Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

28 ALGERIA/DJEBAR Assia Djebar IL BIANCO DELLA'LGERIA a cura di Claudia M. Tresso Assia Djebar, nata ad Algeri nel 1936 e da tempo residente a Parigi, prima algerina ammessa alla Eco/e Normale Supérieure di Sèvres, nel 1956 si preparava per l'agrégation in storia. In Algeria, infuriava la guerra: decise di non dare l'esame, partecipando così allo sciopero degli studenti a favore dell'FLN, e scrisse il suo primo romanzo, La soif Da allora, la sua storia è quella di una donna divisa fra l'attività di docente universitaria (ad Algeri, a Tunisi, ma tiene frequenti seminari anche a Parigi e in diverse Università del Nord-America), di regista (prima donna regista algerina, il suo La Nouba des femmes du mont Chenoua viene premiato alla Biennale di Venezia nel 1979), sempre più di scrittrice. Da tempo sta lavorando a una lunga autobiografia suddivisa in quattro romanzi: il primo, L'amour, la.fantasia (1985), è uscito quest'anno nella versione italiana con il titolo L'amore e la guerra, presso le edizioni Ibis, ma in francese è già uscito il secondo, Ombre sultane ( 1987),ed è appena,. stato pubblicato il terzo, Vaste est la prison. Nelle sue opere la "algerinità" traspare evidente al di là della lingua francese che pure padroneggia in modo vit1uoso,affiancando alla parola una musicalità d'incanto. Musicalità che si trova nei racconti di Femmes d'Alger dans leur appartement ( 1980, tradotto nel 1988 da Giunti nella collana "Astrea"), incanto che pervade la storia delle donne ai primordi dell'islam in Loin de Médine (del 1991,anche questo tradotto in "Astrea" di Giunti, 1993): questo resta per me il capolavoro della Djebar, proprio per il suo sapervi coniugare la storia e la letteratura, l'approccio arabo e quello occidentale, l'oralità tutta femminile e la scrittura troppo spesso succube della "virilità". La sua "algerinità", Assia Djebar la esprime pensando in arabo (l'arabo "corrente", certo, quello che ha imparato da sua madre e dai rapporti con la gente... ma in una struttura della frase un po' ampia, in un termine, in un modo di dire, sbocciano qui e là alcuni splendidi "fiori" della linguafas-héì)e scrivendo in francese. Della suaopera autobiografica, però, parla come di Arabian quartet, usando il titolo in inglese perché "è come se tra le due lingue che si oppongono in me, senza completarsi, cioè fra l'arabo e il francese, avessi bisogno di una terza lingua, di un terzo territorio per ristabilire la sintesi". Feconda sintesi, quella di Assia Djebar, fra le culture della sua stessa vita: quella araba e quella francese. Ad un convegno sul bilinguismo recentemente tenutosi a Pavia, la Djebar ha detto di essere andata a rendere omaggio alle spoglie di un suo celebre compatriota vissuto molti, molti secoli orsono: Agostino, anche se, e l'ha sottolineato, non può ovviamente rivolgerglisi con l'appellativo di vero e proprio "Santo" (ma credo di non sbagliare se dico che in lui lei ritrova comunque il primo grande autobiografo della storia della letteratura, il grande conoscitore dei Salmi - dal linguaggio così passionalmente semitico! - colui nella cui opera la teologia e la filosofia, il cristianesimo e il platonismo, sono "avvinghiati" in una sintesi del pensiero semitico e del pensiero classico greco-romano così feconda da valicare i propri limiti, e segnare la storia del pensiero occidentale stesso). Sulla tomba di Agostino, dunque, Assia Djebar si è chiesta in che lingua poteva rivolgersi a quello che era stato il vescovo di lppona fra il IV e il V secolo: non certo il latino che scriveva lui, e nemmeno una delle varietà dell'arabo, che non c'erano ancora, non certo il francese, anche questo "da venire"' È stato in berbero, allora, nella lingua "della roccia e del suolo, diciamo delle origini", che Assia Djebar ha potuto "dialogare" con il suo illustre predecessore: un'altra lingua ancora, certo, per ritrovare dentro di sé anche un po' del mondo ellenico, un pizzico del pensiero cristiano, una sfumatura di "altro" che solo così può essere veramente compreso. Un arcobaleno di lingue, nella vita di Assia Djebar. Un arcobaleno che, di fronte alla tragedia dei mono-colori sempre più violentemente affermati sulla sua terra, non può esprimersi che con "questo non-colore: il bianco". Più che non inserirmi nella serie di commenti di sociologi, di storici, di politologi e anche di seri/lori che polemizzano su questo dramma, scrive Assia Djebar, io posso esprimere il mio malessere di scrittrice e di Algerina solo riferendomi a questo colore, o piuttosto a questo non-colore: il bianco... Oggi, in Algeria, dopo la serie di assassinii di scrittori e di intellettuali, scatenata, pare, per rispondere ad un'accresciuta repressione (unjca politica brandita contro un integrismo religioso deciso a impadronirsi del potere ad ogni costo), davanti a questa convulsione che immergono il mio paese in una guerra che non dice il proprio nome, di cui si potrebbe parlare ancora una volta come semplici "avvenimenti", in questo ritorno nel contempo della violenza e del suo vocabolario anestetico, cosa è il "bianco" (il bianco della polvere, della luce senza sole, della diluizione ...)? E perché dirlo? Più che non inserirmi nella serie di commenti di sociologi, di storici, di politologi e anche di scrittori che polemjzzano su questo dramma, scrive Assia Djebar, io posso esprimere il mjo malessere di scrittrice e di algerina solo riferendomj a questo colore, o piuttosto a questo non-colore: il bianco. "Il bianco agisce sulla nostra anima come il silenzio assoluto", diceva Kandinsky. E così, con questo riferimento alla pittura astratta, eccomi intenta ad abbozzare, in tali circostanze, un discorso in qualche modo deportato. I bordi della faglia si spalancano, senza dubbio, irreversibilmente, trascinando già nell'abisso parte degli intellettuali - alcuni fra i più coraggiosi, altri fra i più discreti - il tutto a caso, in una sanguinosa riffa. Una tale concatenazione della violenza e

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