20 ALGERWGRANDGUIUAUME Gilbert G!'Clndguillaume COMESI EPOTUTOARRIVARE A QUESTOPUNTO? traduzione di Sabrina Donzelli Gilbe11 Grandguillaume è Maftre de Conférences alla Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. È autore di Nedroma, l'évolution d'une medina, Brill, Leiden, 1976 e Arabisation et politique linguistique au Maghreb, Maisonneuve et Larose, Pris, 1983. Di fronte alla tragica evoluzione della situazione in Algeria, una sorta di stupore si impadronisce dell'opinione pubblica: come si è potuto arrivare a questo punto? Una risposta sorge immediata: è l'islamismo che ha condotto l'Algeria nello stato di decomposizione che osserviamo oggi. La sollecitudine con la quale ci si raccoglie attorno a tale spiegazione è ciò che fa i1 problema. Oltre a soddisfare eccessivamente degli spiriti semplici, non è poi così lontana da creare un legame con le tendenze xenofobe che riposano nel cuore della società occidentale e che conducono a una facile denuncia: gli arabi, i musulmani, gli stranieri ... Nella moltitudine degli scritti sulla questione algerina, aperta da più di trent'anni, questo articolo si pone l'obiettivo di oltrepassare le analisi sommarie per tentare di compredere ciò che accade oggi in tale società, e ciò che accade fra questa e la nostra società. Tenta, perlomeno, di porre le questioni che normalmente vengono lasciate a parte. È necessaria una constatazione iniziale: in Algeria tutto questo non è iniziato nell'anno in corso, nel 1991 o nel 1988, né tantomeno con l'emergenza del movimento islamista. I fatti che hanno coinvolto la situazione attuale sono di molto anteriori. Unicamente, veniva considerato di buon gusto far finta di non vederli. L'Algeria è diventata indipendente nel 1962, quando alcune questioni venivano considerate ormai sacre: rispettare la sovranità delle nazioni, non interferire negli affari interni, assumersi la colpa rispetto alla colonizzazione e alla Guerra d'Indipendenza. Durante molti anni, soprattutto a sinistra e fra i liberali, non vi è stato modo di spostare il dibattito, e di andare oltre. Ciò nonostante ... Che ne è stato di tutto questo, partendo dalle questioni che ci sembrano giustamente importanti? La democrazia? I diritti dell'uomo? Le libertà pubbliche? La libertà d'espressione? La libertà di riunirsi, di organizzarsi in associazione, in sindacato? li problema in questo articolo non è quello di scatenare processi di responsabilità, di risvegliare sensi di colpa sempre latenti e con i quali alcuni sanno giocare opportunamente in certe occasioni. È evidente che l'Algeria vive in questo momento una fase di mutazione importante, senza dubbio la più radicale della propria storia, e che ,dei processi repressi per lungo tempo tendono ad emergere. E tanto più importante non lasciarsi accecare dalle "scosse" dell'attualità sottolineata dai media, per accedere finalmente alla seguente verità capitale: esiste un' Algeria differente dalla Francia, che non è la "nostra Algeria", ma che chiede di essere riconosciuta. Per evitare in partenza ogni ambiguità, dichiaro subito che non intendo con questo un'Algeria islamista, né un'Algeria democratica. Dico semplicemente: quel Paese che è l'Algeria. L'impegno richiesto da questa indagine è anzitutto nello sforzo di lucidità, di comprensione, condotto con benevolenza, ma cosciente della necessità di prendere le distanze anche in rapporto a quell'attitudine di spirito portata dall'amicizia. Ciò, beninteso, è legato alla convinzione che oggi si devono dire e constatare cose, come mai è stato fatto. Si impone uno sforzo di riscoperta dell'Algeria, un riconoscimento dell'esistenza della relazione con la Francia, al fine di non rinnovare ali' infinito gli errori del passato, tanto più riprovevoli in quanto generalmente costruiti sulla sabbia della buona volontà. L'obiettivo è chiaramente quello dettato dalla speranza di porre le basi di una relazione sempre privilegiata, ma con un altro soggetto, diverso da noi stessi. Porre le basi di una ricostruzione. L'ora della violenza La violenza sembra oggi aver sommerso ogni riflessione, ogni iniziativa, ogni progetto. Non si dovrebbe più parlare che di violenza. Un problema è da risolvere anzitutto: da dove viene questa violenza? È unicamente ed essenzialmente quella dei Kalashnikov che si fanno giustizia nella notte, oppure, in un senso più profondo, quella che subisce un'intera società senza legge per strutturarsi, senza riferimento nel quale identificarsi, senza oggetto al quale attribuire la propria fede? Una società negata, disprezzata, ingannata continuamente per quello che è e su quello che sente di essere. Una società che non riesce a esistere così come viene definita ufficialmente, perché una verità che la riguarda le è continuamente negata? In una tale situazione, la violenza prende naturalmente il posto della legge. Durante un lungo periodo vi è stata una violenza "di stato", ufficiale, riconosciuta: quella della colonizzazione seguita da quella dello stato indipendente. Oggi c'è la violenza che contesta lo Stato, che provoca la reazione dello stesso, ma che si diffonde allo stesso modo, in tutto il corpo sociale, sovvertendo lentamente tutti i legami sociali anteriori, recenti o antichi. È l'inventario di tutti questi problemi non risolti, spesso neanche posti, che vorrei trattare in questa sede. Per fare un quadro quanto più esaustivo, occorre constatare l'evidenza di un'Algeria che non ha potuto impadronirsi di se stessa. Una volta evidenziato, occorrerà porre la questione della legittimità, della legge dichiarata e della legge praticata, quindi provare a ritrovare i meccanismi profondi di questa società. In sintesi è la questione della relazione con la Francia che deve essere riesaminata: la Francia vede nel!' Algeria un'altra se stessa, o può riconoscerla differente? Per tutti questi problemi la risposta rapida è facile, la posizione ufficiale è sempre chiara, la buona intenzione è perfetta, ma che emerge dalla realtà dei fatti? I paesaggi Chiunque percorra gli altopiani della Mitidja o della zona attorno a Orano, viene colpito dalle vestigia dei grandi insediamenti coloniali precedenti al 1962. Sono ancora là, tali e quali, come se attendessero il ritorno dei loro antichi abitanti. Solo in queste proprietà sono piantate palme. Le cantine vinicole, i magazzini e le stesse abitazioni sono restate come un tempo. In alcuni casi dei nuovi edifici sono sorti a lato, ma mai integrati alle costruzioni
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==