LALOTTA È LAMIA VITA ILLUNGOCANVv\lNOVERSOlA LIBERTÀ DI NELSONl'v'\ANDElA Franca Cavagnoli "Non sono nato con la sete di libertà. Sono nato libero, libero in ogni senso che potessi conoscere. Libero di correre nei campi vicino alla capanna di mia madre, di nuotare nel limpido torrente che scorreva attraverso il mio villaggio, di arrostire pannocchie sotto le stelle, di montare sulla groppa capace di lenti buoi. Finché ubbidivo a mio padre e rispettavo le tradizioni della mia tribù, non ero ostacolato da leggi divine né umane. Solo quando ho scoperto che la libertà della mia infanzia era un'illusione, che la vera libertà mi era già stata rubata, ho cominciato a sentirne la sete." Per calmare quella sete, Nelson Mandela ha dovuto attendere il suo settantaseiesimo anno di età quando, la mattina del 27 aprile 1994, ha deposto la scheda nell'urna di legno: "Per la prima volta nella mia vita avevo esercitato il diritto di voto". Alle prime elezioni a suffragio universale nella storia del Sudafrica, un anno fa, l' ANC ha ottenuto il 62,6 per cento dei voti e 252 seggi su 400 dell'Assemblea nazionale; il IO maggio 1994 Nelson Mandela è stato eletto Presidente del Sudafrica. Alla fine dell'anno scorso, nonostante i molti impegni a livello nazionale e internazionale, Mandela è riuscito anche a pubblicare la sua autobiografia, alla quale aveva cominciato a lavorare segretamente nel 1975 in carcere e che aveva ripreso negli ultimi anni, dopo la liberazione, avvenuta l' 11 febbraio 1990: lungo cammino verso la libertà (trad. di E. Dornetti, A. Bottini, M. Papi, pp. 579, Lire 45.000), pubblicata da Feltrinelli nella elegante "Serie Bianca", corredata di tre sezioni di fotografie in bianco e nero che documentano la vita della Primula Nera dagli anni Trenta a oggi. La prima parte del libro è dedicata all'infanzia nel Transkei, dove Nelson Rolihlahla Mandela, di etnia xhosa, nacque il 18 luglio 1918. Dato che il padre era un capo per sangue e tradizione, Mandela era destinato a fungere da consigliere ai governanti della tribù. Il futuro presidente sudafricano dedica lunghe pagine suggestive alla storia e ai riti del suo popolo, i thembu, e alla nazione xhosa, alla famiglia, in particolare alla madre a cui era molto legato, al lavoro di pastore, ai giochi nel veld con gli altri bambini: "Un giorno ebbi una lezione da un asino indisciplinato. Avevamo fatto i turni a saltargli su e giù dalla groppa; quando toccò a me e montai, l'asino innervosito s'infilò in un cespuglio di spine. Chinò la testa cercando di sgropparmi, e vi riuscì, ma non prima che le spine mi pungessero e graffiassero il viso, mettendomi in imbarazzo di fronte agli amici. Come i popoli d'Oriente, gli africani hanno un altissimo senso di dignità, o come dicono i cinesi, della 'faccia'. E questa, davanti agli amici, l'avevo perduta. Anche se era stato un asino a disarcionarmi, imparai che umiliare una persona significa farle subire un destino inutilmente crudele. Anche da bambino, battevo gli avversari senza disonorarli". Una caratteristica che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, improntata a una ammirevole correttezza nei confronti degli avversari, durante i processi e in carcere prima, da uomo libero poi, come testimoniano i rapporti con De Klerk e Buthelezi. Alla morte del padre Mandela viene accolto come un figlio dal reggente della tribù, che si impegna a dargli un'istruzione nelle migliori scuole aperte agli africani e a Fort Hare, l'unica università in cui possono studiare i neri. A 21 anni Mandela scappa a Johannesburg per sottrarsi a un matrimonio combinato per lui dal reggente ed entra nella vita adulta, una vita segnata da una estrema povertà e da pasti saltati per poter proseguire gli studi di legge. Johannesburg segna anche il confronto con la realtà di miseria e degradazione urbana delle townships, con le sopraffazioni continue dei bianchi sui neri in cui le aspirazioni di giustizia e libertà vengono sempre negate. Leggendo le pagine dedicate ali' adolescenza e alla giovinezza, l'aspetto che più colpisce è la constatazione di quanto sia stata lenta la presa di coscienza politica dell'uomo che più di chiunque altro avrebbe intrecciato il suo destino con quello del suo Paese.All'università prima e a Johannesburg dopo, Mandela è un osservatore attento ma distaccato della realtà che lo circonda; quando cercano di coinvolgerlo nell'attività politica, la sua reazione è estremamente cauta, ascolta con lo stesso rispetto e la stessa circospezione le ragioni di chi si impegna e di chi gli consiglia di tenersi alla larga dalla politica, di pensare a se stesso, al suo futuro di avvocato, alla sua famiglia. La consapevolezza che il suo futuro è quello del suo popolo, oppresso da un regime dispotico, si affaccia in lui a poco a poco con radici però sempre più profonde, sicché quando decide di impegnare se stesso nell'attività politica non subirà mai un tentennamento, nemmeno di fronte al rischio della pena capitale: "Non ho avuto una folgorazione, una rivelazione improvvisa, un momento della verità: è stato il lento accumulasi di una miriade di offese, di una miriade di indegnità, di una miriade di momenti dimenticati a far scaturire in me la rabbia, la ribellione, il desiderio di combattere il sistema che imprigionava il mio popolo. Non c'è stato un momento particolare in cui abbia detto: da qui in avanti mi consacrerò alla liberazione del mio popolo; invece, mi sono semplicemente ritrovato a farlo, e non potevo fare altrimenti". E non fa mai mistero di quanto questa scelta gli sia costata sul piano personale. L'autobiografia è intessuta del senso di colpa per non aver saputo e potuto dare di più ai suoi cari: alla madre, alla moglie, ai figli: "Quando la vita di un uomo è la lotta, rimane poco spazio per la famiglia. Questo era sempre stato il mio maggiore rimpianto, e l'aspetto più doloroso della scelta che avevo fatto ... È un grande onore essere il padre di una nazione, ma essere il padre di una famiglia è una gioia ancora più grande: una gioia che mi è stata concessa in piccolissima parte". Anche in carcere, soprattutto nei diciotto anni trascorsi a Robben Islanda scavar calce, ciò che lo angustia di più è il pensiero dei suoi cari lasciati a se stessi: della madre alla cui vecchiaia non ha saputo provvedere e a cui non ha potuto dare sepoltura, della moglie e dei figli alla mercè dei suoi aguzzini. E conclude le poche sobrie righe che dedica alla fine del suo rapporto con Winnie Mandela dicendo: "Così come sono convinto che quand'ero in prigione la vita di mia moglie sia stata più difficile della mia, anche il mio ritorno alla libertà era stato più difficile per lei che per me". Dal punto di vista strettamente politico l'autobiografia permette di seguire da vicino i mutamenti intervenuti nella personale maturazione politica di Mandela nonché nella linea ufficiale del- !' ANC. Quando nel 1948Malan presenta la piattaforma dell'apartheid, la Lega giovanile dell' ANC esprime i fondamenti della sua politica in un documento: "Respingevamo la concezione comunista che gli africani fossero oppressi principalmente come classe economica invece che come razza, e aggiungevamo che bisognava creare un forte movimento di liberazione nazionale all'insegna del nazionalismo africano e 'guidato dagli africani' ... Il documento
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