52 STORIE/DI LASCIA quieta come una colomba sulla cova, né - alla fine della serata - era possibile trovare dentro le sue parole qualcosa che somigliasse all'invidia o, più semplicemente, all'animosità. Mia sorella è una poetessa, pensava Gilda col goloso possesso della parentela, e provava verso lei un sentimento commosso. Su questa scia di benevolenza, le concedeva di essere bella, sia pure non splendida come lei. Allora, la chiamava suadente, come senz'altro bisogna fare con le anime delicate, e, alla sua invocazione, le sorelle si fermavano senza girarsi completamente. "Gemma! Com'era quel verso che hai seri tto l'altra sera e che mi è sembrato meraviglioso?" Così dicendo, volgeva gli occhi al cielo trasparente di certe primayere napoletane, e atteggiava il volto ad una concentrazione suprema, verso qualcosa che non si lasciava afferrare. "Chi mi ha rubato gli occhi. .." cominciava lentamente, come scavando in un deserto di sabbia. Le piaceva temere, benché conoscendo Gemma fosse impossibile, che la sorella potesse completare la parte mancante dei versi. Ad un tale tranello teso a se stessa, Gilda esitava a procedere, attardandosi nella finzione. Infine: "Chi/ mi ha rubato/ gli occhi/ che/ ti vedevano/ bello" recitava ispirata, chiudendo gli occhi con le palpebre tinte di un colore dorato, simile alle foglie d'autunno. Nel trucco - quanto di più nascosto e diabolico si potesse concepire, un trucco da prestigiatore - Gilda non seguiva i dettami della moda, che ci prescrivevano una grossa linea nera sugli occhi. Con una sapienza innata, non lasciava tracce dell'accurata perfezione con cui era stato compiuto, e, non fosse stato per la bellezza che ne usciva raddoppiata, si sarebbe potuto pensare che il suo viso fosse al naturale. Tante volte, mentre restava chiusa per intere ore nel bagno, noi la spiavamo a turno dal buco della serratura, nell'inutile tentativo di carpirle qualche segreto. "Ah! Gemma mia" mormorava estasiata, "non puoi immaginare quanto capisco questi versi, come sono veri per me! Quante volte mi è accaduto di illudermi che un ragazzo, magari anche un uomo, magnifico, bello elegante, ricco!, fosse bello dentro, e ho dovuto scoprire che, invece, erano belli solo i miei occhi che lo guardavano!" Dopo queste parole, Gilda rimaneva un poco in silenzio, gustando fino in fondo il piacere della propria sofferenza. "Perché" continuava "non capita a tutti di cadere in una simile delusione? Non è universale questo verso che hai scritto? Mi piacerebbe molto che all'esame di liceo ci fosse un tema sull'amore trattato dai poeti! Che bello sarebbe incominciare scrivendo: Chi mi ha rubato gli occhi ..." "E chi mi ha rubato i versi!" la interrompeva Gabriella, volgendosi furibonda a Gemma. "Hai capito che cosa vuole fare?" Ma prima che Gemma potesse rispondere con un'alzata di spalle, Gilda cambiava discorso. "Perché non passiamo per via Foria, hanno aperto un nuovo negozio di vestiti ..." "No!" tagliava corto Gemma "Zia Nenné ci sta aspettando al negozio e se non ci vede passare pensa che non siamo andate a scuola!" "Ma non è possibile!" esclamava Gilda colma di disappunto per il rifiuto di Gemma che, straordinario nella sua rarità, era però definitivo. "Noi siamo prigioniere di nostra zia: non c'è giorno che possiamo evitare questo controllo! Ma ci pensate" diceva giocando la carta della rivolta "nostra zia non si fida di noi! ANCORA NON SI FIDA!" ripeteva scandalizzata, spalancando gli occhi, che le venivano grandi e malinconici. Poiché non c'era nessuna espressione del suo volto che Gilda non avesse studiato dinanzi allo specchio, in un attimo pensava che una lacrimuccia non ci sarebbe stata male, ma che sarebbe stato meglio un vago luccichio di lacrime trattenute, come per uno sforzo sublime. "Capisci?" iniziava nuovamente a parlare con le pupille umide. "No!" rispondeva Gemma indifferente. "La zia ci sta aspettando. Vai da sola a via Foria, eci ritroviamo a via Toledo, davanti alla pizzeria 'Il Vesuvio'." "Noooo!" la interrompeva Gabriella. "Non si può fare! Io non voglio litigare con tutta la famiglia ... Chi li vuole sentire quelli?" protestava. Eppoi, facendo il verso ai parenti: "Avete lasciato andare Gilda da sola, con tutti gli uomini che la importunano!" "E va bene!" tagliava corto Gemma, prendendo la strada del negozio. "lo passo davanti a zia e voi andate per via Foria!" A questa proposta, Gabriella diveniva cupa, e, al pari di un mulo che non ascolta i comandi e va, sordo ad ogni richiamo o colpo, per la propria strada decisa, si affiancava a Gemma superandola rapidamente. Così facendo, giungeva per prima davanti al negozio dove la scritta: MERCERIA TARTAGLIA, compariva sopra una porta vetrata, che lasciava scorgere al suo interno un locale stretto e profondo, con le pareti rivestite di scatole ordinatamente disposte, fino al soffitto. Dentro al negozio, quasi sommerso da quattro o cinque donne della zona, Gabriella scorgeva la fronte stempiata del padre, dove una corona di riccioli corti e selvatici si arrampicavano per sfuggire alla calvizie. A tratti, la testa di don Nicola emergeva in mezzo alle capigliature arruffate delle clienti, eppoi rapidamente spariva, come una pigna o un frutto portato dalle acque del mare; e quelle altre lo sovrastavano con le loro larghe figure, con l'ampiezza dei vestiti. Tuttavia, dalla porta chiusa del negozio, giungeva - alta più di tutte - proprio la voce acuta di Don Nicola che srotolava i nastri e li mostrava alle scalmanate, sfidandole minaccioso. "Li volete più belli di questi, i nastri per il corredo?" gridava senza risparmiare energie. "Li volete trovare ad un prezzo migliore di quello con cui ve li offre Tattaglia?" domandava scandalizzato, citando il proprio cognome come si fosse trattato di quello di un altro: un meraviglioso sconosciuto di cui portava gli interessi. "Ma voi, sentite a me, voi siete pazze!" A quella conferenza sulle qualità assolute dei prodotti Tartaglia, le donne gli facevano eco, stremandolo con le loro proteste meschine, sollevate all'unico scopo di farsi fare uno sconto. "Le donne!" pensava don Nicola, sentendo una vaga fitta all'altezza del fegato. Gli avrebbero fatto venire una colica per qualche lira in meno; e lui ci cascava sempre. Ma dove erano finite sua moglie e Nenné, e chissà da quanto tempo mancavano! "Signorina Nenné!" chiamava travolto dalle richieste. A quella invocazione, anche Gabriella si voltava a cercarle e le vedeva giungere a braccetto dal vicolo di fronte. "Pupetta, sei arrivata? E Gemma dove sta? E Gilda?" domandava zia Nenné, aggiustandole un ciuffetto di capelli, che era sfuggito alle strette molle dei codini. "E come sei bellella con questi capelli legati!" si complimentava affettuosa. "Però non li stringere troppo, perché si spezzano!" "Ha ragione la zia!" diceva la madre. "Tu ti castighi, non ti pettini!" Quando la madre parlava in quel modo e, senza averlo neanche deciso, le mostrava tutta la sua fluida disapprovazione come si fa davanti a una meschinella sulla quale non porta conto infierire, Gabriella voleva sprofondare sotto terra. "Vedi le tue sorelle!" continuava la madre inesorabile, volgendo il capo, splendente di rossi capelli aggrovigliati, verso le altre due che stavano arrivando: "vedi come escono scarruffate e
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