della Libertà e alla presenza di bianchi e indiani nella dirigenza dell' ANC. Mandela giudicava immatura la mentalità del PAC e lo criticava per aver fatto una promessa che non sarebbe stato in grado di mantenere: la liberazione entro il 1963. "A motivo del suo anticomunismo, il PAC divenne il beniamino della stampa occidentale e del Dipartimento di stato americano, che salutarono la sua nascita come una pugnalata nel cuore della sinistra sudafricana. Anche il National Party, che vi vedeva riflesso il proprio anticomunismo e vi vedeva sostenuta l'idea di sviluppo separato, considerava il PAC un potenziale alleato ... Mentre noi accoglievamo con favore chiunque fosse portato nella lotta dal PAC, il ruolo di quell'organizzazione fu quasi sempre quello di guastatore. Divideva la gente nei momenti critici, e questo è difficile dimenticarlo. Invitava ad andare al lavoro quando noi proclamavamo lo sciopero generale, e replicava a ogni nostra presa di posizione facendo dichiarazioni in malafede." Durante la clandestinità, quando Mandela fece il giro dei Paesi africani per raccogliere aiuti per Umkhonto we Sizwe, si rese conto che il PAC aveva dipinto l'ala militare dell' ANC come una creatura del Partito comunista e del Liberal Party, il cui scopo era quello di usare gli africani come carne da macello: "L'episodio ci dette la misura sia di quanto la realtà sudafricana fosse poco conosciuta nel resto del continente, sia del punto a cui poteva spingersi il PAC nel diffamarci". Dall'ottava parte fino alla fine l'autobiografia di Mandela si legge come un romanzo: al ritmo lento degli anni bui trascorsi nel carcere di massima sicurezza di Robben lsland, nella baia di Città del Capo, fa da contrappunto l'attività frenetica, l'incalzare degli eventi dal giorno della liberazione alla cerimonia d' investiturn del primo presidente nero della storia sudafricana, che quel giorno suggella il desiderio di riscatto di un intero popolo "perché potesse vivere la propria vita con dignùà e rispetto di sé". Nelle ultime pagine Nelson Mandela osserva: "È stato in quei lunghi anni di solitudine che la sete di libertà per la mia gente è diventata sede di libertà per tutto il popolo, bianco o nero che sia. Sapevo che l'oppressore era schiavo quanto l'oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell'odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L'oppressore e l'oppresso sono entrambi derubati della loro umanità". Tornano SUDAFRICA/SPLENDORE 57 alla mente le parole che Toni Morrison dedica allo stesso tema - il rapporto tra vittima e carnefice - nella sua raccolta di saggi Giochi al buio: "Versare acido retorico sulle dita di una mano nera può di fatto distruggere le impronte digitali, ma non la mano. Inoltre, che cosa succede, durante questo atto di cancellazione violento e interessato, alle mani, alle dita e alle impronte di che ha versato l'acido? Non restano proprio tracce sulle sue mani?" Se, come scrive Mandela, il suo lungo cammino non è ancora alla fine, forse quello dei bianchi - in Sudafrica e nel resto del mondo - troppo a corto di temi alti su cui meditare in questa fine di secolo, potrebbe cominciare proprio da qui: da una seria riflessione sulle tracce che quell'acido ha lasciato e continua a lasciare sulle nostre mani. LETTERATURA DAL NUOVO SUDAFRICA Paola Splendore Molte cose stanno cambiando e continueranno a cambiare in Sudafrica. Cambierà anche il senso di appartenenza di quei bianchi che non si sono concessi finora di parlare del Sudafrica come del "proprio" paese? Ne parla Nadine Gordimer in un recentissimo saggio autobiografico ("Le Monde diplomatique / il manifesto", aprile 1995): se è stato impossibile finora per un bianco radicale parlare del "popolo" sudafricano come qualcosa che lo riguardasse, ora per la prima volta potrà provare a vivere nel paese sentendosi a casa propria e non cittadino di un altro mondo: "Quell'altro mondo che era il mondo non è più, oggi, il mondo ... Non sono più cittadina delle colonie, ora posso parlare del 'mio popolo"'. Ma come esprime la letteratura questo paesaggio, il desiderio di nascita che si sta via via sostituendo al senso di morte, alla vergogna che sono stati finora costanti motivi ispiratori degli scrittori sudafricani? Sono uscite in Italia, negli ultimi mesi, quattro opere di autori sudafricani: opere diversissime tra loro e significative a vario livello, testimonianza diretta di una letteratura che in poco meno di un secolo di vita - se si pensa solo a quella anglofona - ha contribuito opere e autori di altissimo livello. Non si può fare a meno di notare tuttavia, sia pure di passaggio, che la nostra editoria continua a puntare su autori già affermati, pluripremiati e tutti bianchi, mentre rimane ancora molto da tradurre e da scoprire nelle letterature africane, da classici ancora da noi sconosciuti come Hermann Charles Bosman e Alex La Guma, ad autori contemporanei come le scrittrici Lauretta Ngcobo e Ellen Kuzwayo, solo per citare qualche nome. Legate insieme da uno spiccato elemento narrativo anche quando a prevalere è un diverso codice di scrittura, le opere apparse in italiano sono il diario-cronaca di un ritorno a casa del poeta Breyten Breytenbach, Ritorno in paradiso (Genova, Costa & Nolan 1994, trad. di Maria Teresa Carbone), !'"apologo precoloniale" di André Brink, La prima vita di Adamastor (Torino, Instar Libri l994, trad. di Pietro Deandrea) e due romanzi tra i più recenti di Nadine Gordimer, Nessuno al mio fianco (Milano, Feltrinelli 1994, trad. di Marco Papi), e di J.M.Coetzee Età di

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