Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

confrontati anch'essi alla diglossia, con la presenza di una o due lingue seconde. "Si può dire" conclude "che l'Algeria ha la capacità di fare un problema enorme di qualcosa che, all'inizio, era una superiorità!". Sull'esempio (prestigioso) di Bataille che, il giorno della dichiarazione della guerra del 1939, comincia il suo racconto Il colpevole (''inizio a causa degli avvenimenti, ma non ne parlerò..."), per quei pochi sc1ittori in cui fermenta l'algerinità è forse ora di intraprendere i testi ai quali possono sentirsi costretti, non più in ricordo di un passato coloniale in cui si è svolta la loro infanzia, ma alla luce delle minacce presenti sulla terra, pur lasciata, dei propri antenati. Ho detto "algerinità", concetto ben più ampio di un'identità algerina buona per i documenti: così come ieri includeva Camus e Roblès, Ferraoun e Kateb, essa può oggi altrettanto bene riunire Derrida e Mohammed Dib, Hélène Cixous e me stessa ... La scrittura e l'Algeria come territorio, il deserto della scrittura "ce qui, du blanc indéfini qui entame, reconstitue la marge", come diceva ne11'86 il poeta André du Bouchet, nella casa di Holderlin, a Ti.ibingen. E il bianco dell'Algeria, "disaccordato come dalla neve"? Ora ci torno. Ho dato l'impressione di attardarmi sulle rovine di un sapere decadente, il cui patetico scacco avrebbe dovuto annunciarci ben prima i prodromi di un'esplosione, quella dell'ottobre '88. Seicento cadaveri di giovani al sole; questo salasso che ha sbiancato in volto l'avvenire non ha avuto diritto alla benché minima commiserazione liturgica in una delle tre lingue o in una sinfonia delle tre unite insieme: dove giacevano dunque la poesia, le sue vette e i suoi abissi? L'afasia non era più condanna; una maschera su un volto stralunato ... Kateb Yacine, che ritrovavo a Bruxelles un mese più tardi, taceva; si accaniva a tacere. Quando, poco dopo, decise di esiliarsi nuovamente per scrivere (scrivere la sua rabbia, senza dubbio), la leucemia - malattia bianca - se lo portò via ... Certo, la "apertura" che seguì sulla scena politica permise il pltu-ipartitismo e, si sperava, la democrazia: ben fragile, questa, e pronta, per finire, a darsi ai giocolieri! poi, dopo l'assassinio in diretta del capo di Stato, un lunedì del giugno '92, l'ingranaggio. Due settimane prima dell'assassinio di Tahar Djaout, a Parigi, in occasione di un pubblico omaggio reso a Mohammed Dib, esprimevo la mia angoscia di fronte al vicolo cieco in cui il noncomunicabile, diciamo il bianco del malessere algerino, spingeva innanzitutto gli scrittori: La fiera del vento, voi dite La viaggiatrice degli auge/li, essa, la qual terra Algeria, La fiera alleata, piedi nudi nella sabbia, capelli scarmigliati e ventre rigorifio, l'Algeria dell'ombra Ha marito quei volti d'angelo svettanti in pieno sole, laggiù ha truccato i loro occhi di collera danzante Le loro gote di solitaria noia Le loro labbra di silenzio urlante Trent'anni dopo, in un cielo pesante, le parole compiono un cerchio completo e ritornano alla loro sorgente Esplodono, sedizione dello spazio: "Avvenimenti, stato d'assedio, forze dell'ordine, fuori-legge" E le vittime del caso, occhi spalancati, e le lacrime Tutto ritorna, ma in pietosa inversione. (Smarrimento insorto) ALGERIA/DJEBAR 31 Algeria, luglio 1962 Referendumsull'autodeterminazione. FotoKeystone/Sigma/G. Neri. In effetti, durante le sanguinose giornate di ottobre, l'insonnia che mi attanagliava il cuore per Algeri sotto coprifuoco e solcata dai tanks mi faceva cominciare un testo, "Alger déserf', rimasto in sospeso; ora la mia collera, rileggendo la traslucida poesia di Dib (che faceva appello a un aldilà dell'impotenza) trovava, grazie al silenzio di questa amicizia, come un inizio di sfogo. E capii che il deserto poteva colpire dall'interno la nostra parola. L'Algeria non-tradotta: le memorabili opere dei più importanti scrittori "nazionali" (Kateb, Dib, Ferraoun, Mammeri ...), tradotte quasi ovunque nel mondo, non lo furono per trent'anni nella "lingua nazionale"! Tutto ciò che veniva loro concesso era un po' d'attenzione da parte del pubblico delle università (sezione "lingue straniere") e l'inserimento, di tanto in tanto, in qualche scialba antologia per le scuole superiori. Ancora più grave: i tesori della letteratura orale con il loro raffinato dialetto - respiro del popolo algerino su secoli interi - non erano più diffusi dei primi; soltanto, a volte, trascritti. Non si illuminava che il tema, insistentemente ripetuto, della lotta virile di ieri, e non i gioielli d'amore, di nostalgia o di sincero misticismo dalla voluttuosa e tenera bellezza. Una lingua - l'arabo algerino vivente - per le colombe e per i poeti; non per i nuovi burocrati. Rispetto al berbero, a cui venne ben presto negata la diffusione nelle Università (occorreva allora elemosinare il sapere a Napoli

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