libere, con quel poco di disordine che fa piacere a vedersi!" Gabriella avrebbe voluto mettersi a gridare, per spiegare ancora una volta che Gemma e Gilda avevano una cesta di capelli ricci sulla testa e che lei, invece, unica della famiglia, aveva i capelli lisci e sparuti, e per giunta marroni! "Nooo!" faceva zia Nenné, prima che il risentimento della nipote si trasformasse in pianto. "Adesso vanno di moda i capelli come i suoi: lisci devono essere, lisci! Chi ce li ha ricci se li alliscia ..." diceva persuasiva, mentre gli occhi le si riempivano di allegrezza alla vista delle altre due nipoti. Eppoi, dopo un attimo, mettendo meglio a fuoco la scena:"Ma che ha indosso Gilda, un vestito nuovo?" "Nuovo?" le faceva eco la sorella, volgendosi anche lei. "Sì, sì, è nuovo! E come le sta bene!" commentava ammirata. Quando glielo hai comprato? "lo?" rispondeva l'altra. "Mai! Pensavo che glielo avessi comprato tu!" "lo? e quando avevo il tempo! Eppoi queste cose le fai sempre tu!" "Va bene, Rosella!" concludeva zia Nenné. "Ho capito, se l'è comprato sola!" "E con quali soldi?" "Quelli che non abbiamo più trovato nel cassetto della cucina!" "È vero?" si sbalordiva la madre. "Che delinquente! Però" concludeva rapita "che bel gusto tiene!" Anche la mia è una famiglia di commercianti che si è trasferita dalla provincia nella metropoli. Benché fosse il ramo materno a possedere già alcuni negozi di alimentari, e mia madre, che era la maggiore delle sorelle, avesse ereditato il denaro necessario per mettere in piedi un'impresa in proprio, il genio degli affari era mio padre. Egli era dotato di quel talento mercuriale per il quale si passa per sciocchi o per fanciulli (e forse lo si è davvero) ma che rende capaci di scoprire per primo le cose che altri non vedono. Se dovessi dire che cosa gli interessava ottenere dai suoi traffici, se il denaro o l'accumulo dei beni, dovrei rispondere: né l'uno, né l'altro. A lui interessava l'affare nella sua metafisica, e, al pari di un maestro Zen, agiva per il piacere di ritrovare in Tailandia, o in un paesino sperduto della Sicilia, una radiolina venduta dalla nostra ditta. A mio padre si deve se, a un certo momento della nostra giovinezza, eravamo divenuti i più grandi rivenditori regionali di elettronica, e se, insieme a mia madre, essi si trasferirono a Mi Iano per allargare l'orizzonte delle vendite. Tuttavia, nella nostra casa, diversamente da quella di Gemma, era impossibile trovare i soldi dentro il tavolo della cucina o in qualche altro nascondiglio: tutto il contante che i negozi fruttavano, veniva reinvestito in poche ore, e molto spesso ci accadeva di non avere il denaro per le spese quotidiane. Avevamo, invece, vari conti aperti con i negozianti della zona, ed essi, come avrebbero fatto i contadini delle nostre campagne, ci portavano a casa la spesa. Né si poteva chiedere del denaro per le proprie spese personali. "A che cosa vi serve?" si informava mia madre, e se la risposta era, per esempio, una sottoveste, nel giro di poche ore mio padre ci portava in casa un intero armadio di sottabiti di tutte le dimensioni e le fogge, molte delle quali semplicemente immetti bili. Allora, mia madre - come si fa con un bambino - lo guardava con severità compiaciuta, e gli diceva che poteva bastare; poi veniva a scegliere quali avremmo indossato. Le altre, le eccedenze, scomparivano così come erano arrivate. La nostra era un 'abbondanza rozza e senza identità; qualcosa STORIE/DI LASCIA 53 che mi ha procurato sempre disagio, e, a volte, perfino un sentimento di vergogna. Anche quando la nostra posizione economica fu tanto solida che comperammo senza sforzo una casa prestigiosa nel centro commerciale della città, questa non fu mai arredata con la cura che meritava. Anzi, mio padre comprò e rivendette per molte volte il salotto, che alla fine risultò un'accozzaglia mal composta di stili. Lo stesso fece con la camera da letto e con alcuni mobili di artigianato cinese. Benché potessimo permettercelo, nella mia famiglia non c'è mai stato il gusto di investire in un mobile di antiquariato, in un bell'oggetto d'arte, in quadri, tappeti, negli argenti: in tutte le cose magnifiche che in due generazioni trasformano una famiglia ricca in una famiglia colta e raffinata. Per tutta l'infanzia e fino all'adolescenza, oltre agli abiti informi e ali' ingrosso, e ai mobili che cambiavano continuamente, noi vivemmo in un regime rigido, senza nessuna consapevolezza delle nostre possibilità. lo appartengo a quella generazione di passaggio che porta ancora dentro di sé - non per averla praticata, ma per averla appena abbandonata- la memoria sbiadita della soggezione dei figli verso i genitori, e a volte traduce nella propria coscienza il voi col tu. Così, sebbene tu conosca la mia insofferenza a qualunque potere costituito, ho sempre lasciato crescere in me un'esitazione rispettosa: perfino un desiderio che la soglia della confidenza non venga mai varcata e che una certa distanza assicuri il profilo immutabile delle cose. Di questa inclinazione, la stessa per la quale non ci siamo chiamate per nome per molti anni, hai potuto distinguere i segni nella mia obbedienza di figlia e nel legame che esisteva fra me e mia madre. Esso mi pretendeva al di fuori dagli altri, e io mi sottomettevo, sebbene a volte recalcitrante, con un intimo ossequio, come quando si assiste a un'antica cerimonia. Fra i miei fratelli, io sola sentivo il richiamo e il privilegio di questa segreta autorità, e ad essa rispondevo come a un codice scritto: come se, oltre a mia madre, rispondessi direttamente a mia nonna, e alla nonna di mia nonna; risalendo per la linea ascendente che, di femmina in femmina, attraversa tutta la mia razza. Un esercito sparuto di eroine, per le quali gli uomini-i mariti e i figli maschi - furono il viatico per accedere al mondo e governarlo. Sono, per lo più, vedove di guerra che rimasero tali e non fecero mai parlare di sé, donne dai costumi irreprensibili, prudenti e accorte; feroci nel timore di Dio e pronte a uccidere per difendere l'onore. Di esse, la gente diceva: E forte come un uomo, e per la sua famiglia è padre e madre. La mia razza, ormai lo avrai capito, è matronimica; sebbene questa parola, avendo studiato, la conosca io sola. Te la sussurro, rompendo il segreto su cui ne riposa la forza: ci sono poteri che non bisogna nominare, se non si vuole rinunciare a essi per sempre. Nella mia stanza di allora, la luce del giorno filtrava dagli spazi residui delle imposte, e gli specchi verticali degli armadi ne moltiplicavano il passaggio. La mattina, io non mi muovevo, sebbene la scansione meccanica della sveglia continuasse inesorabile. "Lo sapevo!" esordiva mia madre, entrando rapidamente e spegnendo la sveglia. "Lo sapevo che ti avrei trovata ancora così... Che fai a letto? È tardi, alzati! Ci sei rimasta tu sola a poltrire: gli altri sono già tutti usciti!" "Dov'è il mio caffè" domandavo da sotto le coperte.
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