Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

coloniali. Di fronte a questo spettacolo, in verità molto emozionante per il francese che sono, non potevo che pensare: hanno voluto conservare un marchio, un legame, o al contrario non hanno osato intervenire, come se vi fosse in tutto questo qualcosa di proibito? La vista del paesaggio urbano, delle numerose cittadine costruite attorno ad Algeri e in altre zone senza gusto particolare, senza ricerca di un progetto, per semplice accumulazione di mattoni e cemento, lascia perplessi. Come si può costruire in un paese dove degli stranieri hanno profondamente lasciato un'impronta, senza essere tentati di definirne una propria? Era evidente, al contrario, un disinteresse totale per ciò che incarnava una cultura nazionale. I bei villaggi della Kabilia sono deturpati dall'ammasso di cemento che li domina. E che dire della Casbah di Algeri, sola testimone di un periodo in cui la città fu sovrana? Qui la disintegrazione delle belle costruzioni è spesso arrestata da restauri che le sfigurano; senza alcuna autorità responsabile che voglia occuparsene, anche solo per il fatto che la Casbah di Algeri è stata definita nel 1993 patrimonio mondiale dall 'Unesco. A proposito, Mare C6te 1 mostrò in un articolo come l'Algeria aveva preferito non tener conto della propria organizzazione del territorio, a favore di uno scontro con la società coloniale, rischiando così di brutalizzare il proprio spazio. Continuava: "Gli algerini non si riconoscono in queste case, in questi grandi agglomerati, in queste macro-imprese. Queste città, da oltre 20 anni sono state costruite per gli algerini, ma al di fuori degli stessi. Lo stesso modo di dire usato per qualcuno che non si sente a suo agio nei propri panni, lo si può usare per il popolo algerino, che non si trova bene nel proprio territorio. C'è ormai qualcosa di rotto fra la società algerina e il proprio spazio." Nell'approfondimento e nell'analisi della situazione fino ad ora descritta, emerge la questione della lingua. Quali sono le lingue in Algeria? Prima della colonizzazione, le lingue parlate erano berbere e arabe (dette dialettali). C'era una lingua scritta, l'arabo classico, la lingua del corano che fù, per così dire, messa a riposo durante la colonizzazione; fatto che non le ha permesso di evolversi e di passare nell'ambito degli utilizzi moderni, come fù nel caso del Medio Oriente. Durante la colonizzazione la Francia impose la sua lingua, che non poté diffondersi capillarmente solo a causa di un basso livello di scolarizzazione. Tuttavia la lingua francese è stata la lingua ufficiale dell' amministrazione e del servizio pubblico. Nel 1962 il francese era dominante nel panorama linguistico algerino. L'unica caratterizzazione algerina di fronte a tale realtà, era quella delle lingue parlate arabe o berbere. Cosa si doveva fare? Era evidente l'esigenza di un restauro della lingua araba scritta, per dare evidenza a un referente storico, culturale e religioso.L'obiettivo era quello di far amare un' origine. Si aggiungeva una pressione dei paesi del Medio Oriente, che sollecitavano il rientro dell'Algeria nella grande famiglia dei paesi arabi dopo una lunga colonizzazione. Emergeva, in conclusione, l'esigenza di affermarsi diversi dalla Francia, di essere indipendenti, di cercare di interiorizzare attraverso questo percorso un trasferimento di legittimità. Di fronte a tale situazione cosa è stato fatto? Le istituzioni imposero la lingua araba scritta, confondendola con una lingua orale. Non se ne sono serviti per far amare una tradizione specifica, bensì per tradurre il francese, per esprimere malamente ciò che ognuno sapeva più correttamente in francese. O meglio ancora, se ne sono serviti per tentare di legittimare (in arabo) il potere che detenevano per diritto di successione coloniale (in francese). ALGERIA/GRANDGUIUAUME 21 li fatto più grave, in rapporto a ciò che mi interessa approfondire in questa sede, cioè la presa di coscienza del proprio essere algerini, è che questa politica di arabizzazione si realizzò in una totale mancanza di responsabilità politica e in un'ipocrisia nagrante. All'epoca di un Consiglio dei Ministri degli anni '60, Ahmed Taleb Ibrahim, allora Ministro dell'educazione nazionale, dichiarò a proposito dell'arabizzazione: "Non funzionerà, ma occorre attivarla". Tale frase gli fu ricordata da Mostefa Lacheraf, Ministro del l'insegnamento primario e secondario nel 1977, quando il suo predecessore gli rimproverò una mancanza di fervore per l'arabizzazione. In un contesto dove il governo imponeva una politica d'arabizzazione, la maggior parte delle personalità e degli altri quadri dello Stato tentavano di trovare una via d'uscita per i propri figli. Nella scelta stessa delle materie da arabizzare si mettevano per prime quelle meno valorizzate, scienze umane e filosofia; e per ultimo le scienze esatte, la medicina e il diritto. Inoltre, se l'esigenza dell 'arabizzazione s'era imposta ali' insegnamento e ai gradi inferiori dell'amministrazione, l'economia e i settori di punta ne furono eslusi. Il significato di queste osservazioni è chiaro: attraverso tali pratiche nazionaliste emerge un deprezzamento della lingua e della cultura araba, laddove il rifiuto del francese, a carattere puramente politico, s'accompagnava alla valorizzazione sociale e al fondamento del potere di pochi. Per i sostenitori dell'arabizzazione il quadro è altrettanto oscuro. Lontani dal testimoniare un attaccamento sincero alla lingua araba, se ne servirono come trampolino per la conquista di posizioni di potere. Altrimenti come spiegare l'assenza totale di valorizzazione del patrimonio culturale arabo, la povertà di riflessione, anche teologica e, in sintesi, il tentativo di far amare la lingua e inserirla nelle maglie della vita moderna. L'accanimento nell'imporre l'arabizzazione non ha assolutamente tenuto conto della qualità delle istituzioni da mantenere e non ha mai considerato la dimensione algerina della questione. Poiché, a dispetto di affermazioni sbagliate, la lingua di cui è oggetto l'arabizzazione non è la lingua algerina. Questa è la sola a essere esclusa dal gioco, nonostante sia la lingua del popolo, quella che gli ha permesso di conservare la coscienza di un' identità durante centotrent'anni di dominio straniero. Al contrario, la politica d'arabizzazione è testimone di un certo riconoscimento della lingua francese in quanto lingua straniera, referenza positiva o negativa, ma non lascia alcuno spazio agli idiomi nazionali. Nel migliore dei casi quest'ultimi sono oggetto di una degnazione altera, nel peggiore di un'ostilità dichiarata. Non è tuttavia fuori luogo sollevare tale questione: è risaputo che la lingua araba, nella sua versione moderna, è una lingua internazionale. Ogni paese ha la propria o le proprie lingue parlate. Questa dualità fra lingua parlata e lingua scritta è per il momento pratica comune nei paesi arabi. Solo l'Algeria si è comportata come se volesse ridurne la dualità, con solo profitto dell'arabo internazionale, dichiarata per l'occasione lingua nazionale. La questione delle lingue parlate è rimasta lungamente un soggetto tabù. Si sono persino riscontrate alcune posizioni estremiste, come quelle degli insegnanti algerini che, in una lettera alla rivista "Jeune Afrique" 2 , proposero di insegnare l'arabo dialettale, scrivendolo in caratteri latini. L'articolo provocò reazioni indignate: la questione che venne posta era quella di capire se il solo riconoscimento possibile per una lingua parlata fosse il suo passaggio nella forma scritta. Nella misura in cui ci si limitava

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