;-••· I ''& ··''•i'#;;.~ . ( ~RATIVADICELA::,)~.UN'EPOCA INCUIUPEHSONE ACUI ÈDEMANDATI) IDIRLA INVENTANO STIIRIE. PI ltlCI,MEDIA, _ ~--~]NVENTANO S ORIE. MIDMÈ DOVERE DELLOSCRITTORE DIFINZIONI COMINCIARE A Desidero ricevere. senzanessunimpegno.ancheunacopiasaggiodiLinead'ombra. NOMECOGNOME------------------------------------ INDIRIZZO C MPLETO ___________________________________ _ SÌ,sonoscrivo unabbonamentoannuale111numeri)aLinead'ombraperunimportototalediL.85.000. NOMEECOGNOME------------------------------------ INDIRIZZOCOMPLETO ___________________________________ _ Indico lamodalitàdipagamento/senzaggiuntadispesepostali). Assegno/bancarioo postalen. ___________ _ banca______________ inbustachiusa) Awenutoversamentosulc/cpostalen.54140207intestatoaLinead'ombra O Viautorizzoadaddebitarmi lacifradiL.85.000sucartadicredito O CartaSì O Visa Mastercard O Eurocard I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I N. SCAD. INTESTATAA ______________ _ FIRMA______________ _ LINEAD'OMBRA,VIAGAFFURIO4, 20124MILANO. Segnalo unamicointeressato aricevereunacopiaomaggio diLinead'ombra jincasodirispostaffermativa prolungherete di3mesi ilmioabbonamento). NOME_________________ _ COGNOME ________________ _ INDIRIZZO ________________ _
Lev N. Tolstoj DENAROFALSO Un racconto-pamphlet sulla potenza corruttrice del denaro. Lire 12.000 Aldo Capitini LETECNICHEDELLANONVIOLENZA Lire 12.000 "Voices" GLISCRITTORIE LA POLITICA Nord e Sud, Est eOvest, Gue1Tae Pace. Ne parlano: Boli, Chomsky, Eco, Gordimer, Grass, Hall, Halliday, Konrad, Rushdie, Sontag, Thompson, Vonnegut. Lire 12.000 GilntherAndersIMORTI.DISCORSOSULLETREGUERRE MONDIALI. Lire 12.000 Albrecht Goes LAVITTIMA Cristiani ed Ebrei al tempo di Hitler. Lire 12.000 APROPOSITODEICOMUNISTI A. Berardinelli, G. Bettin, L. Bobbio, M. Flores, G. Fofi, P. Giacchè, G. Lerner, L. Manconi, M. Sinibaldi,con il Piccolo Manifesto di Elsa Morante. Lire 12.000 Heinrich Boli LEZIONIFRANCOFORTESI Poetica e morale, cultura e società. Lire 12.000 "Voices 2" IL DISAGIODELLAMODERNITÀ Amis, Beli, Bellow, Briefs, Castoriadis,Dahrendorf, Galtung,Gellner,Giddens, Ignatieff, Kolakowski, Lasch, Paz, Rothschild, Taylor, Touraine, Wallerstein. Lire I 2.000 Arno Schmidt IL LEVIATANO seguitoda TINAO DELLA IMMORTALITÀ. A cura di Maria Teresa Manda/ari. Lire 12.000 Francesco Ciafaloni KANTE I PASTORI Identità e memoria, campagna e città, ieri e oggi, Italia e America, destra e sinistra. Lire 12.000 UNLINGUAGGIOUNIVERSALE Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittori di lingua inglese: Ballard, Barnes, lshiguro, Kureishi, McEwan, Rushdie, Swift (Gran Bretagna), Banville (Irlanda), Gallant, lgnatieff, Ondaatje (Canada), Breytenbach, Coetzee, Gordimer, Soyinka (Africa), Desai, Ghosh (India), Frame (Nuova Zelanda). Lire 15.000 VIOLENZAONONVIOLENZA Engels, Tolstoj, Gandhi, Benjamin, Weil, Bonhoeffer, Caffi, Capitini, Fanon, Mazzolari, Arendt, Bobbio, Anders. Lire 15.000 Marco Lombardo Radice UNA CONCRETISSIMAUTOPIA Lavoropsichiatricoe politica. Lire 12.000 TRADUEOCEANI Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittori statunitensi: Barth, Bellow, Carver, De Lii/o, GINOBIANCO i ~ * , Doctorow, Ford, Gass, Highsmith, Morrison, Ozick, H. Roth, Singer, Vonnegut. Lire 15.000 Riccardo Bauer LA GUERRA NON HA FUTURO Saggi di educazione alla pace: le tattiche e le strategie, le tecniche e gli strumenti per costruire insieme un mondo meno intollerante. A cura di Arturo Colombo e Franco Mereghetti. pp.128, Lire 12.000 Sa/man Rushdie ILMAGODIOZ Un grande scrittore analizza e discute un classico del cinema musicale e fiabesco. pp. 96, Lire 12.000 SorenKierkegaard BREVIARIO L'etico, l'estetico, il religioso: alle origini dell'esistenzialismo. A cura di Max Bense. pp. 96, Lire 12.000 PER ELSA MORANTE La narrativa, la poesia e le idee di uno dei maggiori scrittori del '900. Parlano: Agamben, Berardinelli, Bettin, Bompiani, D'Angeli, Ferroni, Garbali, Leone/li, Lollesgaard, Magrini, Onofri, Pontremoli, Ramondino, Rosa, Scarpa, Serpa, Sinibaldi. pp. 272, Lire 15.000 SCRITTORI PER UN SECOLO 151 fotoritratti e 104 fotografie di contesto storico e biografico a cura di Goffredo Fofi e Giovanni Giovannetti. pp. 338, Lire 18.000 Aldo Palazzeschi DUE IMPERI ... MANCA TI. Una dura requisitoria contro la guerra, da parte di un poeta reduce dalla prima guerra mondiale. pp. 192, Lire 15.000 Diane Weill-Ménard VITA E TEMPI DI GIOVANNI PIRELLI La biografia di un intellettuale atipico: i suoi dilemmi e le sue scelte politiche e culturali. pp. 192, Lire 15.000 Gaetano Salvemini I PARTITI POLITICI MILANESI NEL SECOLO XIX. I saggi e gli interventi di un grande storico
GENTE DIFOTOGRAFIA .umo li. n.,.. l'tJMAVUA )t9~ AVEDON• MUSÉEDEL'ELYSÉE• STIEGLITZECAMERAWORK• GENTECLUB• ISTITUTOEUROPEODIDESIGN• FOTOGRAFIAEDARCHITETTURA• TINAMODOTTI Trimestrale di cultura fotografica e immagini in Bianconero in edicola e nelle librerie CRITICA-GALLERIE-MUSEI-QUOTAZIONI-MOSTREMERCATO DELLAFOTOGRAFIA-NOTIZIE-PORTFOLIO einohre:GENTECLUB un'occasioneper pubblicareleproprie fotoe per esporrenellemostreorganizzate da GENTEDIFOTOGRAF abbonan1ento annuale ( 4 numeri) Lit. 30.000 - vers. su e/ e postale n. 17949900 intestato a: GENTE DIFOTOGRAFIA via Telesina, 31 - 90135 Palermo tel./fax 091.406359
Dire:io11e: Marcello Flores. Goffredo Fofi ( Direi/ore respomabile), Alberto Rollo. Gruppo redcdo11ale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertinelli, Gianfranco Be11in, Francesco Binni. Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Grazia Cherchi, Luca Clcrici. Riccardo Duranti, Bruno Falce110.Pinuccia Ferrari, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta. Marcello Lorrai. Danilo Manera, Roberta Mazza111i,Paolo Mereghclli, Sa111ina Mobiglia, Luca Mosso, Maria ado11i,Marco Nifantani. Oreste Pivella, Giuseppe Po111remoli,Fabio Ro lrfguez Amaya, Lia Sacerdote, Alberto Saibene, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Co/laborcuori: Damiano D. Abeni, Adelina Aielli, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livià Apa, Guido Armellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagalli, Laura Balbo, Alessandro Baricco, Malleo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Ber!, Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio. Marilla Boffito, Giacomo Borella, Franco Brioschi, Giovanna Calabrò, Silvia Calamandrei, Isabella Camera d"Affli110,Gianni Canova, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Canosio, Cesare Cases, Francesco M. Cataluccio, Alberto Cavaglion, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Giulia Colace, Pino Corrias, VincenzoConsolo, Vincenzo Co11inelli,Alberto Cristofori, Mario Cuminelli, Peppo Delconte, Roberto Delera, Paola Della Valle, Stefano De Malleis, Carla de Petris, Piera Detassis, Vi11orioDini, Carlo Donolo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Giorgio Ferrari, Maria Ferrelli, Antonella Fiori, Ernesto Franco, Guido Franzinelli, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, icola Gallerano, Roberto Galli, Filippo GentiIoni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovanneni, Paolo Giovannelli, Giovanni Giudici, Bianca Guideni Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Gad Lerner, Stefano Levi della Torre, Emilia Lodigiani, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Luigi Manconi, Maria Teresa Mandalari, Bruno Mari, Emanuela Martini, Edoarda Masi. Roberto Menin, Mario Modenesi, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Alessandra Orsi, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Rancheni, Emanuela Re, Luigi Reitani, Marco Restelli, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi. Gian Enrico Rusconi, anni Salio. Domenico Scarpa. Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Joaqufn Sokolowicz, Piero Spila, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, AlessandroTriulzi, Gianni Turchena, Federico Varese, Bruno Vcntavoli, Emanuele Vinassa de Regny, Tullio Vinay, llala Vivan, Gianni Volpi. Segreteria cli recla:io11e: Serena Daniele Progetto grqfico: Andrea Rauch Pubblicità: Miriam Corradi Esteri: Pinuccia Fcrrari Abbo11a111e111i: Daniela Pignatiello A111111i11is1ra:io11e: Patrizia Brogi Ha11110co111rib11itoalla prepara:io11ecliq11es101111111ero: Annelisa Addolorato, Giovanna Busacca, Paola Concari, Michele Neri, Marco A111onioSannella, Alessandra Speciale (Co&M), Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie e Grazia Neri. Editore: Linead· ombra Edizionisrl - ViaGaffurio4 20124 Milano Tel. 02/669 I 132 Fax: 6691299 A111111i11istratori delegati: Luca Formenton. Lia Sacerdote (Preside/Ile) Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderenle A.D. . - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie PDE - Via Tevere 54- 50019 Sesto Fiorentino -Tel. 055/301371 Sra111pa Litouric sas - Via Rossini 30 - Trezzano S/ LINEA D'OMBRA lscrina al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi LINEA D'OMBRA anno XIII maggio 1995 numero 104 IL CONTESTO 4 Marino Sinibaldi 6 Be11jaminStara 11 Maxime Rodinson 15 Lahouari Addi 19 Said Mekbel 20 Gi/bert Grandguillawne 27 Nacera Senali 28 Assia Djebar 32 Malika Mokkedem 34 Rachid Benhadj 37 Abdelhamid Benhedouga 40 Kateb Yacine CONFRONTI 55 Franca Cavagnoli 57 Paola Splendore 59 Pietro Pedace 63 Paolo Cesare Lops 64 Libero Farnè 75 INBREVE TEATRO 66 Lanford Wilson STORIE 43 Gojji·ec/o Fofi 44 Ena Marchi 46 Mariateresa Di Lascia SAGGI 70 Eric J. f-lobsbawm Dopo le elezioni Dossier Algeria Un compromesso che verrà a cura di Fabio Gambaro Il dialogo difficile a cura di Fabio Gambaro Gli intellettuali assassinati L'ultimo articolo Come si è potuto arrivare a questo punto? Gli scrittori epurati Il bianco del!' Algeria a cura di Claudia Maria Tresso Zohra e Leyla, donne in cammino a cura di Costanza Ferrini on lontano di qui a cura di Carlo Canetta e Luca Mosso L'eternità ... e il fucile Bisogna dirsi africani a cura di Tassadit Yaci11e li lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela Letteratura dal nuovo Sudafrica Scuole di scrittura creativa Talent scout. Un esempio dal Belgio Novecento di Alessandro Baricco Letture, recensioni, segnalazioni Un poster dei Cosmos Dedicato a Mariateresa Di Lascia Passaggio in ombra di Mariateresa Di Lascia Ricordo di Mariateresa Le relazioni sentimentali Lo storico fra universalità e identità La copertina di questo numero è di Loren::,oMattotti Abbonamento annuale: ITALIA L. 85.000, ESTERO L. I 00.000 a mezzoassegnobancarioo c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI I 111c111osc'l'i1li 11011ve11go110restituiti. Si p11bblica110poesie solo su richiesta. Dei testi di rni 11011sia1110i11grado cli ri111racciaregli ave111idiritto, ci dichiariamo pro111ia 011e111perareagli obblighi relativi.
ITALIANISTRANAGENTE? ILVOTO(EILVUOTO)DIAPRILE Marino Sinibaldi Strana gente, gli italiani. La deriva a destra, che sul piano elettorale pareva confermare un andamento da tempo in atto nella nostra società, si è improvvisamente arrestata. Se pure non rappesenta propriamente un'inversione di tendenza, il voto dell'aprile scorso rende tutto più mobile e più complicato. Benissimo, naturalmente. A patto che alla cupa depressione postForzaltalia non subentri una sindrome inversa, un ottimismo beota ed euforico. Che gli italiani, strani come sono, si incaricherebbero puntualmente di smentire. Meglio allora provare a ragionare e soprattutto a distinguere; il voto dal resto, per cominciare. Sul piano elettorale è semplicemente success0 che per la prima volta nella storia d'Italia esiste una massa di voto fluttuante, che giudica secondo criteri variabili e contingenti. Anche se quantitativamente non amplissima, questa zona instabile è decisiva in presenza di schieramenti contrapposti ormai pressoché equivalenti e fortemente connotati. L'elettore mobile appare invece disancorato da appartenenze politico-culturali precise, fosse anche quella di un enigmatico Centro; e infatti manifesta un'inedita disponjbilità a spostarsi rapidamente e radicalmente, persino dagli estremi di un polo all'altro (da Fi o An a Rifondazione, come è accaduto in numerose situazioni). Questa mobilità è l'incognita che pesa su tutte le previsioni e fa regolarmente fallire sondaggi ed exit poli. In Italia come in Francia o in Gran Bretagna. E dunque questa zona di comportamento elettorale, anche quando sceglie le opzioni estreme, è quella che meglio segnala un processo di fluidificazione non solo elettorale che si è compiuto nelle società occidentali, come prodotto della dissoluzione delle grandi appartenenze ideologiche. Non ci si sente precisamente né di Destra né di Sinistra e nemmeno di Centro. Si decide il voto all'ultimo momento in base a ragioni composite, precarie, reversibili. Sul piano delle strategie politiche, la conquista di questa zona sociale ed elettorale è ovviamente decisiva. Ma per la natura mutevole e provvisoria del consenso che esprime, è difficile fondare su di esso progetti di governo della società minimamente stabili. E dunque costituisce una ragione ulteriore di incertezze e instabilità, aperta a soluzioni diverse. Ma qui siamo già sul piano delle culture della società, che stanno dietro ai risultati elettorali e sono più interessanti e decisive da capire. Da questo punto di vista, ci sono almeno tre questioni che il voto di aprile lascia aperte. La prima riguarda proprio la natura di quelle scelte, che cosa le muove e le condiziona. Tra i commentatori di centrosinjstra si sono diffusi improvvisi peana alla sovrana saggezza delle'elettore, cui si è addirittura attribuita una sorta di raffinata, anche quando non del tutto consapevole, strategia. Con il voto alla Lega avrebbe tre anni fa demolito la partitocrazia, con il voto a destra mandato un segnale ali' ottusità della sinistra, col "saggio" voto di aprile segnalato la possibilità di un approdo positivo per la "rivoluzione italiana". Inguaribile ottimismo dei democratici! In realtà il voto mobile rivela uno sbandamento sociale che non può essere rimosso se, per una volta, pende dalla parte giusta. È espressione di una smarrita confusione i cui esiti sono ancora apertissimi - e dunque deve rappresentare l'obiettivo principale di qualunque strategia politica - ma la cui pericolosità non è affatto diminuita. Nel vuoto non solo (non tanto) politico, ma culturale e spirituale che questo comportamento manifesta, la destra continua a mantenere una netta posizione di vantaggio, specie per le caratteristiche populiste e demagogiche che essa in Italia assume. Sarebbe un errore imperdonabile, insomma, considerare quella mobilità come sintomo di laicità; tanto più che, ennesimo paradosso italiano, essa pare coincidere con l'area sbandata dell'elettorato cattolico. Qui un dato positivo c'è, ed è vistoso. Per la prima volta il voto cattolico, questo centro non solo topografico ma morale della vita sociale e culturale italiana, pare essersi spaccato; per la prima volta i c·attolici italiani hanno dovuto scegliere, senza la rassicurante e deresponsabilizzante protezione di un proprio partito. E in una percentuale non irrilevante hanno scelto in autonomia e in modo positivo, aperto a prospettive nuove. Ma a questo spostamento politico non corrispondono per ora trasformazioni culturali altrettanto incoraggianti. Il problema ancora attualissimo dell'influenza cattolica sulle culture e i modi di essere più profondi della nostra società non può essere affrontato incidentalmente e sbrigativamente. Né è il caso di ricordare ancora il peso di realtà in buona parte interne alla galassia del cattolicesimo come quelle del volontariato e dell'associazionismo, che in molte situazioni sono state decisive non solo sul piano elettorale, ma nell'accompagnare trasformazioni culturali importanti anche quando limitate quantitativamente e qualitativamente. Ma su un piano più generale, la disattenzione, l'ignavia, il senso di estraneità con cui le gerachie cattoliche hanno in questi anni accompagnato il manifestarsi di Tangentopoli - questa piccola Sodoma che con le loro ininterrotte indicazioni di voto e complicità morali hanno potentemente contribuito a edificare - è stato un segnale molto significativo. Come anche l'enciclica papale che proprio pochi giorni prima del voto, sul terreno decisivo delle nuove questioni bioetiche, ha riaffermato una posizione di radicale chiusura ad ogni dialogo e confronto. E certi grotteschi apprezzamenti non sulle pagine di un bollettino parrocchiale, ma persino su "Notizie verdi" o "Liberal" mostrano una impressionante capacità di egemonia che proprio la cultura cattolica meno aperta al dialogo con la laicità continua ad
avere. Non a caso, subito dopo il voto si è riaperta in Italia una discussione non, poniamo, sul debito pubblico o la disoccupazione, lo Stato sociale o la democrazia elettronica, ma sull'aborto. Iniziativa grossolana ma efficace, che di nuovo ripropone ai cattolici il problema della loro presenza organizzata e unitaria nella società. Quasi a segnalare l'eterno ricatto che la Chiesa cattolica, i suoi valori e la sua gerarchia, da sempre esercitano sulla vita politica italiana. Anche questo motivo di possbile ottimismo - il magma democristiano che si frantuma e libera voti, coscienze, persone - è dunque molto relativo, almeno finché non sarà accompagnato da segnali più importanti, di autonomia morale e culturale. Infine la terza e più significativa delle questioni che il voto di aprile - inteso come segnalatore di una situazione generale del nostro paese - ha messo urgentemente in campo: quella della cultura politica della sinistra italiana. Su cosa è oggi la sinistra ci siamo interrogati molto negli ultimi tempi, su "Linea d'ombra" e altrove. Parole per il momento conclusive mi pare abbia scritto Giancarlo Gaeta sul numero 3 de "La terra vista dalla luna", ricostruendo le ragioni per cui dopo 1'89, dopo "il fallimento della vecchia teoria sociale d'ispirazione marxista", una nuova sinistra non è nata; e siamo tutti ridotti a balbettare infinite varianti liberali a cui solo l'illiberalità della destra italiana conferisce un carattere di rottura. Ma a questo scenario generale l'esito del voto di aprile aggiunge un elemento decisivo. Perché se il destino prossimo della sinistra italiana fosse quello di rappresentare una minoranza politico-elettorale, i limiti della sua cultura finirebbero per apparire forse poco rilevanti; di fronte ad una destra arrogante, autoritaria, insufficiente, priva di cultura delle regole e della democrazia, la sinistra in quanto opposizione funziona. La lotta contro il governo Berlusconi, tra mobilitazione sociale e iniziative istituzionali, ha mostrato questa capacità. Tanto che viene da pensare che per quella che è la composizione culturale attuale della sinistra italiana, la dimensione della resistenza è forse la più adeguata: corrisponde infatti non solo a una lontana e mai del tutto abbandonata vocazione, ma anche a una difficoltà più recente e diretta, quella nata dal radioso '89. Ma se - come sembra dopo aprile e come in qualche modo, per fare politica, bisogna credere - la partita non è affatto chiusa, se la destra può essere sconfitta anche elettoralmente, allora le responsabilità della sinistra aumentano vertiginosamente. E le insufficienze della sua cultura (o meglio, delle sue diverse culture), appaiono disperanti. Da qualche anno - in realtà da ben prima dell'89 - la sinistra italiana si dibatte tra subalternità e arroccamento. La prima tendenza, vistosissima nella stagione del migliorismo comunista, si è autolegittimata dopo il fallimento del socialismo reale, ma trae forza da una congiuntura sociale e culturale in cui l'orizzonte liberale appare senza alternative. L'espressione più evidente di questa deriva è l'autentico imbarazzo con cui la sinistra indica i propri valori, anche quando essi non appaiono palesemente screditati - come lo statalismo - ma viceversa manifestano in questa fine di secolo tutta la loro urgenza. L'incapacità di ricostruire e attualizzare questi principi del proprio codice genetico pone la sinistra in una perenne condizione di inferiorità, da cui è illusorio uscire abbandonando come una zavorra la propria intera storia. Chiunque ha sofferto per la rarità e l'imbarazzo con cui valori sacri e parole elementari come eguaglianza e giustizia sociale compaiono ancora nel lessico della sinistra può capire a cosa mi riferisco. Ovviamente quelITALIA '9S S l'imbarazzo ha una sua ragione: parole e princ1p1 sono stati deturpati dal!' uso che ne è stato fatto a Est e a Ovest. Ma senza di essi la sinistra non ha senso né spazio, nemmeno elettorale: per quanto i banchieri della City dicano che il nostro programma economico è il migliore in campo, senza quei valori la sinistra non ha alcuna immagine seducente da offrire agli elettori. Su questo terreno però un minimo di ottimismo è possibile. Proprio la capacità della sinistra di costruire alleanze in cui essa non sia sola, di attivare rapporti e coalizioni con altre culture politiche, potrebbe restituire a quella parte della nostra società che si sente di sinistra una maggiore libertà e coraggio nell'esibire i propri valori. Che poi andrebbero del tutto riverificati e rilegittimati, anche alla luce delle esperienze di governo che la sinistra va facendo nelle città e nelle regioni italiane. Più complicato mi sembra il destino della seconda tendenza della sinistra, quella dell'arroccamento e della difesa della propria identità più o meno ideologicamente definita. Essa trova infatti un'espressione elettorale ormai stabilizzata e non irrilevante nel voto a Rifondazione ma soprattutto anima una rete di iniziative anche molto interessanti diffuse sul piano sociale (dai centri sociali ali' opposizione dentro e contro il sindacato, per capirci). Qui la disponibilità a rimettere in discussione la propria cultura è pressoché nulla ma a questo punto sembra inutile richiamare le lezioni deUa storia che anzi, avendo liberato l'idea comunista da ogni pericolo di concreta realizzazione, sembrano, agli occhi di questa parte della società che si percepisce come "antagonista", averle miracolosamente restituito una connotazione utopica. Ma anche a essere indulgenti su questi aspetti storico-ideali, il problema è che da essi deriva una sorta di intransigenza cieca che pare sorvolare con indifferenza le difficoltà e le scelte da fare. Assai eloquente è stata l'assoluta indisponibilità a praticare quell'elementare forma di civiltà elettorale che è il doppio voto, ossia a conciliare la propria identità con il riconoscimento di quello che è il nemico principale. Ma se ancora una volta si guarda alla cultura che c'è dietro questi comportamenti, il dato decisivo è quello di un granitico conservatorismo; la difesa dell'esistente e degli esistenti - come mostra la vicenda delle pensioni, davvero esemplare per capire le visioni del mondo e del futuro in campo - aspettando che la storia segni l'ora della rivincita. Nell'attesa, piuttosto che assumersi la responsabilità di rendere un po' meno diseguale e ingiusto questo paese, è ovviamente meglio un governo contro il quale scatenare le piazze: come ha detto Vittorio Foa, qui più che la passione per la lotta di classe, c'è la fascinazione per il suo affresco, per le piazze piene di bandiere rosse. Bisogna convenire che le alternative che l'universo della politica in questi tempi ci proprone non sono entusiasmanti; che il massimo che oggi da questa sfera ci si possa aspettare è che arresti la degenerazione istituzionale; che la partita decisiva si gioca altrove e su un periodo più lungo, quello delle culture che nascono e si scontrano nella società. Ma proprio da questo punto di vista quella sorta di paralisi intellettuale e sentimentale neocomunista rappresenta un dato catastrofico. li cristallizzarsi e il rafforzarsi di questa cultura è dunque un ostacolo serio sulla strada della invenzione di una nuova sinistra. È questo il terzo motivo di incertezza che le elezioni di aprile, nonostante il loro risultato incoraggiante, ci consegnano. E ci indicano che per quella strana gente che sono gli italiani, ma soprattuto per quella stranissima parte di essi che si sente di sinistra, la strada è ancora lunga e difficile.
DALL'INTERNO DI UNA GUERRA CIVILE Beniamin Sfora ' UN COMPROMESSOCHEVERRA Incontro con Fabio Gambaro Lo storico francese Benjamin Stora si occupa da molti anni della storia del l'Algeria, il paese in cui è nato e a cui ha anche dedicato due serie di documentari per la televisione. È autore di numerose pubblicazioni, tra cui La gangrène et l'oubli, la mémoire de la guerre d'Algérie (La Decouverte, 1992), Histoirede l'Algériecoloniale( 1993), Histoire de l'Algérie depuis l'indépendance (1994) e, in collaborazione con Zakya Daoud, Ferhar Abbas, une utopie algérienne (Denoel, 1995). Stora insegna Storia della colonizzazione francese all'università di'° Paris VIII. Benjamin Stara, può darmi qualche informazione sulla situazione della guerra in corso in Algeria? Le autorità algerine annunciano ufficialmente L0.000 morti, ma probabilmente le vittime sono almeno 40.000. Qualche settimana fa i militari hanno dichiarato di aver ammazzato in tre giorni 2800 islamisti: basta solo questa indicazione per rendersi conto della violenza del conflitto in corso. L'esercito pensa di poter "sradicare" i gruppi islamisti, ma lo dice da tre annj e per ora non c'è ancora riuscito, mentre gli integralisti islamici sperano di riuscire ad abbattere militarmente il potere. Tuttavia, più il tempo passa, più ci si rende conto che accanto a questo contro visibile e centrale, stanno diffondendosi altre forme di violenza. Ad esempio, la violenza del grande banditismo che si sviluppa grazia all'indebolimento dell'autorità statale; la violenza che nasce dal racket legato alle attività economjche e commerciali, la violenza che ha origine nella storia passata del paese e dai vecchi rancori che risalgono ai tempi della Guerra di liberazione. Insomma, oggi c'è una sorta di violenza privata che si somma a quella pubblica, complicandola e moltiplicandola. Vuol dire che, a causa della guerra tra stato e integralisti isIamici, la violenza si è banalizza/ a ed è diventata uno s I rumento come un altro a cui la gente fa ricorso per risolvere i propri contenziosi ... Esattamente. In genere, una società esiste grazie alle mediazioni politiche, sindacali, associative, culturali, ecc .. Una società enza mediazionj va alla deriva. Secondo me, il problema centraledell' Algeriaèchelasocietànon ha più mediazioni identificabili. Per molti anni, la mediazione centrale è stata quella del partito unico, l'FLN (Front de Libération ational), con le sue organizzazioni satelliti delle donne, dei giovani, dei sindacati. Esattamente come nei paesi dell'est. Questo sistema però è crollato alla fine degli annj Ottanta. Il vuoto lasciato è stato occupato da un multipartitismo anarchico e scomposto, dal quale sono emerse nuove forze politiche che corrispondono ad alcune componenti della storia del!' Algeria: ad esempio, l'identità berbera, l'Islam, il nazionalismo arabo. L'FLN di oggi è completamente diverso da quello di cinque anni fa: è passato all'opposizione, si è trasformato radicalmente, ha sposato l'ideologia del nazionalismo arabo. L'FFS (Front des Forces Socialistes) di Hocine A1t Ahmed, che è presente soprattutto nella Cabilia, esprime essenzialmente l'identità berbera. Il FIS (Front Islamique du Salut) o Hamas ripropongono il discorso religioso e la centralità dell'Islam. C'è inoltre l'UGTA (Union Générale des Travailleurs Algeriens), il sindacato che si è separato dal FLN. Questa situazione di trasform.azione è precipitata nel gennaio 1992, quando è stato interrotto il processo elettorale ... Sì, e l'esercito, che fino ad allora aveva sempre controllato il potere dietro le quinte, ha deciso di esercitarlo apertamePte. Il FIS è stato sciolto, l'FLN e l'FFS, che avevano ottenuto più di due milioni di voti, sono passati all'opposizione, denunciando il colpo di stato. L'UGTA ha conosciuto una crisi profonda. Insomma, all'improvviso tutte le grandi formazioni politiche capaci di inquadrare e canalizzare la società algerina sono state messe fuori gioco. Così, la società ha cominciato ad andare alla deriva. Sono emerse derive mafiose, anarchiche, cianiche e tribali. Sono emersi rancori personali. Tutto quello che fino ad allora era stato contenuto dal partito unico si è riversato nella società senza più la possibilità di essere rappresentato politicamente. All'improvviso, gran parte della società si è ritrovata senza più rappresentazione politica. Questo è il problema fondamentale della crisi algerina. È per questo che occorrerà rendere possibile una ricomposizione del quadro politico del paese: solo così sarà possibile abbandonare progressivamente il braccio di ferro armato tra integralisti ed esercito. Ma certo non sarà facile spostarsi dal terreno della violenza a quello della politica. La società civile come reagisce a questa situazione? ln Algeria ci sono 28 milionj di abitanti, e questo dato non va mai dimenticato. La società algerina, quando non va alla deriva verso gli estremismi (e agli estremj ci sono probabilmente alcune centinaia di mjgliaia di persone), ha due aspirazioni fondamentaJj_ Innanzitutto, il ritorno della sicurezza, in modo da garantire la vita della gente, la libera circolazione, ecc .. Gli algerini non vogliono più avere paura ogni giorno di vedere un padre o un fratello morire all'improvviso. TIsecondo bisogno molto forte è quello della pace civile, la gente vuole uscire dalla crisi, sentirsi Liberae in pace. Questi due sentimenti 0110 condivisi da tutti gli algerini, sebbene siano due desideri quasi contraddittori. Da un lato, infatti, si chiede più stato per aver più sicurezza; mentre dall'altro si chiede meno stato in nome della pace civile e della libertà.
;,J<r"'~~ Algeria 1962. FolaKeyslone/Sygmo/G.Neri.
8 ALGERIA/STORA Oggi l'esercito è isolato all'interno della società o conserva l'appoggio di una parte della popolazione? [n realtà l'esercito è al potere dal 1965, dato che l'FLN non era altro che la sua facciata politica. La sua esperienza del potere, è quindi trentennale, e durante tutti questi anni ha imparato a gestire i benefici della rendita petrolifera, costruendosi tutto un sistema di chentele ali' interno della società algerina. Questo sistema esiste in parte ancora oggi. Di conseguenza, l'esercito non è completamente isolato. Tuttavia, esso non ha mai voluto esercitare il potere in maniera visibile e diretta, cosa che invece oggi è costretto a fare senza mediazioni e paraventi. Questa situazione per i suoi vertici è un vero problema, come pure è un problema il rischio di una frattura al suo interno. Più la gu~rra dura e la violenza dell'esercito diventa insostenibile, più aumentano i rischi dell'impopolarità e dunque della contestazione interna. Più il tempo passa, più l'esercito rischia di impantanarsi in questa situazione. Oggi però, dato che lo stato non ha altre forme di mediazione politica, l'esercito è la sola forza che conserva la coesione e l'unità nazionale. Senza di esso nessuna soluzione è possibile. Tutti, islamisti o democratici, sanno che l'esercito è una componente decisiva della realtà nazionale, politica e culturale dell'Algeria. Ma più la situazione si incancrenisce, più la coesione dell'esercito, e quindi dello stato, è a rischio. • Insomma l'esercito non potrà essere messo da parte facilmente... ,. In un modo o nell'altro dovrà essere coinvolto nel processo di ricomposizione del quadro politico. Lo stato in Algeria si è storicamente costruito intorno all'esercito. Fin dai tempi della colonizzazione, che in Algeria è durata un secolo e mezzo. Durante la dominazione coloniale, il "contrastato" era proprio l'esercito di liberazione, che poi ha preso il potere e ha dato la possibilità allo stato algerino di esistere. Quando lo stato colonjale è crollato e i francesi hanno abbandonato l'Algeria molto rapidamente senza lasciare nulla, è stato l'esercito a riempire il vuoto e a creare le condizioni del nuovo stato indipendente. Dunque, non bisogna dimenticare questo aspetto della storia del paese, che spiega anche la necessità del compromesso per avviare un processo di riconciliazione che tenga presente l'importanza dell'esercito. Qual è invece l'origine del fondamentalismo islamico in Algeria? Come spiegare la forza degli integralisti e il loro radicamento progressivo nel Paese? A differenza di quanto è accaduto in Egitto e nel resto del mondo musulmano, in Algeria l'Islam ha rappresentato l'ultimo rifugio di fronte alla penetrazione coloniale. Non bisogna dimenticare che l'Algeria non è stata solo colonizzata, ma anche integrata alla Francia, dato che era una regione francese come la Corsica, la Savoia o la Bretagna. La forma di resistenza a questa penetrazione amministrativa, culturale e politica è stata la religione. L'appartenenza ad una comunjtà religiosa è dunque ali' origine del sentimento nazionale. I primi partiti nazionalisti moderni, nati intorno al 1930, hanno dovuto appoggiarsi sul sentimento religioso, proprio perché esso corrispondeva a un sentimento nazionale. Messali Hadj, Ferhat Abbas e gli altri dirigenti dell'epoca avevano però capito che il sentimento religioso da solo non bastava a definire il sentimento nazionale. Hanno allora elaborato le nozioni della repubblica, della separazione tra stato e strutture religiose, ecc .. Purtroppo, tutte queste discussioni sul carattere della nazione sono state liquidate dopo l'indipendenza, quando è stato salvato solo il nazionalismo nella versione cmnunitaria. Per l'FLN, partito unico dal 1962, l'appartenenza alla nazione implica l'appartenenza alla religione musulmana, l'Islam è religione di stato. Questa identificazione non l'ha inventata il FIS, ma la costituzione del 1963. Inoltre, l'FLN ha coltivato la tradizione dello scontro e della forza: tutto il senso della storia algerina sta nella vittoria militare contro la Francia, che sarebbe stata battuta con le armi. Tesi che però corrisponde alla verità solamente in parte, visto che la fine della colonizzazione è stata il risultato di un incrocio di fattori politici, spirituali e culturali, e non solo militari. In ogni caso l'esercito al potere si legittima con la vittoria rnihtare, coltivando quindi una cultura di guerra. Le conseguenze di queste due scelte - il nazionalismo religioso e la cultura di guerra - sono state disastrose. Oggi purtroppo le ritroviamo all'interno del FIS. Vuol dire che il FIS ha ripreso adattandole alcune delle componenti già presenti nell'FLN? Quando il partito unico è crollato, il FIS ne ha ereditato alcune componenti, tra cui l'appartenenza alla comunità religiosa come appartenenza alla nazione e la tradizione dello scontro che giustifica l'uso della forza di fronte ai nemjci politici. A mio avviso, i fenomenj di amnesia politica e di rimozione della storia reale del nazionalismo hanno fabbricato intere generazioni senza memoria pohtica, senza memoria dei padri fondatori del nazionalismo. Purtroppo oggi si vedono le conseguenze. In Algeria, mancano i padri della patria che costituiscono la memoria culturale e il radicamento politico di una società, offrendole i punti di riferimento necessari a uno sviluppo armonko. I padri della nazione avevano saputo fondere l'idea dell'Islam con la necessità della repubblica, una repubblica che era stata introdotta dai colonizzatori e di cui si erano appropriati come di uno strumento universale da utilizzare proprio contro i colonjzzatori, cioè coloro che l'avevano importata. Ma nessuno oggi si ricorda del loro discorso. Questa tematica nazionalista è scomparsa nel discorso ufficiale del1'Algeria indipendente degli anni Sessanta e Settanta. In questo vuoto di riferimenti il FIS è riuscito a radicarsi nel Paese con un'operazione cultural-religiosa ma anche con un 'azione molto concreta di assistenza alla popolazione ... Certo, accanto all'aspetto storico, culturale e identitaria, va tenuto presente l'aspetto sociale del FIS, che ha saputo avvicinare le masse di diseredati.L'Algeria è infatti un paese con una crescita demografica esplosiva che ha conosciuto una crisi economica assai grave a partire dal crollo dei prezzi del petrolio, a metà degli anni Ottanta. La disoccupazione oggi è dilagante. Il risultato è che ci si aspetta tutto dallo stato, ma contemporaneamente, siccome lo stato non può più dare tutto a causa della crisi, ci si rivolta contro di esso. In questa situazione gli integralisti islamici hanno saputo muoversi assai bene. Il FIS ha creato rapidamente una rete di assistenza sociale assai fitta, in parte sovrapposta alle classiche strutture di tipo assistenziale, ma in parte legata ai movimenti di tipo "trabendista", vale a dire quelle attività economiche informali e illegali legate al contrabbando, che però implicano il passaggio all'economia di mercato.
Alcuni dicono che il FIS si sarebbe finanziato anche in questo modo ... In effetti, il FIS accompagna il passaggio all'economia di mercato in un paese che è sempre stato gestito sulla base dell'economia pianificata dallo stato. Il "trabendismo" è l'economia del Bazar, implica il passaggio all'individualismo, all'economia di mercato liberale, di conseguenza è appoggiato e spinto dagli integralisti, per i quali queste attività economiche sono un modo per combattere l'economia del paese. In realtà la loro operazione è doppia: da un lato spingono e favoriscono il passaggio all'economia di mercato, ma poi si propongono per aiutare coloro che dall'economia liberale sono esclusi e rovinati, interviene cioè l'aspetto religioso e assistenziale della loro attività. Il FIS però non è un blocco monolitico. Come mai si e imposta la corrente più intransigente? Non avrebbe potuto affermarsi una componente più moderata dell'islamismo? Negli ultimi tempi la componente più politica del FIS ha perso terreno perché i suoi dirigenti politici sono stati uccisi o imprigionati. Non bisogna dimenticare che nel 1991 la direzione del FIS aveva fatto la scelta delle elezioni, mentre era già presente all'interno del movimento un'ala dura che predicava la lotta armata. Alla testa del FIS c'era Abdelkader Hachani, che Folo Monoud/Odyssey/G Neri 1:15LAM R1tculM ALGERIA/STORA9 ormai è in prigione da diversi anni senza essere stato processato. Lo stesso è accaduto a molti consiglieri regionali e comunali, a molti sindaci del FlS, a molti quadri politici, che non sono necessariamente né radicali né terroristi. Eppure già all'epoca delle elezioni, nel 1992, l'immagine del FIS non era certo moderata e tollerante, era un'immagine piullosto inquietante ... ... per l'Occidente e per la parte più moderna dell'Algeria. D'altra pai1e all'interno del FIS ci sono state diverse tendenze e diverse generazioni di militanti. Ci sono stati quelli che hanno fatto la guerra in Afghanistan all'inizio degli anni Ottanta e quelli che hanno partecipato alla rivolta del 1988, ci sono gli intellettuali arabofoni che hanno fatto carriera attraverso il FIS; ci sono i tecnocrati dell'islamismo, ma anche i disoccupati e i trabendisti. Insomma, il movimento islamico era il risultato di una vera complessità sociale, in cui agivano i vecchi cheik ma anche i giovani imam esaltati. li FIS ha dunque voluto dare l'immagine di un partito-nazione musulmano che accoglie in sé tendenze diverse. Ma in realtà non era un partito-nazione, lo prova anche il suo risultato elettorale: 3,2 milioni di voti contro i 2,5 milioni della coppia FLN e FFS. La vittoria non era così schiacciante come si è voluto far credere. Certo, il m,mero dei deputati del FIS eletti al primo turno era allarmante, ma il risultato al secondo turno restava del tutto aperto. li FIS non rappresentava tutta la nazione, ma solo poco più del 25% degli
1O ALGERIA/STORA elettori, visto oltretutto il gran numero di non votanti. Eppure in Occidente ha prevalso il panico, nessuno è riuscito a mantenere i nervi saldi. In fondo, il FIS aveva avuto la stessa percentuale elettorale del Partito Comunista in Francia alle elezioni del 1945. Ciò non ha condotto ali' annullamento delle elezioni né allo scioglimento del PCF. La vittoria del FIS alle elezioni avrebbe messo fine alla democrazia, come sostenevano coloro che hanno appoggiato la decisione di sospendere le elezioni? Non credo. E in ogni caso qual è il risultato oggi, a tre anni di distanza? Un paese in guerra, 40.000 morti, le élites del paese in fuga, una classe politica a pezzi, una società alla deriva, l'esercito al potere che però rischia di andare in crisi da un momento all'altro. Il risultato non è certo incoraggiante. Tre anni fa invece l'esercito era omogeneo, le élites erano ancora presenti nel paese, i partiti politici erano bene o male funzionanti, c'era un presidente della repubblica. Insomma, esistevano tutti i mezzi per contrapporsi da un punto di vista costituzionale ad un'eventuale deriva autoritaria e antidemocratica del FIS. E per di più, come ho detto, gli integralisti non erano certo maggioritari nella società algerina. Il giorno prima dell'interruzione del processo elettorale, ad Algeri ci fu una manifestazione con 500.000 persone che gridavano: né repubblica integralista né potere militare. Oggi ciò non sarebbe possibile. Dunque l'interruzione del processo elettorale è stato un tragico errore. È stato un errore di valutazione che ha dimostrato la mancanza di sangue freddo dell'esercito. Allora, nella società algerina c'erano le forze democratiche per far fallire il progetto integralista, oggi non più. Certo è facile dirlo adesso. Allora ci fu il panjco, molta gente aveva paura, le donne ad Algeri avevano paura, gli intellettuali francofoni avevano paura. Spesso si ha l'impressione che nella società algerina ci sia una frattura: da un lato, un mondo tradizionale e religioso; dall'altro un mondo moderno e occidentalizzato... Personalmente, non sono d'accordo con coloro che sostengono questa tesi. La prova sta nel fatto che in ogni famiglia algerina c'è un figlio poliziotto e un figlio integralista. Non sono due mondi separati, è una sola Algeria che cerca di avanzare con tutte le sue contraddizioni e divisioni interne. Se si cerca di privilegiare un aspetto solo (l'integralismo, il laicismo, la repubblica, il fattore berbero, ecc.), non ci potrà essere soluzione. Dalla sospensione delle elezioni, il muro contro muro tra esercito e integralisti non ha fatto che accentuarsi. Come fare oggi per ritornare a una soluzione politica del conflitto? A Roma sono stati sottoscritti accordi tra tutti i partiti dell'opposizione, FIS compreso, mentre i militari stanno cercando di organizzare nuove elezioni presidenziali, a cui però i partiti non vogliono partecipare nelle condizioni attuali. Che fare? La situazione è difficile. Da un lato, i paititi dell'opposizione riunitisi a Roma non possono continuare a fare i conti senza includere l'esercito nel processo di pacificazione; dall'altro, l'esercito non può appoggiarsi esclusivamente su un piccolo polo democratico che oltretutto non rappresenta quasi nulla nel paese. L'esercito deve aprirsi alle grandi formazioni, FLN e FFS, e trovare degli interlocutori politici all'interno del movimento integralista. Insomma gli uni e gli altri saranno obbligati ad arrivare ad un compromesso. Crede che se si riuscisse ad arrivare a questo compromesso, sarebbe possibile arrestare la violenza che sta distruggendo il paese? Non subito. Il compromesso tra le quattro forze del paese - polo democratico, FFS-FLN, esercito e islamisti - è la premessa indispensabile, ma la violenza non sparirà subito. Ormai sono in molti a vivere della violenza, ci sono mjlizie e bande che prosperano sul clima di insicurezza. Sarà lungo e difficile riportare l'ordine, giacché bisognerà ricostruire il tessuto sociale e nazionale in un contesto in cui dominano il dolore, l'odio e la voglia di vendetta. Lei crede che le diverse forze abbiano veramente la volontà di fare questo compromesso? Oppure le condizioni non sono ancora mature? Per il momento non mi sembra che ci sia questa volontà. Ma in fondo non c'è scelta. Né gli uni né gli altri possono vincere militarmente. Anche l'esercito, che in questo momento è nettamente in vantaggio sul piano militare, non riuscirà mai a sconfiggere definitivamente il terrorismo, perché il problema va affrontato e risolto sul piano politico. Ma ciò significa che la società algerina dovrà affrontare apertamente tutti i problemj che nei trent'anni dell'indipendenza sono stati rimossi. Lo statuto della donna, lo statuto della religione, il ruolo dell'esercito, il ruolo dell'economia, i diritti delle minoranze, la questione del plurilinguismo, i fondamenti dell'identità nazionale: sono tutti problemi che erano già presenti al momento dell'indipendenza, ma che non sono stati risolti. La discussione è stata differita per trent'anni: oggi tutti i nodi vengono al pettine. È anche per questo che ciò che accadrà in Algeria sarà importante per tutto il mondo arabo. La cultura ha un ruolo da svolgere in questo contesto? La cultura dovrà svolgere un ruolo fondamentale, se nòn altro per quanto riguai·da il processo di ricomposizione della memoria e della tradizione. Non pisogna lasciare agli integralisti l'esclusiva della memoria. Sul piano storico, ad esempio, sarà fondamentale riconquistare al dominio pubblico e alla cultura collettiva le figure oggi dimenticate dei padri fondatori del nazionalismo algerino. Naturalmente questo processo inizierà dall'università e dalla scuola, ma poi poco a poco penetrerà nella società. Inoltre, ci sono alcuni interrogativi fondamentali sull'identità degli algerini a cui gli intellettuali possono contribuire a dare alcune risposte. Fino a qualche anno fa, gli algerini hanno vissuto in una situazione di tranquilla sicurezza, senza porsi alcun interrogativo. Ora questo tempo è finito, il dibattito è aperto. È fondamentale che gli intellettuali partecipino a questo dibattito che interessa tutta la società. Ma attenzione, quando si paifa di- intellettuali si pensa sempre agli intellettuali francofoni e democratici. Invece, in Algeria ci sono anche molti intellettuali arabofoni. Molti di questi, ed anche alcuni intellettuali francofoni, pensano che l'islam possa rnppresentare un'occasione per la democrazia. Bisognerà discutere con loro su questo terreno, senza demonizzarli. Fino ad oggi gli intellettuali integralisti sono sempre stati demonizzati, ma non è così che si batterà l'integralismo. Occorre invece confrontai·si sul piano delle idee, bisogna· discutere per mostrare la vacuità del progetto integralista. Non basta la sola condanna. Se gli intellettuali democratici, arabofoni o francofoni, non si confronteranno con gli ideologi dell'islam perderanno la loro battaglia.
Maxi111ellocll1S011 IL DIALOGO DIFFICILE Incontro con Fabio Gambaro Maxime Rodinson è considerato uno dei massimi esperti mondiali del complesso e variegato universo dell'Islam. Già autore negli anni Sessanta di una fondamentale biografia di Maometto, questo atipico orientalistadal passatomarxista,ha pubblicato in seguitoopere importanti come Islam e capitalismo (Einaudi)e/ 1 fascino del 'Islam (Dedalo), in cui alla ricostruzione puntigliosa dei fatti ha sempre accompagnato spirito critico e indipendenza di pensiero, caratteristiche che si ritrovano anche negli ultimi saggi raccolti in Francia nel volume intitolato L'Islam: politique et croyance (Fayard). A ottant'anni, lo studioso francese continua a seguire con interesse quanto avviene sull'altra sponda del Mediterraneo. Da qualche tempo, tra Occidente e mondo arabo sembra esserci un'incomprensione sempre più grande. Cosa ne pensa uno studioso come lei che ha passato quasi tutta la vita a dialogare con il mondo musulmano? Le incomprensioni tra popoli appartenenti a paesi diversi, con culture diverse, sono sempre esistite ed esisteranno sempre. È normale. Il mondo musulmano è sempre stato considerato il vicino e, forse proprio per questo, il nemico. Tutti i vicini prima o poi sembrano nemici. È stato così per secoli. Alla base c'è la differenza tra Oriente e Occidente già presente nell'antichità. Giovenale, ad esempio, si lamentava per la presenza di troppi siriani a Roma. Più tardi, l'adozione delle grandi religioni universali, il cristianesimo e l'islamismo, ha reso ancora più rigida questa opposizione, l'ha quasi sacralizzata. Qualsiasi gesto, anche il più piccolo, veniva immediatamente ricondotto all'una o all'altra delle due religioni. Così, oltre a essere il vicino e il nemico, l'Islam diventava un concorrente ideologico. Nel medioevo, pur con tutte le debite distinzioni, questa opposizione assomigliava un poco a quella che è esistita nel nostro secolo tra blocco comunista e blocco capitalista. C'è un'analogia nel senso che si trattava del confronto tra due blocchi di tipo ideologico-politico. Naturalmente, affermazioni generali di questo tipo vanno poi sfumate, tenendo conto di tutte le inevitabili eccezioni. Ma insomma, la concorrenza tra i due mondi è sempre esistita, con alti e bassi, con periodi di crisi ed altri di coesistenza più pacifica. A seconda delle vicissitudini, hanno prevalso rapporti militari, diplomatici o di egemonia globale. L'incomprensione attuale sarebbe insomma l'eredità di una competizione esistente da secoli. In questi ultimi anni però le tensioni sono aumentate. La decolonizzazione avrebbe dovuto eliminare i motivi di con tl itto, ma le cose non sono andate così, visto che al colonialismo tradizionale si è sostituita l'egemonia economica e culturale europea e americana. In Oriente si copiano le mode europee, si sogna guardando i serial televisivi americani. Contro questa nuova egemonia si è diffuso un forte rancore, che è addirittura maggiore di quello esistente all'epoca del colonialismo. Oggi per gli orientali / ALGERIA/RODINSO1N1 l'egemonia occidentale è ancora più esasperante che in passato, giacché è una superiorità che non poggia più su basi concrete. In ogni caso questo antagonismo nei confronti dell'Occidente esiste da molto tempo. Personalmente, l'avevo già constatato in Libano negli anni Quaranta. Oggi questo sentimento si è ulteriormente esacerbato, per via delle circostanze politico-economiche. Ad esempio, dopo la rivoluzione iraniana, la diffusione del fondamentalismo musulmano ha conosciuto una forte accelerazione, prendendo oltretutto connotati apertamente provocatori. Tuttavia, va detto che il fanatismo musulmano è esistito anche in passato, ad esempio attraverso le sette, le quali a volte sono state all'origine di veri e propri massacri. Una volta però le sette e i movimenti di rivolta antioccidentale non erano connotati ideologicamente o appoggiati dagli intellettuali. Anzi, di solito gli intellettuali orientali erano piuttosto aperti all'Occidente, e non a caso ancora oggi questa loro disponibilità viene rimproverata molto spesso. Secondo lei, dunque, oggi ass1sttamo a un fenomeno di radicalizzazione e di espansione di atteggiamenti esistenti da sempre .... Certo, e in più oggi la televisione ci mostra l'ampiezza del fenomeno e soprattutto la sua diffusione presso larghi strati della popolazione. Così, qui in Occidente la gente si stupisce e si spaventa. Nel suo ultimo libro, lei evoca le molte cause che hanno favorito lo sviluppo dell'integralismo negli ultimi vent'anni. Tra queste ci sarebbe la delusione prodotta dai risultati negativi dell'applicazione nei paesi arabi dei grandi modelli politici occidentali: la democrazia liberale e il socialismo. In effetti, una grande delusione ha fatto seguito alle enormi speranze suscitate da quei modelli. Nel mondo arabo, per lungo tempo si è pensato che la panacea per risolvere tutti i problemi si trovasse nel liberalismo parlamentare o nel socialismo. L'applicazione ha pure prodotto qualche risultato positivo, ma sempre troppo pochi rispetto alle aspettative. La situazione di delusione ha quindi favorito la popolarità di quei piccoli gruppi che da sempre predicavano il ritorno alle origini e l'applicazione stretta della legge del profeta. Nei suoi libri lei parla di un processo di laicizzazione e secolarizzazione delle società musulmane che in fondo non è riuscito ed è rimasto incompiuto. Può dirci perché? Anche in questi paesi c'è stato un processo di disincanto, per usare l'espressione di Max Weber, dato che oggi la religione occupa meno la testa delle persone. A ciò ha contribuito il moltiplicarsi delle spiegazioni tecniche e scientifiche della realtà. Tuttavia, nel mondo arabo questo processo ha avuto luogo in un modo molto particolare, nel senso che non è stato percepito fino in fondo. Qui, lo stato d'animo teologico e la ricerca delle cause sovrumane collegate a Maometto sono stati sostituiti da un patriottismo di comunità, che è diverso dal patriottismo di una nazione o di un gruppo etnico. Qui infatti il gruppo si identifica, in nome di un dogma teologico, a una comunità che è sovranazionale, vale a dire l'Islam. Ma in realtà la fede religiosa è solo un pretesto. Nel senso che la gente sente di appartenere a una comunità connotata dalla religione anche senza avere alcuna credenza religiosa particolare. In Libano, ad esempio, anche chi non credeva in Dio sentiva lo stesso di appartenere a una delle comunità definite su base religiosa: quella dei cristiani maroniti, quella dei musulmani sunniti, quella degli sciiti, quella dei drusi. Oggi l'Islam è spesso caratte-
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==