74 SPETTACOLO/SHAWN l'attore e il personaggio, deve saper guardare in quel modo scomodo e ambiguo (in quel modo "teatrale") per cui ogni azione e parola recitata rischia la prova della credibilità ("io ci credo", diceva Stanislavskij e nell'approvare o meno la scena faceva giocare la sua libertà di spettatore: questo è il lusso e il disagio che distingue la fruizione teatrale, quello che il consumatore di cinema non sa né vuole più fare). Davanti e dentro al teatro, il cinema di Malie non resta in secondo piano, ma addirittura ne individua un terzo: sembra una registrazione delle "prove", ma è in realtà un "mettere alla prova" il teatro e proporre una scommessa davvero ardita sulla sua autonomia. È così che un cast di formidabili attori può sfidare la mutazione irreversibile del pubblico cinematografico e farlo tornare per qualche ora pubblico di teatro: può ridargli il senso e il gusto di un arcaico confronto diretto con la scena, restituirgli d'incanto persino l'antica e sopita competenza sul lavoro dell'attore, sul valore drammaturgico dell'opera, sul significato e l'importanza dell'intera cultura teatrale. È questo il miracolo che succede a Vanya sulla 42esùna strada e quindi (a questo serve il cinema) sulle tante infinite strade del nostro attuale villaggio globale. Starà poi a Checov e agli attori dimostrarci ancora una volta che la metropoli diffusa non è che il nuovo nome oppure l'altra faccia di una immensa provincia dove la modernità è piuttosto un adattamento che una rivoluzione, che non cancella né i falsi drammi né i piccoli personaggi, sempre "rurali" e però da tempo confinati in un infinito interno borghese. L'America, a questo proposito, ha ancora da offrire i volti e i gesti più giusti, e non soltanto attori di talento: almeno agli occhi europei appare come una miniera antropologica che vale molto più della fedeltà geografica e della continuità della storia. Chissà come sarebbero state efficaci e convincenti anche le loro voci? Ma no, stavolta non ci sembra il caso di prodursi nel solito lamento per il doppiaggio. Il doppiaggio - stavolta - è un peccato commesso con cura, e un tributo che va infine pagato al cinema e soprattutto al pubblico. Se qualcosa di prezioso si perde, qualcos'altro di curioso si guadagna: anzi, forse più di una curiosità, un'informazione e una sensazione che aiuta a comprendere il teatro stesso. Nell'arte in cui la parola è azione, la sovrapposizione del doppiaggio ovvero la sottrazione della vera voce dell'attore (e del vero Verbo), rende più evidente la fisicità del dire, è l'abilità di un gesto o l'espressione di un volto che ha perso per strada una maschera, che si mostra dopo una involontaria ulteriore sottrazione rivelando appena la sua più superficiale nudità. È questa superficialità - e non la retorica "profondità" - l'obiettivo inconfessabile e perfino inconsapevole di un attore. Così scrive ne La febbre Wallace Shawn, interprete magistrale di Vanya ma anche drammaturgo e scrittore: "Qualcosa - una parte di me stesso - mi è rimasta celata, e credo sia la parte che appare in superficie e che chiunque al mondo sarebbe in grado di vedere, se mi scorgesse guardando dal finestrino di un treno in corsa". Al cinema, nel treno in corsa che sembra allontanarsi a grande velocità dal teatro, quel qualcosa si è visto e ha svelato il segreto di un'apparenza che non è il contrario ma il riassunto della profondità della vita interiore. Ma non era questa la specificità del teatro?
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