Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

Tartaglia. Frequentavamo lo stesso liceo, ma le nostre due classi vennero unjficate solo al terzo anno di corso, allorché gli esami di ginnasio le dimezzarono. Quel giorno - ci sono cose che non si dimenticano! - i miei nuovi compagni vociavano nei corridoi a gruppetti di quattro o cinque, e io arrivai decisa a conservare il mjo veccruo posto. Attraversaj la po1ta della classe senza guardare nessuno e mi andaj a sedere, comjnciando subito a leggere un libro. Sebbene avessi deciso di ignorarli, non potetti fare a meno di sentire gli sguardi che si concentravano su di me, e che mi costrinsero a girare le pagine senza averle lette. Gemma si avvicinò quando ancora tentavo di distinguere i commenti che a ondate mi giungevano dal gruppo, e mi sorprese sfiorandomi il braccio. In un attimo pensai dj essere stata scopetta, e, insieme a questo pensiero, un altro mi avvertiva di darmj un contegno. In quella confusione delle emozioru, sentii il rossore bruciarmi le guance e l'ostilità salirmj allo sguardo; entrambe le cose si mescolavano all'imbarazzo per lei e alla riprovazione verso me stessa. Lo so, era tutto fuori misura, una esibizione tanto esagerata quanto riprovevole. Ma il fatto è che non ho mai sopportato le ferite dell'orgoglio, meno che mai quelle superficiali, dove ciò che si perde è la faccia. Ad un primo sguardo, non distinsi nulla del suo volto, celato com'era dalla massa confusa dei capelli e da un paio di occhiali con le lenti scure, come si usano per il sole. Si sedette nella sedia vicino alla mia, e tirò fuori anche lei un libro. Ne sussuJTòil titolo, mostrandomj la cope1tina, e rimase in attesa che le mostrassi il STORIE/DI LASCIA 49 m.io.Avrei voluto dirle che non leggevo più da tempo certi autori, ma improvvisamente mi mancava il coraggio per una simile superbia. Fino dalle nostre prime battute, comparve quell'ombra i1Tiducibiledi pesantezza e di materia di cui io sono fatta, e che non appa1tiene a Gemma. Lei è fatta di grazia e di vuoto, e, non fosse per un attaccamento fanciullesco e vorace al denaro come mezzo per la felicità, si potrebbe dire che la sua dote sia la sprezzatura dei santi. Come spiegarsi diversamente la benevolenza, lo sguardo senza giudizio che posava sulle persone; e quell'accoglienza senza parole, tutta di compassione e di letizia, che nascevano da lei senza sforzo? Le mostrai il mio libro. Lesse il titolo a mezza voce. "È molto bello," continuò voltando le pagine alla ricerca di qualcosa. "Un aborto non è un infanticidio, ma un assassinio metafisico". Mi guardò incerta, ma già ostinata a continuare: "Un'amjca di inia sorella Gilda andrà ad abortire domani: è povera, e il suo fidanzato ha appena iniziato l'università. Ne abbiamo parlato tanto ieri sera... Se dovesse succedere a me," annunciò decisa "non abortirei!" Come se pensasse di doversi spiegare meglio, sospirò fermandosi. "Ma, non è per quello che scrive lui" riprese indicando il mio libro. "Lui è un uomo, e capisce il concepimento filosoficamente, ma non può capirlo poeticamente' Eppoi, se l'abo1to è un omicidio, bisogna anche riconoscere che si tratta di legittima difesa: una vita contro un'altra... Un'idea assurda" disse scuotendo la testa, quasi volesse scacciarla dai suoi riccioli "che ci po1ta in un mondo popolato solo da assassine ... Invece," concluse con sollievo "tutto è molto più facile! lo non abortirei per non privarmj di qualcosa di mio, che nl.Ìpuò dare una felicità senza confronti, e credo che questo sia il desiderio profondo di ogni donna." Tacque, e io mi accorsi che avrei voluto ascoltarla ancora. "La tua famiglia cosa direbbe?" domandai, solo per permetterle di continuare. "Mi aiuterebbe!" rispose senza esitazione. "Zia Nenné si crescerebbe la bambina, e io potrei continuare a venire a scuola. Mia zia," nl.Ì spiegò con un sorriso "sulla scuola non transige, ci tiene moltissimo! A quella poveretta, invece, non l'aiuta nessuno ... Questo mi dispiace, che sia costretta a farsi una ferita tanto terribile; che non sia libera di essere felice! Comunque, noi le abbiamo dato tutti i soldi che avevamo, e io" disse con un'aria furba e tenera "ho pure rubato nella tasca di papà!" "E se se ne accorgeva?" domandai, vergognando1ni subito per avere fatto una domanda tanto ingenua. "Oh, penserà che sia stata Gilda! A casa nostra è sempre lei che ruba i soldi: a me e a Gabriella bastano quelli che ci dà zia Nenné ..." E così, in poco meno di dieci minuti avevo appreso l'essenziale su Gemma e la sua fa1niglia, e quello che sapevo mi riempiva di una strana nostalgia. Tuttavia, tenni nascosta la mia debolezza e la guardai con disapprovazione: rubare al proprio padre e lasciare ricadere la colpa sulla sorella, che vigliaccata! Ma lei aveva con1inciato a disporre ordinatamente i libri sul 1nio banco ed era tanto concentrata in quell'impresa insignificante, che non si accorse di me; ne approfittai per esan1inarla meglio. Non riuscii a fare molto, perché i suoi capelli intriganti ricadevano in avanti, coprendon1i la vista quasi del tutto. Fra un movimento e l'altro del capo, riuscii a scorgere la punta del naso, che 1ni sembrò piccola e arrotondata. TIsuo profilo, o quello che di esso vidi, 1ni sembrò delicato e senza asperità un profilo grazioso e anonimo, come se ne vedono molti.

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