ILCIELOIN UNA STANZA A TORINOTEATRODAAPPARTAMENTO DEI MARCIDOMARCIDORISEFAMOSAMIMOSA MariaNadotti Marco Isidori, autore/attore, e Daniela Dal Cin, scenografa/ costumista, stanno lavorando da mesi con i loro attori a un progetto ancora inedito di Gengis Khan. Lo spettacolo, che dal giugno scorso è in fase di studio e sperimentazione in un microappartamentolaborato1io alle spalle della stazione di Porta Susa a Torino, prevede la costruzione di una torre lignea alta sette metri e di quattro metri per lato. Al suo interno il pubblico, sistemato su scranni aerei, guarderà l'azione scenica a voi d'uccello, dall'alto al basso, tra vertigine e precarietà. Su tale, verticale e instabile, prospettiva e sulle alterazioni percettive che essa produce la compagnia ha cominciato a raccogliere dati da tempo. A tutt'oggi, nel suddetto appartamento, sono passate e sono state 'testate', in una so1ta di iperbolica fase µre-produttiva, quella appunto de Il cielo in una stanza, novantadue persone. Critici, studiosi di teatro, "comunicatori". Uno alla volta. Spogliati, con gesto deliberato, degli strumenti di controllo e potere previsti dal loro ruolo, nonché di alcune difese paratestuali a cui chi frequenta il teatro per professione è assuefatto: la presenza del pubblico, un compagno/a per la serata, un programma di sala, un ingresso da cui accedere in forma ufficiale al l'area destinata agli spettatori, prevedibilmente (anche se non necessariamente) distinta dal palcoscenico e annessi, anonimato, promessa di passività nell'area buia destinata ai corpi invisibili di chi guarda. Per assistere a Il cielo in una stanza - titolo che più referenziale non si può- bisogna intanto essere invitati, ovvero selezionati, uno tra molti e per ragioni non sempre chiare agli eletti. Non è lo spettatore -critico a scegliere lo spettacolo, bensì chi fa teatro a scartare o scegliere lo spettatore. Per lui/lei, quella sera, lo spettacolo è allestito e avviene, luci, musiche, costumi, scene, addirittura un prologo personalizzato e pre-registrato. Ne discende che ad essere ribaltato è anche il rapporto numerico: individuato, individualizzato, estratto da un'ipotetica, magmatica e protettiva platea, lo spettatore è solo, isolato. La compagnia - dieci attori - va in scena per lui/lei, facendone il centro decentrato di una solida ora di teatrale avventura. Ma andiamo con ordine: lo spettatore prescelto arriva sul luogoperappuntamento. All'ora esatta, né dopo né tanto meno prima del!' ora prevista. Non sono ammesse eccezioni, come dovessi salire su un aereo di linea, che non ti aspetta e non ti prende a bordo prima del tempo. Eppure sei solo. Sul pianerottolo di un modesto edificio semi periferico. Ti hanno detto di manifestare la tua presenza bussando con forza alla porta, dopo aver contato fino a sessanta. Contare lentamente, saltare i numeri, ripetere i numeri, rallentare? Inevitabili 1iaffioramenti infantili, sei lì, cieco e solo, a contare fino a sessanta, per dare agli altri il tempo di nascondersi meglio e a te di non trovarli mai più. Cosa c'è dall'altra parte del muro, di questa porta/tronco d'albero? li tempo, già dilatato, ti ha messo voglia di giocare. C'è chi scappa - mi dirà poi l'Isidori - o declina addirittura l'invito, perché giocare fa paura, inquieta. allarma. Da soli, poi, e senza sapere bene le regole del gioco. Cosa 75 vorranno da me, cosa mi faranno, senza testimoni, senza nessuno a proteggermi, senza filtri, schermi. Epoi ti hanno detto che di mezzo c'è una tigre e che tu, invece di sparire tra i braccioli di una tua numerata poltroncina, dovrai cavalcarla e portarla/farti po1tare a spasso. Cartina al tornasole spettatoriale: partecipazione, estorto attivo intervento, passivizzazione. Lo spettatore portato in giro, girato, posizionato, nel centro della scena, a inseguire i personaggi, i fili dei discorsi, lui dall'alto dell'animale, scarrozzato da imperatore in portantina, lì e non lì, nello spazio saturo di un monolocale che la tigre ingombra, squarcia, deforma. Per terra, a terra, annidati negli angoli, aggrappati alle pareti, l'Isidori in muliebre vestaglietta colorsalmoneetregiri di perle, legirlspittatedascimmieall'ombra di ombrellini soft-porn, gli attori lanciano, rilanciano, sbilanciano le battute di un testo che "accoppia" parole e musica, fisica e metafisica, basso e alto, svariando dall'enigma al du-dudu di un carosello televisivo semiavariato. "Signori sì!" -esercita la voce l'lsidori in omaggio a Carmelo, ché a Bene è dedicato l'intero testo in un continuo spezzarsi del senso in suono e ritorno - "dico/ io/ a voi/ che/ da/ da/ io I dico/ Sissignori! / che la poesia/ si/ si/ si scrive lei da lei/ la stella stessa sta tracciando il ballo della biro/ bic biro-s-tella nera balla il grande tango/ che/ Signori! / ci..." Perché l'avventura trapassata a dorso di tigre è l'avventurarsi delle voci e dei corpi sfidati sfiniti degli interpreti nella selva delle parole. Mentre Gengis Kahn consuma i suoi riti avviticchiato alle virgole, alle "virgolette sorelline/ virgolette siamesi", declamando progressivi slittamenti di significato in libera, provocatoria fluttuazione. CO amar ognimese suConfronti immagini, testimonianze eservizi sulpluralismo delle tnie, delleculture, dellefedi. • 1versil Confronti: abbonamento annuo lire 65.000; semestrale lire 35.000. Una copia lire 8.000. Versamento sul ccp n. 61288007, intestato alla coop. 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