Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

44 STORIE/DI LASCIA inciso nella sua fibra (nel suo inconscio e spesso nel suo status) il segno occultato: un rischio che è quello della chiusura, e per questo è più forte nelle società più chiuse. Il tradimento è però dei padri, così come la fedeltà appartiene alle madri. Ritratto di società meridionale e di famiglia meridionale, Passaggio in ombra è raccontato in prima persona e in flashback dalla protagonista Chiara, dal basso, dall'infimo della sua caduta e della sua solitudine rivendicata, scelta, e disperatamente, impotentemente rivoltosa contro padri che non si è osato "uccidere". (Non è un'antica Beatrice Cenci, Chiara, e non sa adempiere alla possibilità del parricidio perché è forse la complicità stessa delle altre donne a impedirmela, è la complessità dei legami, il laccio e l'ordine della famiglia. Dall'infimodellacaduta ma,qui la grandezza del libro,dall'alto dell'esperienza aurea (D' Auria: il cognome non è certo casuale) dell'età felice, quella in cui anche la tragedia è vita, in cui il mormorare o il gridare della vita invade e travolge con i suoi fiati e con le sue luci, con i suoi sbalordimenti e con una gamma di possibilità che paiono infinite. "C'è" pur "stato un momento in cui la felicità brillava in ogni cosa" (p. 131). ma contrariamente a quanto pensava donna Peppina-per la quale, avendo già le donne della famiglia "pagato tutto" la "stella" di Chiara non può che essere splendidamente luminosa-la caduta, più volte annunciata, è obbligatoria; è scritta nelle cose della vita e del mondo "Perché le cose che devono accadere, ormai, Chiara lo aveva capito con chiarezza, sono mescolate nel mondo senza un ordi,{e preciso e si sfiorano fra loro, e con le altre cose dell'universo, fino a quando non giungono in prossimità di un punto di attrazione dove finalmente possono compiersi" (p. 66) e non, come pensa Tripoli, dando luce di eccezionalità all'esperienza di uno (lui) bensì precipitando i destini di tutti, dal!' alto del mito, al basso della banalità. Per questo Francesco il finto-eroe, dopo le prove dell'adolescenza "aveva avuto un solo desiderio: conservare più a lungo possibile, forse per sempre, la libertà di non avere nessuna forma" (p. 83), di poter essere estraneo ali' osci liazione della forma tra il paradiso dell'infanzia e l'inferno della caduta. Tutto si gioca nell'infanzia, è scritto nell'infanzia; la caduta è scritta nel registro genetico e nel destino fatato d'ogni creatura. Ecco allora che, per sfuggire, al dolore, si sceglie la fuga, la malattia, la follia. "li caso, o l'ineluttabile fatalità", dice Chiara (p. 167), "mi hanno insegnato che la ragione è sconfitta dalla vita ben più che la follia, e che questa, infine, è l'estrema difesa inviolabile del l'esistenza di ognuno". Ecco dunque la sconfitta scontrosa, la disillusione assoluta, la morte disperata. Finito di "bruciare del fuoco che l'avvenire sconosciuto accende negli animi ingenui" (p. 209), ci si consuma stancamente di una ringhiosa solitudine, che invoca a unico ristoro la pazzia. Eppure ... Eppure tutto ricomincia in eterno come nella nenia infantile che è specchio di romanzo, perché specchio della vita: "C'era una volta un re/ seduto sul sofà/ che disse alla sua serva/ raccontami una storia/ la serva cominciò/ c'era una volta un re/ seduto sul sofà ..." (p. 266), ancora, e ancora, e ancora. Mariateresa sarebbe diventata, non fos e morta, una grande scrittrice, ma lo è già così con un solo romanzo compiuto. Si saluta l'apparizione di questo libro così ampio, trascinante, colorato, vitale e doloroso, con un sordo rancore verso la sorte che ha strappato alla vita una donna di talento e che ci impedisce di poterla seguire in altre sue immaginazioni, invenzioni, costruzioni. Un "passaggio in ombra" è stato anche il suo, breve e però pieno di luce, in cui senso si è raccolto-motivo di gioia per il lettore che si allontana dalle sue pagine con la malinconia di un distacco finale - nella luce di un romanzo assai bello. RICORDO DI MARIATERESA Ena Marchi Mariateresa io non l'ho incontrata mai. Di lei ho conosciuto soltanto la voce. Quando è morta, ho guardato a lungo, con accanimento ottuso, i ritagli di giornale che parlavano di lei, cercando, in quelle pallide fotocopie, soprattutto i suoi occhi, che non avevo mai visto. Su quei giornali c'erano lettere commosse di persone che come me conoscevano soltanto la sua voce, per averla sentita alla radio. Allora ho pensato che anche per me Mariateresa sarebbe rimasta per sempre nient'altro che una voce. La nostra storia di voci cominciò nella primavera del '92. Mio fratello, militante del partito radicale, mi chiese se una sua amica poteva telefonarmi e mandarmi un manoscritto. A quell'epoca lavoravo in Adelphi da due anni, e mi ero ormai assuefatta - dopo averla scoperta in un primo tempo con disarmata incredulità l'avevo accettata poi con rassegnato cinismo - a una realtà che a chiunque lavori nell'editoria da più tempo di me appare come un'evidenza assoluta: e cioè che le più oneste e insospettabili fra le persone che conosci da anni, integerrimi padri di famiglia o eruditi e pensosi professori universitari, hanno tutte, nascosto in un cassetto, il manoscritto di un romanzo - nel quale solitamente si effondono sul profumo dei biscotti fabbricati dal la zia o espongono le loro dolenti, prolisse considerazioni su un vasto universo che si estende in genere dal loro ombelico ai più svariati domini. Sicché la richiesta di mio fratello mi sembrò sleale: se ci si metteva anche lui ... Sentendomi riottosa, e forse nell'inconsapevole intento di solleticare un qualche mio snobismo politico-mondano, si diede allora a illustrarmi il "personaggio", precisando anche, per finire, "e poi è stata la segretaria di Marco" 1 • Alla mia replica "Marco chi?" dovette provare, oltre alla legittima indignazione del proselito,.anche una certa frustrazione per l'inefficacia dei suoi argomenti. (In effetti, allora come sempre in seguito, iIpersonaggio politico Mariateresa, per quanto importante fosse questo aspetto della sua esistenza, non mi ha mai interessato; né mai è accaduto che parlassimo di politica. Ciascuna di noi, credo, immaginava l'altra su posizioni assai lontane dalle proprie; così abbiamo sempre preferito parlare d'altro). Alla fine gli dissi "va bene, dille che mi telefoni": per fargli piacere, e anche per la voglia di assecondare quella speranza, o illusione, che si annida in ogni editor o lettore di professione e lo spinge ad avventurarsi, ogni volta di nuovo, nella lettura di un manoscritto, come per una scommessa: e se fosse questa la volta buona? Mariateresa mi telefonò, dunque, e la prima cosa che mi colpì fu la sua voce: lievemente rauca, come spezzata, e insieme con qualcosa cli fervido, di accorato - di appassionato. Ci mettemmo d'accordo che mi avrebbe spedito il manoscritto. Ricordo che arrivò stampato in un corpo minuscolo, e io le dissi che se voleva farsi leggere dagli editori doveva presentare i testi nel modo più attraente e gradevole. Feci fare un paio di fotocopie molto ingrandite, ne diedi una a un consulente della casa editrice e cominciai a leggerlo. Il romanzo non aveva titolo. Lei stessa si interrogava su quale

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==