Maxi111ellocll1S011 IL DIALOGO DIFFICILE Incontro con Fabio Gambaro Maxime Rodinson è considerato uno dei massimi esperti mondiali del complesso e variegato universo dell'Islam. Già autore negli anni Sessanta di una fondamentale biografia di Maometto, questo atipico orientalistadal passatomarxista,ha pubblicato in seguitoopere importanti come Islam e capitalismo (Einaudi)e/ 1 fascino del 'Islam (Dedalo), in cui alla ricostruzione puntigliosa dei fatti ha sempre accompagnato spirito critico e indipendenza di pensiero, caratteristiche che si ritrovano anche negli ultimi saggi raccolti in Francia nel volume intitolato L'Islam: politique et croyance (Fayard). A ottant'anni, lo studioso francese continua a seguire con interesse quanto avviene sull'altra sponda del Mediterraneo. Da qualche tempo, tra Occidente e mondo arabo sembra esserci un'incomprensione sempre più grande. Cosa ne pensa uno studioso come lei che ha passato quasi tutta la vita a dialogare con il mondo musulmano? Le incomprensioni tra popoli appartenenti a paesi diversi, con culture diverse, sono sempre esistite ed esisteranno sempre. È normale. Il mondo musulmano è sempre stato considerato il vicino e, forse proprio per questo, il nemico. Tutti i vicini prima o poi sembrano nemici. È stato così per secoli. Alla base c'è la differenza tra Oriente e Occidente già presente nell'antichità. Giovenale, ad esempio, si lamentava per la presenza di troppi siriani a Roma. Più tardi, l'adozione delle grandi religioni universali, il cristianesimo e l'islamismo, ha reso ancora più rigida questa opposizione, l'ha quasi sacralizzata. Qualsiasi gesto, anche il più piccolo, veniva immediatamente ricondotto all'una o all'altra delle due religioni. Così, oltre a essere il vicino e il nemico, l'Islam diventava un concorrente ideologico. Nel medioevo, pur con tutte le debite distinzioni, questa opposizione assomigliava un poco a quella che è esistita nel nostro secolo tra blocco comunista e blocco capitalista. C'è un'analogia nel senso che si trattava del confronto tra due blocchi di tipo ideologico-politico. Naturalmente, affermazioni generali di questo tipo vanno poi sfumate, tenendo conto di tutte le inevitabili eccezioni. Ma insomma, la concorrenza tra i due mondi è sempre esistita, con alti e bassi, con periodi di crisi ed altri di coesistenza più pacifica. A seconda delle vicissitudini, hanno prevalso rapporti militari, diplomatici o di egemonia globale. L'incomprensione attuale sarebbe insomma l'eredità di una competizione esistente da secoli. In questi ultimi anni però le tensioni sono aumentate. La decolonizzazione avrebbe dovuto eliminare i motivi di con tl itto, ma le cose non sono andate così, visto che al colonialismo tradizionale si è sostituita l'egemonia economica e culturale europea e americana. In Oriente si copiano le mode europee, si sogna guardando i serial televisivi americani. Contro questa nuova egemonia si è diffuso un forte rancore, che è addirittura maggiore di quello esistente all'epoca del colonialismo. Oggi per gli orientali / ALGERIA/RODINSO1N1 l'egemonia occidentale è ancora più esasperante che in passato, giacché è una superiorità che non poggia più su basi concrete. In ogni caso questo antagonismo nei confronti dell'Occidente esiste da molto tempo. Personalmente, l'avevo già constatato in Libano negli anni Quaranta. Oggi questo sentimento si è ulteriormente esacerbato, per via delle circostanze politico-economiche. Ad esempio, dopo la rivoluzione iraniana, la diffusione del fondamentalismo musulmano ha conosciuto una forte accelerazione, prendendo oltretutto connotati apertamente provocatori. Tuttavia, va detto che il fanatismo musulmano è esistito anche in passato, ad esempio attraverso le sette, le quali a volte sono state all'origine di veri e propri massacri. Una volta però le sette e i movimenti di rivolta antioccidentale non erano connotati ideologicamente o appoggiati dagli intellettuali. Anzi, di solito gli intellettuali orientali erano piuttosto aperti all'Occidente, e non a caso ancora oggi questa loro disponibilità viene rimproverata molto spesso. Secondo lei, dunque, oggi ass1sttamo a un fenomeno di radicalizzazione e di espansione di atteggiamenti esistenti da sempre .... Certo, e in più oggi la televisione ci mostra l'ampiezza del fenomeno e soprattutto la sua diffusione presso larghi strati della popolazione. Così, qui in Occidente la gente si stupisce e si spaventa. Nel suo ultimo libro, lei evoca le molte cause che hanno favorito lo sviluppo dell'integralismo negli ultimi vent'anni. Tra queste ci sarebbe la delusione prodotta dai risultati negativi dell'applicazione nei paesi arabi dei grandi modelli politici occidentali: la democrazia liberale e il socialismo. In effetti, una grande delusione ha fatto seguito alle enormi speranze suscitate da quei modelli. Nel mondo arabo, per lungo tempo si è pensato che la panacea per risolvere tutti i problemi si trovasse nel liberalismo parlamentare o nel socialismo. L'applicazione ha pure prodotto qualche risultato positivo, ma sempre troppo pochi rispetto alle aspettative. La situazione di delusione ha quindi favorito la popolarità di quei piccoli gruppi che da sempre predicavano il ritorno alle origini e l'applicazione stretta della legge del profeta. Nei suoi libri lei parla di un processo di laicizzazione e secolarizzazione delle società musulmane che in fondo non è riuscito ed è rimasto incompiuto. Può dirci perché? Anche in questi paesi c'è stato un processo di disincanto, per usare l'espressione di Max Weber, dato che oggi la religione occupa meno la testa delle persone. A ciò ha contribuito il moltiplicarsi delle spiegazioni tecniche e scientifiche della realtà. Tuttavia, nel mondo arabo questo processo ha avuto luogo in un modo molto particolare, nel senso che non è stato percepito fino in fondo. Qui, lo stato d'animo teologico e la ricerca delle cause sovrumane collegate a Maometto sono stati sostituiti da un patriottismo di comunità, che è diverso dal patriottismo di una nazione o di un gruppo etnico. Qui infatti il gruppo si identifica, in nome di un dogma teologico, a una comunità che è sovranazionale, vale a dire l'Islam. Ma in realtà la fede religiosa è solo un pretesto. Nel senso che la gente sente di appartenere a una comunità connotata dalla religione anche senza avere alcuna credenza religiosa particolare. In Libano, ad esempio, anche chi non credeva in Dio sentiva lo stesso di appartenere a una delle comunità definite su base religiosa: quella dei cristiani maroniti, quella dei musulmani sunniti, quella degli sciiti, quella dei drusi. Oggi l'Islam è spesso caratte-
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