Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

della sua vita, e mi diceva delle cose che ho compreso solo molto più tardi. Ora so che aveva il linguaggio di qualcuno che è esiliato dalla propria vita, per lei la vita era il cammino dei Tuareg e ha continuato a camminare da ferma con le parole. Lei mi diceva: "Le parole sono ciò che mi resta ora, per andare verso il mio passato, per ritrovare le piste dei nomadi". Un'altra dimensione, presente in maniera forte, è la luce del deserto, "una luce presenza", un "distillato di sguardi passati" e allo stesso tempo una presenza che ti segue mentre cammini. Ci puoi spiegare meglio? Nel deserto ciò che è impressionante è la luminosità e il silenzio. Davanti a questo spazio illimitato fuoriesce un sentimento di umiltà, ci si sente un granello di polvere e di fronte a un cielo così intenso, mai attraversato da una nuvola, si ha l'impressione di essere perduti. Anche se ci si sente chiusi e perduti in quest'immensità, non si è soli, c'è un'essenza divina in questo paesaggio. Si ha la sensazione che il cielo, di fatto, sia un enorme occhio che ti scruti in permanenza. Da ragazzina, qualche volta, sulla mia duna, ero colta da momenti di disperazione perché capivo che non avrei mai potuto attraversare quello spazio, e mi sentivo rinchiusa, ero in quello stato, perché non avevo mai camminato con mia nonna. D'altra parte, per ritornare alla domanda, questo distillato di sguardi non è solo quest'occhio unico. Mia nonna mi diceva che i nomadi non lasciano tracce, né rovine da nessuna parte, camminano soltanto. Anche quando da secoli non saranno più là, resteranno i loro occhi. I loro sguardi sono talmente attratti dagli orizzonti che continueranno ad abitare questo dese1to. Io mi immaginavo, dopo aver sentito questa spiegazione tante volte, che tutta quella luce così intensa non foss'altro che il riflesso di tutti quegli sguardi, di tutti quelli che erano passati di lì, morti o ancora viventi. Ti riferisci agli uomini blu come a coloro che ebbero "l'intelligenza dei primi uomini che capirono che per vivere bisognava spostarsi. E l'intelligenza degli ultimi uomini che jiiggiranno le apocalissi dell'immobilità e cercheranno di trovare (...) la serenità del cammino su terre aperte alla ftiga dei pensieri". Secondo te come si fa a reinsegnare agli uomini contemporanei a camminare, a pensare al cammino in questa prospettiva? Il pensiero di qualcuno che cammina è libero dalle contingenze. Personalmente non posso passare una domenica senza aver camminato perlomeno cinque o sei ore. Se ho un problema con un testo l'unico modo è di lasciarlo e di andare a camminare, solo così posso liberarmi di tutto e far riaffiorare ciò che mancava. La società dei consumi ha ingiunto l'immobilità, la televisione bombarda la gente di immagini e nega il movimento, la scoperta di altri punti di vista. Come si può reinsegnare alla gente a camminare? A questa domanda non so dare risposta. Ero immobile nel deserto e, allora, ho viaggiato unicamente con le parole. Paradossalmente da quando sono partita non ho mai smesso di camminare. Mia nonna mi diceva - e questa frase credo di averla messa da qualche parte in Gente in cammino: "I mari sono come i deserti: sono dei grandi spazi ai bordi dei quali l'immobilità è un'eresia". Dal movimento dei grandi spazi veniamo al "volo della voce", all'acuto e modulato grido delle donne, all'aperto o fra le mura. Dai molte definizioni dello yu-yu, dici che era per le ALGERIA/MOKKED3E3M donne "tutto ciò che manca al loro destino. Lo yu-yu era la scintilla, lo sfolgorio di cui erano prive le parole". Si potrebbe dire dello yu-yu, che è una forma dell'indicibile nel senso in cui lo intendeva Wittgenstein? Il filosofo viennese affermava che la mistica o la forma del linguaggio, o i sentimenti non possono essere espressi si possono solo mostrare. Quando le donne danno in yu-yu è un grido gioioso che turbina e poi vola via. È un volo, quello che manca loro, verso la libertà. Non si può trovare una definizione unica allo yu-yu per questo io ne do differenti interpretazioni. Lo yu-yu può dire l'indicibile così come, ad esempio, il riso. Ci sono persone che scoppiano a ridere quando ricevono un grosso dolore, altri che ridono d'ironia, o di gioia. Credo che lo yu-yu partecipi dello stesso slancio del corpo, che esprima uno stato dello spirito, nel mio libro ho cercato di indicarlo. Nella mia infanzia lo yu-yu mi aveva affascinato per il fatto che turbina e prende il volo. Quando le donne, durante la guerra, apprendevano la morte degli uomini o di altre donne uccise dalle armi o dalla tortura, questo grido che si levava ero uno yu-yu di ribellione, significava che non erano morti per niente, ma per una liberazione futura. Per me lo yu-yu durante l'infanzia rappresentava questa libertà. Sempre nello stesso libro, descrivi un quartiere molto mediterraneo: abitato da famiglie spagnole, maltesi, siciliane. "L'accento pied noir vi si trovava accordato a tutte le consonanze che costellano il Mediterraneo (...) le mamme andaluse e calabresi facevano la maglia davanti alle loro porte cantando per se stesse e per le vicine le serenate dell'altra riva del mare... ". È possibile pensare, e in che termini, a un futuro mediterraneo? Quello che sta succedendo sulla riva sud del Mediterraneo è una fiammata d'integralismo, o meglio non bisogna aver paura delle parole, una fiammata di fascismo, che crea una frattura ali' interno di questo mare. Ma gli algerini, quelli che come me hanno avuto la possibilità di accedere ai libri, hanno capito che il popolo algerino e il "popolo magrebino" in generale sono frutto di incroci millenari. In Algeria ben prima della colonizzazione c'erano ebrei e spagnoli soprattutto a Orano oltre a maltesi, siciliani e calabresi. Gli algerini democratici hanno una forte coscienza di appartenere al Mediterraneo. lo mi sento molto più vicina a una spagnola, a una francese o un'italiana che non a un'iraniana, solo perché parlo arabo. C'è una frase di Bruno Etienne che amo molto: "Il Mediterraneo è un continente liquido con confini solidi e abitanti plObili". La trovo molto vera: la genti non hanno mai smesso di attraversarlo da parte a parte. Se si pensa a una delle epoche più belle della civiltà mediterranea, la cultura araboandalusa, che frutti splendidi ha generato l'incrocio, la compenetrazione della cultura ebraica, araba, berbera, africana e spagnola. Allora, mi dico, verrà un giorno, in cui nella sponda sud avremo ottenuto la democrazia, e se in quello stesso giorno l'Europa del nord avrà smesso di considerare i magrebini, secondo il cliché dell'immigrato povero e ignorante e, nello spezzare quest'immagine, gioca un ruolo molto importante la diaspora degli intellettuali algerini, avrà anche compreso la ricchezza culturale della riva meridionale del Mediterraneo. Allora forse si potranno riannodare i rapporti tra l'Europa e questo mare antico. Nel mio ultimo romanzo L'interdite, parlando del Mediterraneo dico che la risacca del mare che accarezza Tangeri, Alessandria, ci dà i brividi anche al di là, a Roma, a Barcellona e a Perpignan.

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