36 ALGERIA/BENHADJ di progredire. Crediamo in un dio, ma vogliamo avere il diritto di poterne dubitare. E questo è inammissibile per loro. In un conflitto in cui le parti lottano muro contro muro, c'è lo spazio per esprimere posizioni più articolate? Sicuramente sì. Quella algerina è una società molto combatti va. Non è un caso che Touchia sia prodotto dalla tv di stato. Ogni giorno mi compiaccio di vedere che ci sono giornali algerini che rendono conto del la complessità e della ricchezza del le posizioni. Non è come appare sulla stampa italiana, che appiattisce sistematicamente tutte le contraddizioni. Abbiamo parlato delle donne. Bene, se ci sono oggi donne combattive nel mondo, queste sono in Algeria. È per me una consolazione pensare che da questa merda possa uscire qualcosa di buono, che questa combattività sia in grado di ripercuotersi positivamente sui paesi occidentali. Stanno dimostrando che si può resistere. È un esempio per tutti noi che stiamo in Occidente. Leggo continuamente della campagna del papa contro l'aborto e la contraccezione e temo che si arriverà a mettere in discussione anche il divorzio. Sono molto preoccupato di questa chiusura, perché l'integralismo nasce da queste cose. Spero che l'Algeria e gli altri paesi che stanno vivendo il conflitto in modo così clamoroso facciano un po' scuotere gli occidentali. Che suonino da campanello d'allarme. A cosa attribuisci la disinformazione dei giornali italiani? È più facile dire: Algeria: oggi IO morti. È questo che fa spettacolo.C'è invece bisogno di analisi articolate perché la gente abbia degli spunti per riflettere.Sull'Algeria, ma soprattutto su se stessa. Ma non è solo una questione di analisi: anche le notizie, Un'immaginedel film Louss. quelle vere, vengono sistematicamente sottovalutate. Quando diecimila donne scendono nelle strade a manifestare, dopo che gli integralisti le hanno minacciate di morte se solo si fossero azzardate ad uscire, ecco, questa è una notizia da prima pagina. È lì che passa il fronte di resistenza della democrazia, e non solo di quella algerina. Perché se l'Algeria cade, siete fregati tutti. Una cosa trascina l'altra, non potete pensare di vivere in società chiuse e dire: l'Algeria è lontana, c'è il mare che ci divide. La gente non si rende conto del pericolo, preferisce non sapere. E i mezzi di comunicazione, che in Italia sono in mano a persone che hanno interessi in molti settori dell'economia, di certo non l'aiutano. La cosa da fare è spiegare meglio dov'è il problema, che non è un problema di religione; bisogna' vincere il bisogno di semplificazione che prende la gente. Per finire, ci puoi dire qualcosa sui tuoi progetti? Sto preparando un nuovo film: sarà il mio primo film italiano. È ambientato a Roma e racconta l'incontro di due bambini, un italiano e una cinesina. Anche questa volta i miei protagonisti sono degli emarginati: dopo gli handicappati, le donne, questa volta i bambini. È la storia di un bambino che vive vendendo fiori ai turisti in Campidoglio. Un giorno scopre che una piccola cinesina, come un animale estraneo, è penetrata nel suo territorio per sottrargli parte del guadagno. I due prima si combattono, poi, superando la diffidenza e il razzismo, diventano amici e decidono di rifiutare la vita da adulti cui li hanno costretti e scelgono di giocare e sognare come fanno tutti i bambini.
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