32 AlGERIA/MOKKEDEM o ad Aix), quando venne perseguitato anche nelle scuole dell'obbligo, il tizzone si accese con la c1isi cabila del 1980... Le lingue, quindi, ognuna nella sua area, regionale o sociale, e condannate a domicilio coatto; fra loro, una no man' s land. Si insediava il bianco smorto: quello del vento della solitudine, quello del gelo. Il peggio si raggiunse nella metà degli anni '80: si apriva a tutto andare il rubinetto del consumo in diretta delle immagini (di non-immagini, per la maggior parte) della televisione francese, o meglio, dei serials americani tradotti in francese; nel contempocol pretesto del risparmio- si decideva di arrestare la circolazione di tutta la stampa d' opinjone di provenienza estera; si affamavano i ricercatori e i veri lettori, una minoranza, è vero, per la quale i libri contavano però tanto quanto il pane ... All'Università si arrivò al punto di far smettere l'insegnamento delle principali lingue europee, ali' eccezione del francese e dell'inglese - quando tutta una parte della memoria algerina è a tutt'oggi inaccessibile negli archivi spagnoli, italiani e turchi ... L'opera quindi (Najma, Lo straniero, ma anche La nausea, La lettera al padre, Il Dottor Zivago ...), le opere, perché non-tradotte nella "lingua nazionale", messe al bando. Messe al bianco. Il bianco sporco di una censura lecita e indolente? ... Piuttosto, direi, il bianco sfolgorante del cercruo accanto al cuore del bersaglio. Queste opere che avrebbero aguzzato le giovani coscienze, era importante tenerle schedate. Non farle volar via, a raggiungere il punto di non-ritorno: perché il lettore cruede e interroga e, nel loro speccruo, si sarebbe sentito meno inerme. • Fra creatore e lettore, che fosse in francese, in arabo o in berbero, si stendevano i confini interiori di un'Algeria "nuova'\ vale a dire frammentata, sigillata col piombo ad ogni pensiero nutrito altrove - ma nel contempo, l'Algeria così dissigillata - ferita ape11a - fu commessa aj mercati di fiera, dei "media" di ogni orizzonte, ivi compreso quello di una religiosità deviata. In questo non-detto del deserto culturale, per vie traverse, ha iniziato ad influire l'inudibile scricchiolìo della frattura attuale ... Il bianco del silenzio; quello, anche, della pagina che attende invano il testo originale e il suo doppio tradotto, col rischio di essere un poco tradito. Il bianco della scrittura, nell'Algeria non-tradotta? Per ora, l'Algeria senza scrittura, nonostante tutte le azionj dello scritto, nonostante le ire o nonostante i gemiti. Per ora, ahimè, un'Algeria dove il "senza" della scrittura fa rima con il sangue 2! Come po11are quindi il lutto per i nostri amici, per i nostri confratelli, senza dire dapprima il perché dei funerali di ieri, quelli dell'utopia alge1ina? Bianco di un'alba - fra la notte coloniale e il giorno che si alzava? "Quadro bianco su sfondo bianco" intitolava Malevitch, e intanto - all'inizio di questo secolo - esclamava: "Ma questo deserto è pieno della sensibilità oggettiva che tutto penetra!" Nella luminosità di quel dese110, nel ritiro della scrittura in cerca di una lingua fuori dalle lingue, applicandosi a cancellare ardentemente in sé tutte le furie dell'auto-divorazione collettiva, ritrovare quel "dentro alla parola" che, solo, resta la nostra patria feconda. ote Parigi, agosto 1993. Per Littératures du Parlement International des Ecrivains. Copyright Assia Djebar. I) La zéìwiya è la sede di una confraternita religiosa che funge da centro di trasmissione del sapere islamico tradizionale. 2) Ho cercato di rendere con questa frase l'intraducibile assonanza del testo francese, dove l'autrice utilizza le espressioni sans écriture, sang écriture .. Malika Mokkeclem ZOHRA E LEYLA, DONNE IN CAMMINO Incontro con Costanza Ferrini Malika Mokkedem, originaria di un villaggio dell'Algeria meridionale, comincia a studiare medicina all'Università di Orano e nel 1977 si trasferisce in Francia concludendo gli studi a Montpellier dove tuttora vive ed esercita la professione di medico in un quartiere di immigrati. Nel '90 esce il suo primo romanzo Les hommes qui marchent che appare in italiano presso Giunti nel 1994, come Gente in cammino. Con questo libro vince il premio "Littré" in Francia e il primo premio letterario laico in Algeria istituito dalla Fondazione Nouredine Aba. Nel '92 dà alle stampe Le Siècle de sauterelles e nel '93 L'interdite. Gente in cammino è la storia di due donne: Zohra, la nonna Tuareg e la giovane nipote Leyla in un villaggio ai confini del dese1to algerino. Una duna, per la nonna, avamposto per accogliere con i datteri il passaggio della sua gente,o talvolta solo per riassaporare il sogno della marcia del passato; e per la nipote Leyla, un rifugio in cui sognare la libertà delle parole, espandendo gli echi dei racconti nell'immaginazione delle leggende degli uomini blu. Leyla è nata sedentaria, ma vuole sfuggire all'immobilità, Zohra è nata nomade ed è stata costretta a fermarsi per le vicissitudini della vita, ma le sue narrazioni continuano a farla viaggiare. Il movimento di queste due donne è parallelo: l'uno avviene attraverso le parole della narr~zione orale che si perpetua in un sogno, l'altro attraverso le parole scritte nei libri che volano al di là degli stretti confini del villaggio, ma enb·ambe attraverso le parole sfuggono all'immobilità della sedentarietà, dello status quo. Il personaggio di Zohra definisce delle proprie categorie di spazio e tempo, quando dice ad esempio "il tempo è una cosa da sedentari" o ancora "lei era nel movimento, scivolava con il tempo e con lui galleggiava". Si può dire che il passo della marcia è ciò che regola questa dimensione spazio-temporale? Zohra era mia nonna e il passo, per lei, misurava il tempo e lo spazio. La sensazione di tempo e di spazio era insieme un qualcosa di fisico, ma nel cammino c'è anche una dimensione di sogno. Nella marcia attraverso il deserto, dopo qualche ora - mi raccontava lei - insorge una specie di ebbrezza generata dalla fatica, non si cammina solo con i piedi, ma con tutto il corpo. D'altra pai1e lei era una poetessa, una cantrice della tradizione nomade e il miglior modo per camminai·e - mi diceva Zohra - era di prepararsi dei racconti, delle poesie, delle storie che poi si sai·ebbe raccontata strnda facendo per non pensare alla fatica. C'è un momento in cui il corpo in movimento soffre ed è lo spirito che prende le redini e guida il corpo in una specie di ebbrezza attraverso il sogno. È diventata sedentaria in un momento tardivo
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