Linea d'ombra - anno XIII - n. 104 - maggio 1995

1O ALGERIA/STORA elettori, visto oltretutto il gran numero di non votanti. Eppure in Occidente ha prevalso il panico, nessuno è riuscito a mantenere i nervi saldi. In fondo, il FIS aveva avuto la stessa percentuale elettorale del Partito Comunista in Francia alle elezioni del 1945. Ciò non ha condotto ali' annullamento delle elezioni né allo scioglimento del PCF. La vittoria del FIS alle elezioni avrebbe messo fine alla democrazia, come sostenevano coloro che hanno appoggiato la decisione di sospendere le elezioni? Non credo. E in ogni caso qual è il risultato oggi, a tre anni di distanza? Un paese in guerra, 40.000 morti, le élites del paese in fuga, una classe politica a pezzi, una società alla deriva, l'esercito al potere che però rischia di andare in crisi da un momento all'altro. Il risultato non è certo incoraggiante. Tre anni fa invece l'esercito era omogeneo, le élites erano ancora presenti nel paese, i partiti politici erano bene o male funzionanti, c'era un presidente della repubblica. Insomma, esistevano tutti i mezzi per contrapporsi da un punto di vista costituzionale ad un'eventuale deriva autoritaria e antidemocratica del FIS. E per di più, come ho detto, gli integralisti non erano certo maggioritari nella società algerina. Il giorno prima dell'interruzione del processo elettorale, ad Algeri ci fu una manifestazione con 500.000 persone che gridavano: né repubblica integralista né potere militare. Oggi ciò non sarebbe possibile. Dunque l'interruzione del processo elettorale è stato un tragico errore. È stato un errore di valutazione che ha dimostrato la mancanza di sangue freddo dell'esercito. Allora, nella società algerina c'erano le forze democratiche per far fallire il progetto integralista, oggi non più. Certo è facile dirlo adesso. Allora ci fu il panjco, molta gente aveva paura, le donne ad Algeri avevano paura, gli intellettuali francofoni avevano paura. Spesso si ha l'impressione che nella società algerina ci sia una frattura: da un lato, un mondo tradizionale e religioso; dall'altro un mondo moderno e occidentalizzato... Personalmente, non sono d'accordo con coloro che sostengono questa tesi. La prova sta nel fatto che in ogni famiglia algerina c'è un figlio poliziotto e un figlio integralista. Non sono due mondi separati, è una sola Algeria che cerca di avanzare con tutte le sue contraddizioni e divisioni interne. Se si cerca di privilegiare un aspetto solo (l'integralismo, il laicismo, la repubblica, il fattore berbero, ecc.), non ci potrà essere soluzione. Dalla sospensione delle elezioni, il muro contro muro tra esercito e integralisti non ha fatto che accentuarsi. Come fare oggi per ritornare a una soluzione politica del conflitto? A Roma sono stati sottoscritti accordi tra tutti i partiti dell'opposizione, FIS compreso, mentre i militari stanno cercando di organizzare nuove elezioni presidenziali, a cui però i partiti non vogliono partecipare nelle condizioni attuali. Che fare? La situazione è difficile. Da un lato, i paititi dell'opposizione riunitisi a Roma non possono continuare a fare i conti senza includere l'esercito nel processo di pacificazione; dall'altro, l'esercito non può appoggiarsi esclusivamente su un piccolo polo democratico che oltretutto non rappresenta quasi nulla nel paese. L'esercito deve aprirsi alle grandi formazioni, FLN e FFS, e trovare degli interlocutori politici all'interno del movimento integralista. Insomma gli uni e gli altri saranno obbligati ad arrivare ad un compromesso. Crede che se si riuscisse ad arrivare a questo compromesso, sarebbe possibile arrestare la violenza che sta distruggendo il paese? Non subito. Il compromesso tra le quattro forze del paese - polo democratico, FFS-FLN, esercito e islamisti - è la premessa indispensabile, ma la violenza non sparirà subito. Ormai sono in molti a vivere della violenza, ci sono mjlizie e bande che prosperano sul clima di insicurezza. Sarà lungo e difficile riportare l'ordine, giacché bisognerà ricostruire il tessuto sociale e nazionale in un contesto in cui dominano il dolore, l'odio e la voglia di vendetta. Lei crede che le diverse forze abbiano veramente la volontà di fare questo compromesso? Oppure le condizioni non sono ancora mature? Per il momento non mi sembra che ci sia questa volontà. Ma in fondo non c'è scelta. Né gli uni né gli altri possono vincere militarmente. Anche l'esercito, che in questo momento è nettamente in vantaggio sul piano militare, non riuscirà mai a sconfiggere definitivamente il terrorismo, perché il problema va affrontato e risolto sul piano politico. Ma ciò significa che la società algerina dovrà affrontare apertamente tutti i problemj che nei trent'anni dell'indipendenza sono stati rimossi. Lo statuto della donna, lo statuto della religione, il ruolo dell'esercito, il ruolo dell'economia, i diritti delle minoranze, la questione del plurilinguismo, i fondamenti dell'identità nazionale: sono tutti problemi che erano già presenti al momento dell'indipendenza, ma che non sono stati risolti. La discussione è stata differita per trent'anni: oggi tutti i nodi vengono al pettine. È anche per questo che ciò che accadrà in Algeria sarà importante per tutto il mondo arabo. La cultura ha un ruolo da svolgere in questo contesto? La cultura dovrà svolgere un ruolo fondamentale, se nòn altro per quanto riguai·da il processo di ricomposizione della memoria e della tradizione. Non pisogna lasciare agli integralisti l'esclusiva della memoria. Sul piano storico, ad esempio, sarà fondamentale riconquistare al dominio pubblico e alla cultura collettiva le figure oggi dimenticate dei padri fondatori del nazionalismo algerino. Naturalmente questo processo inizierà dall'università e dalla scuola, ma poi poco a poco penetrerà nella società. Inoltre, ci sono alcuni interrogativi fondamentali sull'identità degli algerini a cui gli intellettuali possono contribuire a dare alcune risposte. Fino a qualche anno fa, gli algerini hanno vissuto in una situazione di tranquilla sicurezza, senza porsi alcun interrogativo. Ora questo tempo è finito, il dibattito è aperto. È fondamentale che gli intellettuali partecipino a questo dibattito che interessa tutta la società. Ma attenzione, quando si paifa di- intellettuali si pensa sempre agli intellettuali francofoni e democratici. Invece, in Algeria ci sono anche molti intellettuali arabofoni. Molti di questi, ed anche alcuni intellettuali francofoni, pensano che l'islam possa rnppresentare un'occasione per la democrazia. Bisognerà discutere con loro su questo terreno, senza demonizzarli. Fino ad oggi gli intellettuali integralisti sono sempre stati demonizzati, ma non è così che si batterà l'integralismo. Occorre invece confrontai·si sul piano delle idee, bisogna· discutere per mostrare la vacuità del progetto integralista. Non basta la sola condanna. Se gli intellettuali democratici, arabofoni o francofoni, non si confronteranno con gli ideologi dell'islam perderanno la loro battaglia.

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==