Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

del suo cieco accelerarsi sottolinea certo la vanità del dire, ma anche la sua necessità. Una parola che non sia di passione, una parola che, tastando nel nero i limiti della sua portata, sappia la sua fragilità e anche la sua vacuità, se ormai è troppo tardi ... Ma, sotto il cielo plumbeo in cui si dispiega, che essa stani, per incominciare, le trappole e le ambiguità- e così il fatto che l'accaparramento "mediatico" di ogni resistenza intellettuale (com'era stato, prima del '92, lo spettacolo allestito da alcuni "folli di Dio", sfoci su null'altro che una nebbia più fitta, con la zona di bianco dei proiettori che amplifica il dese110 (parlo soltanto degli intellettuali algerini sull'orlo della vertigine e non, evidentemente, della solidarietà francese e di altrove che tenta di organizzarsi!) ... Da parte mia, infatti, sono ossessionata - lo ero anche prima di questa tempesta - del lungo e persistente stato di morbilità nel quale si è ritrovata la cultura algerina contemporanea: un discorso che secerne e attizza i fermenti latenti di discordia - non certo per l'usura del verbo politico, presto trasformatosi in cavilli, e la constatazione socio-economica rinchiusa nel suo sapere: no. Mi è spesso sembrato che, in un'Algeria sempre più franm1entata culturalmente (e dove la legislazione sessuale della tradizione ha rinforzato i chiavistelli), ogni parola di necessità si sbrecciasse prima ancora di trovarsi, alla luce tremula della sua semplice ricerca. Sono pertanto mossa soltanto da questa esigenza, di una parola di fronte all'imminenza del disastro. La scrittura e la sua urgenza. La scrittura per dire l'Algeria che vacilla, e per la quale alcuni già preparano il bianco del sudario. Ho vissuto in Algeria una buona parte dei trent'anni dell'indipendenza, in veste di universitaria: a questo titolo ho cercato di dibattermi, come tanti miei pari, e ben presto inutilmente, contro l'affermarsi di un sistema educativo la cui assurdità, o peggio imbecillità - nel senso della sua intrinseca, irrimediabile debolezza - ha precipitato tanti giovani (sempre più numerosi in seguito a una natalità voluta incontrollabile) in un costernante sottosviluppo culturale, nutrito, è vero, da una sete di giustizia sociale inasprita e frustrata. Sarebbe vano istituire a posteriori - ora che il segnale d'inizio del dramma o della tragedia è già stato dato - il processo di una politica che ha esaltato ad alta voce (attraverso le sue élites spesso diplomate alla Sorbona, e non soltanto uscite alla università e dalle zawiya I medioevali d'Oriente) un'arabizzazione di massa e a buon mercato, mentre intanto mostrava una preoccupazione di modernità concepita unicamente come tecnologica! Prima ancora che il pericolo islamista, alimentato da tutti i getti dello scontento popolare, apparisse opprimente, diversi intellettuali dell'opposizione hanno ben presto voluto denunciare il populismo manifestato da un autoritarismo narcisista, che approfittava delle ricchezze petrolifere nazionalizzate per mettersi in bella posa. Il mio proposito, più limitato, è quello di chiarire in campo culturale il mortifero punto in cui si è ancorata l'inestricabilità dello scacco. Negli anni Settanta l'Algeria ufficiale si ergeva a portavoce di un terzo-mondismo planetario, mentre nei suoi paesi, nei suoi villaggi e in ognuno dei quartieri popolari delle sue città (dove cominciava già a regnare la "malavita"), tutto quello che rientrava nel campo della comunicazione - e quindi della parola - si occludeva progressivamente ... Inesorabile, si infiltrava il veleno di quella che non temo di definire "una guerra delle lingue". La letteratura algerina - e bisogna sfogliarla a partire da Apuleio nel TIsecolo fino a Kateb Yacine e a Mouloud Memmeri, ALGERIA/DJEBAR 29 due contemporanei recentemente scomparsi - si è costantemente iscritta in un triangolo linguistico: - una lingua della roccia e del suolo, diciamo dell'origine, il libico-berbero che, tranne presso i Tuareg, perse momentaneamente la sua scrittura. - una seconda lingua, quella dell'esterno prestigioso, dell'eredità mediterranea occidentale od orientale, riservata - certo - a delle minoranze colte: quella che ieri fu l'arabo, a lungo tenuto all'ombra del francese ufficiale, e che oggi sta diventando il francese, marginalizzato quando è creativo e al quale non ci si interessa, nelle scuole superiori, se non come "lingua delle scienze e delle tecniche". - terzo partner in questa "coppia a tre", si presenta la più esposta delle lingue, quella dominante, pubblica, la lingua del potere: quella delle arringhe, ma anche quella, scritta, dei giuristi, degli scribi e dei notai. Così, il ruolo fu assunto di volta in volta dal latino (fino ad Agostino), dall'arabo classico (nel Medio Evo), dal turco (che ai tempi del "Regno d'Algeria" si impadronì del settore anmiinistrativo e di quello militare); dopo il 1830 entrò in scena il francese, in veste di apparato coloniale; e ora ecco, di nuovo, l'arabo detto "moderno", che viene insegnato ai giovani con il termine pomposo, a-storico, di "lingua nazionale" (a rigor di logica, la "lingua nazionale", o piuttosto quella dello Stato algerino che rinasceva dopo l'era coloniale, era stata per tre secoli il turco, e soltanto negli ultimi trent'anni l'arabo; quell'arabo è fors'anche "classico", ma soprattutto confinato e senz'anima - mentre la Nazione, lei, come tutte le nazioni, satolla il suo linguaggio con la sua propria linfa e la sua stessa verve, attraverso tutte le sue vicissitudini). La "guerra delle lingue" che ho prima evocato, io l'ho personalmente sperimentata, all'Università, in modo molto graduale. Così, all'inizio, ne ho forse sotto-stimato i sintomi quasi nevrotici: che certi laureati, parlucchiando con grottesca pompa un arabo scolastico o svuotato di qualsiasi pensiero, lenitivo quanto un latino da chiesa, si presentassero, tanto tempo dopo la guerra d'indipendenza, come nazionalisti improvvisamente aggressivi, ad arnii in resta contro la lingua francese - e all'occorrenza contro "l'Occidente" - questa conm1edia della bestialità umana, mi dicevo, ispirerà prima o poi un Flaubert o un Gogol' algerino ... Per farla breve, l'ingranaggio della mediocrità istituzionalizzata agì a due livelli: promuovere la "lingua nazionale" sui massmedia, per esempio, significava restringere d'autorità lo spazio vivente delle altre lingue - amputare alla radio, sopprimere alla televisione, i programnii francofoni e berberofoni. Secondo livello di discordanza in questo sterilizzante monolinguismo, la diglossia dell'arabo (con la sua struttura a variabilità verticale che poteva dare al bambino in formazione una preziosa agilità di spirito) fu la peggio gestita, comparativamente agli altri sistenii educativi arabi: a causa, certo, di una massiccia importazione di insegnanti medio-orientali, ma soprattutto per la messa al bando di tutta una cultura popolare veicolata da un dialetto vivace nella sua iridiscenza regionale e sottile per la sua forza di contestazione, di ironia e di sogno. Così, la negazione del genio di un intero popolo è proceduta di pari passo al sospetto nei confronti della niinoranza di scrittori francofoni la cui produzione, nonostante tutto o, in mancanza di meglio, in esilio, si manteneva. Di recente Jacques Berque, affermando che "l'islaniismo" si vuole una modernità materiale che rifiuta, nel contempo, ogni fondamento intellettuale, accenna ali' Algeria e alle sue scelte linguistiche: "Questo paese" dice "sta vivendo una situazione che non si è verificata in nessuno degli altri venti paesi arabi"

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