54 STORIE/DI LASCIA "Il tuo caffè sarà pronto fra qualche minuto: ma tu, intanto, alzati perché hai fatto più tardi del solito. Se io fossi il preside della scuola, stamattina non ti farei neanche entrare!" concludeva, aprendo le imposte dalle quali fa luce entrava come un visitatore precipitoso. "Prima il caffè!" ripetevo, tirando fuori le braccia nude da sotto le coperte e rabbrividendo per il piacere dell'aria sottile. "Prima il caffè," mi faceva il verso mia madre, e la sua voce improvvisamente era carica di un rimprovero esagerato. "Mi chiedo chi abbia messo nella tua testa che tutto ti sia dovuto ... Voglio questo e voglio quello ... E io!" diceva sedendosi sul letto di fronte a me: "IO!" e i suoi occhi sfavillavano di ostentazione, "VOGLIO che ti alzi! Capisci?" domandava spingendosi in avanti con le spalle. Ci guardavamo in silenzio, e il profilo di mia madre si irrigidiva in una cera imperiosa. In un attimo ne scorgevo la bocca con la piega dura delle labbra, serrate in un accento circonflesso. Vedevo anche gli occhi, che erano divenuti gelidi e senza ombre come la distesa d' a_ç,quadi un lago nordico, e la linea diritta del naso, dalle narici sottili e triangolari, che si affilavano nel ritmo frequente del respiro. Allora, abbassavo gli occhi a guardare il rincalzo del lenzuolo e lo allisciavo con cura, passandolo fra le dita. A quella carezza ripetuta, il lino grezzo dei teli ancora invernali rispondeva con un crepito: come se, da un attimo a un altro, avesse potuto accendersi alla maniera di una pietra focaia. La frescura del mattino non mi giungeva più; al suo posto sentivo la spinta pungente del sangue accorso a colorarmi il viso, e, mentre quegli aghi sottili premevano contro la pelle, sentivo effondersi la vergogna. Non potevo alzare il capo e non sapevo neppure per quale strada ero giunta fino a quel punto. "Va bene!" diceva mia madre. "Ma è l'ultima volta che succede!" Usciva dalla stanza diritta sulle spalle, sebbene con l'incedere languido di certe persone di alta statura, lasciando dietro di sé la scia incompiuta dei suoi divieti: di quelle cose, fra noi, che non avrebbero mai più dovuto accadere. Mia madre era cristiana praticante, e il tono protervo che aveva usato, le maniere con cui mi aveva parlato, ma soprattutto l'inutile vanità di quell'IO a cui l'avevo costretta (un pronome, ripeteva, da non usare mai: un richiamo a se stessi nasconditore di ogni genere di orgogli e di egoismi), era contrario a tutte le sue convinzioni. Dopo un poco la sua voce, improvvisamente sollecita e umile, mi giungeva dalla cucina. "Lascia stare" diceva "faccio io!" Sapevo che si stava rivolgendo a Bianca, la cameriera venuta dal paese vent'anni prima, e che le toglieva la caffettiera dalle mani lucide di geloni. Mia madre ha sempre pensato che servire gli altri fosse il vero scopo della vita, e che bisognasse farsi piccoli per essere grandi agli occhi di Dio. "La figlia muta la madre la capisce!" sentenziava Bianca facendosi da parte e asciugandosi con il grembiule le palme delle mani. Mia madre non rispondeva mai a quelle confidenze, sebbene da esse traesse un'allegria segreta e a volte finanche una fierezza che, come le preghiere, disdegna le lodi. I poveri di spirito, era solita dire, quelli sì che hanno la risposta per ogni cosa! Quando tornava nella stanza, io ero ancora a letto, sebbene mi fossi già sollevata con le spalle sul cuscino, e le mie mani si tendessero verso la tazza fumante. Era inteso che di lì a poco sarei stata pronta per uscire e che le avrei detto semplicemente: Ciao mamma, io vado! La sveglia aveva cominciato a suonare mentre, dentro la stanza dalle serrande abbassate, la luce del giorno filtrava dagli spazi residui delle imposte, e gli specchi verticali degli armadi moltiplicavano il suo passaggio. Io non si mosse, sebbene la scansione meccanica del richiamo continuasse inesorabile. "Lo sapevo!" esordì mia madre, entrando rapidamente e lasciandosi la porta aperta alle spalle. "Lo sapevo che ti avrei trovata ancora così... Che fai nel letto? è tardi, alzati! Ci sei rimasta tu sola a poltrire: gli altri sono già tutti usciti!" "Dov'è il mio caffè" domandai da sotto le coperte. "Il tuo caffè sarà pronto fra qualche minuto... Ma tu, intanto, alzati perché hai fatto più tardi del solito... Se io fossi il preside della scuola, stamattina non ti farei neanche entrare!" concluse, aprendo le imposte dalle quali la luce entrò come un visitatore precipitoso. "Prima il caffè!" ripetetti, tirando fuori le braccia nude da sotto le coperte e rabbrividendo per il piace e dell'aria sottile. È una giornata meravigliosa, pensai. "Prima il caffè," mi fece il verso mia madre, e la voce sostenuta era carica di rimprovero. "Mi chiedo sempre chi ti abbia messo nella testa l'idea che tutto ti sia dovuto e che tu possa dare ordini a tutti. Voglio questo e voglio quello... E io!" disse sedendosi sul letto di fronte a me: "IO!" i suoi occhi sfavillarono di ostentazione, "VOGLIO che TU ti alzi! Lo capisci questo ordine?" domandò spingendosi in avanti con le spalle. Mia madre era una cristiana convinta, e quello che stava dicendo - il tono protervo che usava, le maniere con cui mi si rivolgeva, ma soprattutto l'inutile vanità di quell'IO a cui era stata costretta (un pronome tanto disprezzabile, da non doversi mai usare; un richiamo a se stessi nasconditore di ogni genere di orgogli e di egoismi) - era contrario a tutte le sue convinzioni. Ci guardammo in silenzio, e il profilo di mia madre si irrigidì in una cera imperiosa. In un attimo ne scorsi la bocca con la piega dura delle labbra, serrate in un accento circonflesso. Vidi anche gli occhi che erano divenuti gelidi e senza ombre, come la distesa d'acqua di un lago nordico, e la linea diritta del naso, dalle narici sottili e triangolari, che si affilavano nel ritmo frequente del respiro. Abbassai gli occhi a guardare il rincalzo del lenzuolo e lo allisciai con cura, passandolo fra le dita. A quella carezza ripetuta, il lino grezzo dei teli ancora invernali rispondeva con un suono quasi di crepito; come se, da un attimo a un'altra, avesse potuto accendersi alla maniera di una pietra focaia. La frescura del mattino non mi giungeva più, e, al suo posto, sentivo la spinta pungente del sangue accorso a colarmi il viso, e, mentre quegli aghi sottili premevano contro la pelle, sentivo affondersi la vergogna. Non potevo alzare il capo e non sapevo neppure per quale strada ero giunta fino a quel punto. "Va bene!" diceva mia madre. "Ma è l'ultima volta che succede!" Uscì dalla stanza, diritta sulle spalle, sebbene con l'incedere languido delle persone di alta statura. "Lascia stare, faccio io!" la sua voce, improvvisamente sollecita e umile, mi raggiunse dalla cucina. Pensai che si stava rivolgendo a Bianca, la cameriera venuta dal paese vent'anni prima e mi sembrò di vederla mentre le toglieva la caffettiera dalle mani lucide di geloni. Mia madre ha sempre pensato che servire gli altri fosse il vero scopo della vita, e che bisognasse farsi piccoli per essere grandi agli occhi di Dio. "La figlia muta la madre la capisce!" sentenziò Bianca facendosi da parte e asciugandosi con il grembiule le palme bagnate delle mani. Mia madre non rispondeva mai alle confidenze che Bianca si prendeva, ma da esse traeva un' allegria segreta, e a volte finanche una fierezza che, come le preghiere, disdegna le lodi. Di certo pensò con gratitudine che sì, la figlia muta la conosceva solo lei. Copyright Sergio D'Elia 1995
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