Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

potesse essere, chiedeva consiglio agli amici ("per il momento" mi scrisse nella lettera che accompagnava il manoscritto "è bello cercare un titolo: c'è ancora una meravigliosa indefinitezza"). Decidemmo di chiamarlo, provvisoriamente (ed era un titolo che a me non dispiaceva: ho una riprovevole simpatia per i titoli paratattici), L'audacia, il silenzio, giustapponendo cioè i titoli delle due parti che costituivano e ancora adesso, nella sua versione definitiva, costituiscono il libro. Ho ritrovato in ufficio una cartella con il manoscritto, e sull'etichetta è scritto a matita quel titolo provvisorio. La mia prima reazione fu di sorpresa. Mi aspettavo il solito romanzo intimista, minimalista, compiaciuto, al tempo stesso pretenzioso e rozzo: e invece quella curiosa esordiente osava raccontarmi una storia vasta e ambiziosa, che aveva il largo respiro del romanzo antico - di quei romanzi lunghi e ricchi e pieni di fatti e di personaggi che hanno fatto la mia felicità dal giorno in cui ho scoperto il piacere di leggere. "Elle n'a pas froid aux yeux" pensai. usando per vecchia consuetudine questa buffa espressione francese che significa, chi sa perché, aver fegato. Perbacco: quella ragazza non aveva davvero freddo agli occhi: la sua scrittura, anziché chiudersi in uno psicologismo asfittico, si apriva, in modo del tutto naturale, su una prospettiva ampia e profonda, e ardiva raccontare un universo spazioso in cui ogni personaggio era legato agli altri da legami complessi e stratificati, e ognuno si portava dietro la pesantezza di un passato, di una intera storia, e intrecciata con quella c'erano altre storie, e tutte erano collegate fra loro in una trama articolata e mossa, e tenute insieme da uno sguardo che tutte le dominava e di tutte tirava i fili riuscendo a non perdere di vista i dettagli e gli sviluppi e le connessioni e le implicazioni ... Di questo - dovevo scoprire in seguito - Mariateresa aveva una tranquilla consapevolezza. Tant'è che quando le riferii il giudizio che il nostro consulente aveva dato sul romanzo, e in cui si accennava a una debolezza della struttura narrativa, lei si stupì, con molta calma ma con molta determinazione; prese atto, invece, con quella serena caparbietà che le era propria, del fatto che neanche a me, in definitiva, il libro sembrava proponibile per il catalogo Adelphi, e delle critiche puntuali che venivano mosse allo stile, alla forma del racconto; avrebbe continuato a lavorare, mi disse, nella direzione che le indicavo. Delle mie obiezioni e dei miei suggerimenti Mariateresa teneva conto (non so se in una di quelle conversazioni non fosse anche venuto fuori che eravamo nate sotto lo stesso segno, il Capricorno, e dunque entrambe tenacissime e ostinate). Anzi, mi ascoltava con una sorta di affamata curiosità, contenta, credo, di avere un interlocutore che al tempo stesso la stimolava e le dava fiducia, spronandola però sempre a un maggior rigore, a una più sorvegliata asciuttezza, a una vigilanza costante, per evitare o eliminare i luoghi comuni, gli stereotipi, le banalità. Di fatto, un po' mi dispiaceva che non pubblicassimo il romanzo: perché mi sarebbe piaciuto fare insieme a lei, accanto a lei, quello straordinario lavoro che può essere un editing quando anziché imporre all'autore una sorta di gabbia normalizzante cerca di tirarne fuori tutte le potenzialità non realizzate. Anch'io - come a quanto pare altri dei suoi primi lettori - le chiesi subito, alla seconda telefonata, se ammetteva il suo debito nei confronti di quello che è probabilmente il più bel romanzo del Novecento italiano, vale a dire Menzagna e sortilegio; con mio enorme stupore mi rispose di non averlo letto2 . La nostra storia di voci andò avanti. Le dissi, a un certo punto, che mi sembrava necessario sviluppare la pa1te centrale, molto ellittica nella prima versione: bisognava dare al lettore maggiori elementi per capire il risentimento di Chiara nei confronti del STORIE/DI LASCIA 45 padre; lei fu c1·accordo,e dopo l'estate mi inviò il nuovo capitolo: aveva "faticato un poco", mi diceva nella lettera, ma ne era contenta. "Vorrei che ci sentissimocome d'accordo al suo rientrodalla fieradel libro; i suoi suggerimentimi servonomolto3 • A propositodellafiera," aggiungevaconquelsuo tonoperentorio"mièsembratoche l'orizzonte del mercato letterario sia alquanto in pericolo...", e concludeva: "Ormai bisogna avere l'orrore del pieno: quello del vuoto nonesiste più". Il capitolo mi piacque, e glielo dissi. Poi, per alcuni mesi, le telefonate si diradarono. Lei mi chiedeva, di tanto in tanto, dei consigli: chi potessero essere i lettori giusti per il libro, quali le case editrici. Finché, verso la fine del '93, mi chiamò per dirmi che Feltrinelli avrebbe pubblicato il romanzo. Era contentissima, e io lo fui quanto lei; le chiesi a quale editor lo avrebbero affidato, le raccomandai di lavorarci ancora. Mi disse che sarebbe venuta a Milano a firmare il contratto e a parlare con l'editore, le dissi di passare da me, che era un'occasione per incontrarci; mi disse che l'avrebbe fatto ce,tamente; poi però mi chiamò da Milano e mi disse che non poteva, che doveva ripartire subito, le dissi "non fa niente, ci vedremo quando verrai qui a lavorare sul libro". L'ultima volta che l'ho sentita è stato circa un anno fa. Mi telefonò per dirmi che si sposava, e per invitarmi al suo matrimonio; le dissi che mi sarebbe piaciuto moltissimo, ma che davvero non potevo. Le dissi, come si fa in questi casi: non mancherà occasione. Quando mi hanno elettoche era morta la mia prima reazione è stata quella- infantile, egoistica, feroce-che avrebbe potutoavere la Chiara bambina clicui racconta Passaggio in ombra: ho pensato che era un'ingiustizia, che non avrei mai più avuto la possibilità di incontrarla. Un mese fa ho aperto la busta lasciata insieme ad altre sul mio tavolo ed è stato come un'epifania. Eccola di nuovo, Mariateresa. E avrei voluto chiamarla, dirle che il titolo era bello, che la copertina mi piaceva molto.

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