Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

50 STORIE/DI LASCIA Indifferente al mio giudizio, ma come guidata da un istinto empatico, Gemma si voltò verso me. Con un gesto tranquillo deLla mano si tolse gli occhiali e li posò sul banco; poi, i suoi occhi si volsero attorno con lo sguardo mansueto dei miopi. Rimase in silenzio, respirando leggermente, in quell'affrontamento senza anni con cui 1ni ha sempre vinta. Così nacque la nostra ainicizia: deliberatamente uso questa parola che, nell'uso sciatto che molti ne fanno, ha subito l'amputazione dei sensi che le necessitano per vivere: la confidenza, la simpatia, la sorellanza, la Liberalità, l'equilibrio, e quest'ultimo soprattutto, tanto necessario per accogliere una richiesta possibile, quanto per smorzare una pretesa inaccettabile. Fosti proprio tu a spiegarmi che, nella più antica delle scienze o delle superstizioni, insomma in quel sistema millenario di logica del 1nito che è l'astrologia, l'amicizia e l'amore dei sensi si oppongono dialetticamente, e si fronteggiano dalle loro case come le stelle polari dai loro estremi; e ciascuno porta in sé il presagio dell'altro e le sue opposte possibilità. Da ciò siamo avvertiti che la combustione dei sentimenti, e i suoi eccessi, non garantiranno la vita a quel sentimento distaccato ed equanime su cui si fonda un'amicizia duratura: questa, 1nidicesti con intenzione severa, viene distrutta dalla passione. Ma con Gemma, e per estensione affettiva con le sorelle e la sua cara famiglia, noi giocammo tutti i ruoli che una grande amicizia resuscita alla vita. Di quel tempo magnifico che ancora ci tiene legate, io ricordo ogni dettaglio; ma più di ogni altra cosa, ricordo le nostre risate: quella comicità stupefacente, quella leggerezza, che non dovettero mai attaccarsi alle cose della vita come ci si attacca, per non precipitare, ai ferri di una ringhiera. Seppure per un tempo limitato, tutto ci fu dato senza che lo chiedessimo. Quando Gemma Tartaglia e le sue sorelle scendevano per la calata di Santa Teresa coi volti fulgenti per l'animazione e si rincorrevano chiamandosi l'una l'altra con brevi voci felici, mostrandosi a vicenda ora la vetrina di un negozio ora il cartellone pubblicitario di un film, gli uomini si voltavano a guardarle con occhi contenti, come fosse passata una meravigliosa processione. Se a volte qualcuno di loro, mentre vendeva sigarette di contrabbando o aggiustava i giornali all'edicola lungo via Toledo, (a quell'ora della mattina, brillante come un nastro o come uno specchio dai mille riflessi), allungava le mani al passaggio, afferrando un lembo delle sottane, non era per lascivia ma solo per l' aLlegrezza del sangue. A quelle rapide brancate, a quegli apprezzamenti robusti e benedicenti, le ragazze ridevano, ognuna col proprio riso speciale, e la strada si riempiva di suoni, come per le note di un concerto all'aperto. Allora, le sottane colorate si mescolavano per i movimenti affrettati dei corpi, e per quella intimità gaglioffa e loquace che le legava. Procedevanq così, in colorata paranza, come se, nella vita che si annunciava tutta una festa, avrebbero camminato sempre insieme, sempre con lo stesso passo lieto. Eppure, se le avessi vedute sulla soglia di casa, in quell'ora assonnata in cui i rumori sono addolciti da una specie di preoccupato silenzio, e i pullman sembrano accostarsi alle fermate con maggiore cautela, ti saresti accorta subito di quai1to grandi fossero le differenze fra loro. A scendere per prima sulla strada era Gabriella, la più giovane delle tre; fin da allora, si recava in anticipo ad appuntamenti che altri avrebbero mancato. Compariva sul portone del palazzo quando le lancette dell'orologio non segnavano ancora le otto e si acconciava le ultime cose: un bottone del polsino non ancora allacciato, un poco di polvere sulle scarpette lucide di cromatina. Dalla strada, sulla quale si affacciavano i balconi fioriti della casa, gridava il nome delle sorelle, e a quel richiamo rispondeva Gemma. "Che fa Gilda?" le domandava Gabriella, volgendo il capo all'insù, mentre le bande dei capelli sottili, strette in due codini, le ricadevano ai lati del viso. "È uscita dal bagno? Nooo? sta ancora chiusa a truccai·si ... Allora ditelo chiaramente che volete fai·e tardi, così io me ne vado da sola. Ho il compito in classe IO!". "No, no! Aspetta, ora scendo!" la pregava Gemma, che doveva passai·e a prendere me. Per tutti gli anni della scuola, e in quelli che seguirono dell'università, non giunse mai in ritardo a un nostro appuntamento, sebbene, a riguardare indietro a quelle sceneggiate mattutine, non saprei spiegarmi come facesse. Si erano già incamminate lungo il vicolo che sbuca sulla discesa di Santa Teresa, quando la voce di Gilda le raggiungeva. "Ragazze!" le apostrofava con un accento impostato e musicale, come farebbe una dama che richiama a sé la propria corte di ancelle. "Mi lasciate da sola? Io sono pronta!" In quell'incendio di luce, se si voltavano a guai·darla fin sopra al verone, non distinguevano nulla, trarme un riflesso fulvo che guizzava veloce, mescolandosi ai raggi del sole. Finalmente, quando Gilda scendeva, guardandosi attorno con gli occhi dorati, e incedeva nella strada con il passo leggero e sazio di certi gatti di razza, per un istante ogni cosa assumeva la fissità di un quadro. Io stessa, a certe sue apparizioni, ho veduto compiersi questo incantesimo: come se un fluido potente emanasse dalla sua persona, un richiamo altrettanto vacuo che irresistibile, a cui era impossibile sottrarsi. Molte volte ho pensato a Gilda con quella ostilità che mescola il giudizio maligno alla competizione malcelata; è accaduto che mi piacessero gli uomini che piacquero a lei, e che io abbia fatto in modo di prendermeli, con suo grande disappunto. Uno in particolai·e, lo avremmo voluto entrainbe, ma lui scelse me. Morì in un incidente stradale due anni dopo; avevamo appena deciso di sposarci. "Che stai facendo, la Vergine delle rocce?" inveiva Gabriella. "Non c'è nessuno che ti guarda, puoi anche smettere di fare la recita!". Tanta acrimonia aveva, però, una spiegazione: Gilda le rubava i corteggiatori ad ogni nuova festa. "Senza neanche farsene nulla, solo per il piacere di una conquista in più!" lacrimava Gabriella, quando la scovavamo dove si era appartata. È cattiva, sospirava Gemma; è imbecille, dicevo io, meditando già di vendicare tutte le donne che aveva umiliato. Alle parole della sorella, Gilda sorrideva scoprendo i denti perfetti, e il suo volto acquistava uno splendore umido, come se un vapore sottile le fosse passato davanti. Intanto, si volgeva attorno guardinga, caso mai qualcuno avesse udito le pai·ole di Gabriella. Se una cosa del genere fosse accaduta, lei stessa avrebbe dovuto riparare all'offesa inferta ai suoi adoratori con un sorriso in più, con un ammicco lievissimo delle pupille. "Non è niente, miei cai·i !" avrebbe detto. "Sapete, mia sorella fa così, ma mi ama molto anche lei. Ce1to, è un po' gelosa ... È un pregio-difetto della nostra famiglia. A casa nostra siamo molto carnali!". Io so bene come Gilda usi ancora questa parola, e conosco il fremito che le correva per il corpo allorché la pronunciava; ma quando si turbava in una tale maniera, ad attraversarla non è il pensiero della propria passione, (dubito ne abbia mai provata

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