Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

30 ALGERIA/DJEBAR L'ALGERIA 111N BIANCO" DI ASSIA DJEBAR Claudia Maria Tresso l 962: dopo otto anni di lotta, l'Algeria conquista la sua indipendenza dalla dominazione coloniale francese. La gue1Tadi liberazione è stata una guen-apartigiana, che ha richiesto il sangue e l'impegno di molta gente: uomini e donne che parlano lingue diverse, che pregano in modi diversi, che mangiano cibi diversi... gente che, araba o meno, musulmana o no, vuole vivere libera e in pace sulla propria terra dopo tanti anni di manifesta ingiustizia. li gruppo dirigente che si instaura al potere in seguito a tale lotta è invece un gruppo assai ristretto (grazie a tutta una serie di epurazioni, spesso anche fisiche, dell'opposizione interna) di uomini dell'FLN che avevano guidato la liberazione. Un gruppo che si impone presto come mono-partito, escludendo la prassi democratica nel settore politico ed economico. Sulla scia del panarabismo di Nasser, il governo si orienta verso il socialismo reale dei paesi dell'est, facendo dell'Algeria un "modello arabo" del terzo-mondismo: le cospicue rendite petrolifere servono ad impostare un'industrializzazione pesante che possa dare origine a una fo11eclasse operaia; la democrazia si risolve nel sistema parlamentare a partito unico; l'esercito gode di "affidabilità" per la sua stessa composizione di ex-partigiani distintisi durante la gue1Ta. La forza di questo gruppo, inizialmente basata sull'appoggio popolare, si afferma poi piuttosto nella sua capacità di imporsi contro i residui della colonizzazione francese: il "nemico" resta la Francia, e il governo nazionalealgerino, pur nelle sue complesse alternanze, si fa più che portavoce di questa totalitaria posizione nella quale può convogliare il disagio sociale che la sua stessa politica alimenta. Così, in un clima di totale opposizione alla Francia, si impongono i virilissimi miti dei "padri della Patria", della lotta per l'indipendenza come unica "memoria storica" in grado di creare un sentimento nazionale specifico algerino (dove lo "specifico" è anche dato da una connotazione islamica che qui non stiamo a esaminare). L'identità nazionale sulla quale il mondo arabo (non solo nella sua pur maggio1itariacomponente musulmana) stava discutendo da circa un secolo e sulla quale erano state realizzate interessanti proposte di sintesi in seguito all'incontro/scontro con la cultura occidentale, viene radicalmente affermata in Algeria in base all'identità arabo-islamica. Ovvero, a livello linguistico, con una progressiva arabizzazione dell'apparato amministrativo, scolastico e medianico che culmina nella legge promulgata il 16 gennaio 1991 dall'allora presidente Chadli Benjedid (legge che prevede la progressiva arabizzazione, entro il I997, di ogni pratica dell'amministrazione e delle istituzioni interne sia fra di loro che nei loro rapporti con l'esterno). L'identità nazionale si afferma allora come radicalmente "araba" in quanto "non francese": un discorso ben prestoaccolto ed estremizzato al parossismo, negli anni a venire, dai gruppi islamisti che si fanno portavoce del malcontento interno (crescita incontrollata della popolazione, urbanizzazione selvaggia, disonesta gestione del denaro pubblico, potenziamentodell'apparato burocraticoe non adeguato sostegno allo sviluppo del settore agricolo, foni carenze nel settore sanitario, crisi degli alloggi, disoccupazione, etc.) e che anche a livello internazionale iniziano ad imporsi con forza evidente come elemento di aggregazione del disagio politico ed economico che travaglia i paesi arabi nel processo di mondializzazione in corso (crollo del progetto pan-arabo in seguito alla disfatta egiziana della guerra dei sei giorni, notevole calo delle rendite petrolifere, ruolo-guida economico sempre più forte dell'Arabia Saudita e contemporaneamente, in Occidente, estinguersi del modello socialista e fortissima crisi etica). L'Islam totalitario e assolutista degli islamisti diventa così un "valore -rifugio" spesso assai vagamente definito a livello religioso e in termini politici ed economici, ma assai concreto in termini sociali: imposizione del velo alle donne, micro-comunità con strutture economiche pressoché "autonome", aggregazione giovanile, forte presenza nelle scuole, nelle moschee, negli ambienti della periferia urbana e delle campagne. L'Islam, è fattonoto, si esprime in linguaarabae si è spesso storicamente opposto (essendone comunque altrettanto spesso ricambiato) alla cristianità di cui nell'attuale "Occidente" può essere individuata la continuazione: ecco così che la lingua araba e i sentimenti antifrancesi, fondamenti del nazionalismo proposto dall'FL , vengono fatti propri ed estremizzati dalle forze islamiste che convergono intorno al FIS (Fronte di Salvezza Islamico) e ai gruppi armati che ne deriveranno. Per un assurdo equivoco dovuto ancora una volta nella storia alla facile presa del manicheismo insito negli assolutismi ideologici, l'opposizione più forte, in Algeria, è alimentata dai princìpi del governo stesso! Ora, l'imposizione della lingua araba come "lingua nazionale" non coincide però affatto con la situazione linguistica reale, ovvero con le lingue utilizzate dalla gente. Questa è la considerazione che sta alla base dell'articolo di Assia Djebar qui riportato: l'arabo "colto", quello che accomuna la produzione mediatica, amministrativa, scientifica, giuridica, etc. dei paesi arabi, non è una lingua che esprime i sentimenti della popolazione, che nasce dalle esigenze comunicative di tipo quotidiano, no. Questa varietà di arabo (la linguafus-héì, ovvero "dalla grande eloquenza") è una sorta di koinè che trova origine nel testo del Corano e nella poesia preislamica ed è stata sempre usata quasi esclusivamente nella sua formulazione scritta: pur con una serie di evoluzioni lessicali e sintattiche notevoli, essa costituisce la lingua "colta" del mondo arabo (e di altri paesi islamici) fin da quando, nel'Vlll-X sec. d.C., è stata codificata e stabilita come lingua ufficiale dell'impero abbaside. I turchi ottomani, che si imposero sul mondo arabo dal XVI al XIX secolo, sostituirono ad un ce1to punto la loro propria lingua all'arabo, e quindi, tra la fine del XIX e l'inizio del XX sec., al turco si sostituirono il francese e l'inglese delle potenze colonizzatrici. Al di fuori del dominio dello scritto, intanto, la gente, segnata da una forte analfabetizzazione(basti pensareche in Algeria, allo scoccare dell'indipendenza, l'analfabetismo riguardava oltre il 90% della popolazione, con picchi più elevati per la popolazione femminile) continuava a utilizzare le proprie lingue, i propri "dialetti". Così, accanto alla lingua "ufficiale" del sistema, in Algeria si trova la lingua parlata (la déìrija, la lingua "corrente") dalle popolazioni arabe e il berbero, quest'ultimo proprio di una "minoranza" della popolazionedi cui occorre tener ben conto dato che corrispondea un quarto circa della popolazione stessa. In Algeria il francese, a differenza del turco, si impone non solo nell'amministrazione, ma anche nel campo dell'istruzione e dell'informazione, veicolando così tutta una produzione culturale di matrice occidentale destinata a su citare interessanti sintesi negli ambienti intellettuali locali. Ambienti intellettuali formatisi nelle scuole francofone (spesso missionarie, data la scarsa attenzione che il governo francese dimostrò verso l'istruzione della popolazione indigena) che verranno ben presto accusate (tanto dal totalitarismo dell'FLN quanto, sempre più violentemente, da quello di matrice islamista) di appartenere al "Partito della Francia" per il loro riferimento culturale ai valori della Francia stessa. Ma esiste forse una cultura che possa svilupparsi fecondamente senza sintetizzare elementi "altri"? Basti riflettere un attimo sullo sviluppo delle scienze che l'incontro/scontro con il mondo arabo determinò in passato sull'allora stagnante cultura europea.

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