48 STORIE/DI LASCIA affollano a imitare il distacco e quella nota sprezzante della grandigia che pare una dote inarrivabile. Sebbene a lungo non abbia capito in che modo, tu eri diversa da chiunque altro: c'era in te una grazia speciale che non partecipa all'acuzie dell'intelletto (e anzi da questo è distratta e allontanata) ma prende su di sé le cose, le COMPRENDE, in una specie di senso aggiunto affettuoso e inspiegabile. Credo si possa nomjnare: intelligenza dei sentimenti. Così una mattina, ti dissi che mi dolevano le reni, esito glorioso di una notte di amplessi con un amante straniero. TIsuo nome è Fuoco, aggiunsi con la bocca arida per l'audacia delle 111.ierivelazioni, e un sorriso fatuo sulle labbra. Mi sfinisce ogni volta çhe lo incontro, continuai senza sapermi fermare, e al mattino non vorrei più alzarmi! Ancora oggi non so perché dissi queste cose, perché ti scelsi a testimone di intimità roventi, di segreti che non ho mai amato dividere, essendo la mja natura protervamente esclusiva e determjnata a negare ogni dipendenza da altri. Cosa avrei detto se, passando per caso dinanzi ali' uscio dischiuso su una classe di adolescenti, qualcuno mi avesse udita; quali argomenti - fra i tanti e diversi della dialettica di cui vado fiera - avrei utilizzato? Ancora oggi non so dire che cosa mi spinse a quella inverecondia iniziale. A volte, a sua difesa e a mia, l'ho assimilata a certi incontri socratici, e ho capovolto in amore della conoscenza ciò che in me nacque da un impulso sconosciuto. Questa spiegazione, fra le altre di analoga, filosofica natura (quelle, fra tutte, che meglio si attagliano all'idea che ho di me e del mio animo), mi dori'à l'antica quiete gelida, e per un poco provo il distacco del maestro verso il discepolo riluttante. Allora mi dico che è solo questione di tempo; respiro a fondo e mi dispongo ad averne per me e per te. Ma poi, mi prende l'angoscia che il nostro tempo sia già tutto trascorso, e non so perdonarmi la debolezza di quell'esordio: da esso ebbe inizio ognj male. Forse parlai così per vanagloria, sentimento che mi anima quant'altri mai; ma forse, venni da te per tacitare il dubbio che sentivo nascermi dentro. Così, volli dirti subito quanto fossi desiderabile, come guerreggiassi le mie notti avvinta a un uomo; come ardessi alla sua fiamma e solo a quella; come il mio corpo si aprisse appagato al le sue carezze, e i I mio desiderio si propagasse in lui profondo e insaziabile. Volli dirti che gli uomini mi facevano femmjna. Posso aggiungere, a mia discolpa, che già allora - e benché possa apparirti una menzogna o, peggio, una stolida pretesa - pensai pazzamente di insegnarti qualcosa, non so neppure io cosa. Forse un modo di trattare con l'uomo, eterno avversario di ogni donna, e di servirsi di lui; una tecnica o un'aite per non lasciarsi ferire: e tu mi sembrasti così feribile! Sempre, con la mia stessa vita, ho voluto insegnarti qualcosa del mondo e liberarti dai suoi inutili conformjsmi; ho desiderato togliere dalle tue fragili ali il peso di certe pove1tà della mente, parto colpevole della povertà dei mezzi; ho voluto mostrarti che la libertà è indivisibile. Se sono sola, son.o tutta mia! - ti ripetevo, molto prima che per la terra co1Tessero i richiami delle donne a libertà dolorose e parziali. Volevo apprende1ti la solitudine come il più completo degli amori; volevo che non subissi il giogo della dipendenza da altri e che tenessi a suprema compagnia un libro. Io conosco questo appagainento e la fatica con cui da esso esco: costretta da una specie di istinto ferino, all'apparenza contrario alla mia indole, nella sostanza ubbidiente a questa e alla mia ragione più che ogni altro lato di me. Ma tu non eri solo la mia discepola, colei che doveva crescermi simile, come simili sono le fioriture di un unico albero. Dinanzi a te mi aprivo a me stessa, scoprendomi come un esploratore che incontri una terra sconosciuta e lontana. Finché me lo hai concesso, nessuna cosa di cui sono fatta mi sembrò meno che amabile; nessun difetto 1ru apparve insopportabile; nessuna illusione vana; nessun futuro precluso. La 1rua stanza di adolescente è quella che hai conosciuto la prima volta che venisti da me. L'ho divisa per qualche anno con la maggiore delle ,rue sorelle, ma di quel tempo non ricordo molto. A volte mi sembra che non sia trascorso veramente, ma che faccia parte di un sogno a cui ho assistito addormentata. Si trattò certamente di un letargo confuso, di quei periodi dell'esistenza dove nessun evento divide il prima dal dopo, sicché si stenta a ricordare se stessi, ciò che si faceva e cosa si provava, e l'unico passato posticcio è costruito sui ricordi di altri, sulla falsa pista delle descrizioni, sui com.menti che accompagnano qualche foto, dove compaio indecifrabile a me stessa. Una volta mi hai detto che non avevi nessun ritratto della mia infanzia; lo hai detto trasalendo, come se d'improvviso avessi compreso un'impossibilità o un segreto terribile. Te ne stavi già andando e ti proponevi di custodire qualcosa di me che non ti desse disgusto: una parte piccola, mai sfiorata dalla conoscenza, dove la fantasia e il tuo ricordo inesorabili non trovassero argomenti. Non ti ho dato il ritratto che chiedevi, perché io stessa non lo posseggo. Siamo venuti al mondo in sei fra sorelle e fratelli, e il mio individualismo ha dovuto farsi feroce per sopravvivere all'annientamento di essere quinta di una simile truppa. Da piccoli, credo, fummo tutti uguali per gli occhi severi di 1rua madre; di sicuro le nostre nascite non ebbero altro scopo che quello di fondare una famiglia numerosa, giacché, sebbene il primogenito sia stata una femmina, fino a me si alternarono due maschi. Fummo ugualmente allattati per qualche tempo - quanto? tre mesi, quattro, forse di più -; fummo tutti educati alle preghiere prima di dormire; come pure fummo accuditi e rimproverati da mia madre a cui sola competeva di farlo. Dicono che fossi una bambina che piangeva: immagino non piagnucolosa come accade a un temperamento capriccioso, quanto invece - a causa di una sensibilità acuta - facile alla commozione e alle lagrime senza singhiozzi. Qualcosa, della mia vita di allora, mi disperava: qualcosa di cui a tratti ho sentito ancora il richiamo e il gelo; un'onda di dolore così acuto e insensato da lasciarmi senza fiato. Di certo, conoscendo la mia vanità di adulta - la sua straziante profondità - proverai compassione per la ferita che mi veniva inferta tutti i giorni a causa di quella equanimità, stolta e ingiusta, dietro cui i genitori di prole numerosa si nascondono, giurando che i figli sono tutti uguali. Niente è più falso di un simile giudizio; niente è più amarainente saturnjno di un tale tentativo di divorare le differenze. Mia madre, allora giovane e inesperta di se stessa più che dei propri figli, non sfuggì a questa rassicurante semplificazione, e certo non mi riservò nessuna carezza o attenzione particolari. Di questo io dovevo piangere, sebbene non sapessi dirne le ragionj né a me, né ad altri; e quegli anni mi sono rimasti dentro muti, avvoltolati nell'oscurità in cui trascorsero. on conobbi la leggerezza fino a che non incontrai Gemma
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