Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

72 SPETTACOLO/SHAWN teoria la moralità poteva impedire l'olocausto e la guerra del Vietnam. Certo - se Hitler, Lyndon Johnson, la tanta gente che lavorava per loro e un'enorme massa di persone nei paesi da loro governati, al momento giusto avessero tutt'a un tratto scoperto l'importanza del la moralità e avessero tutti quanti deciso di agire in modo diverso e basato su quanto avevano all'improvviso scoperto, magari persino a costo della vita. Ma all'olocausto e alla guerra del Vietnam hanno condotto forze più potenti della moralità o dell'immoralità e se vogliamo usare il nostro intelletto per arrestare il genocidio, allora per dio cerchiamo di analizzare e capire le circostanze che ad esso nel mondo hanno portato e non accontentiamoci di concludere che il genocidio è moralmente sbagliato. Determinate circostanze economiche e storiche danno a gruppi e individui una spinta molto decisa in una certa direzione. Marx ha fornito un possibile approccio alla comprensione di tale fenomeno. Alice Miller osserva il problema da un punto di vista diverso. Sì, oggi nella ex Iugoslavia molti hanno indubbiamente "spezzato il loro legame con la moralità" e il risultato è l'orrore. Ma a spezzare tale legame non li ha convinti un ragionamento sbagliato sentito chissà dove. Si sono lasciati convincere da un ragionamento sbagliato, perché qualcos'altro li spingeva in quella direzione. E poi, in realtà, il punto è che evitare il genocidio non è una semplice questione intellettuale. Se si vuole prender parte a quel particolare tipo di lotta, può capitare anche di dover compiere determinate azioni o persino di correre certi rischi. Ad ogni modo, non c'è qualcosa di semplicemente un po' comico nella pomposa insistenza con cui i membri delle clas~ privilegiate sottolineano l'importanza della moralità? Qualcosa che rende difficile prenderli del tutto sul serio quando ne parlano a quel modo? La moralità è, fondamentalmente, qualcosa che i privilegiati di oggi praticano, sempre che ne abbiano voglia, nei confronti degli altri. I meno privilegiati, le vittime dell'oppressione, combattono contro l'ingiustizia non perché credono nella moralità, ma perché non vogliono più essere oppressi. Di solito il tema della moralità viene sollevato solo quando un oppressore comincia a porsi il problema dell'oppressione. Eppure, non appena un privilegiato solleva la questione della moralità, ecco che ali' improvviso si profila una sorta di ipocrisia. Se, come egli afferma, avesse genuinamente a cuore la moralità, egli dovrebbe infatti, ovviamente, smettere di combattere in difesa dei suoi privilegi e, anzi, rinunciarvi. La moralità preoccupa chi si pone il problema dell'oppressione, ma non riesce a smettere di praticarla. Non che un cittadino borghese non possa sentirsi sinceramente offeso, ad esempio, da alcuni dei tanti crimini che continuano ad accadere nel mondo. È che è assai poco comune vedere una persona del genere lottare con tutte le sue forze contro quei crimini particolari che vanno a suo beneficio. Non è che la moralità non sia una cosa necessaria e importante. Sto solo dicendo che di solito ne sentiamo parlare da gente a ben vedere ipocrita. Al meglio, la moralità dice, "Le cose devono cambiare". Va bene - e poi? Poi le persone devono concretamente fare qualcosa. Ho idea che il mio saggio, oggi, mi risulti troppo garbato. Il massacro degli innocenti è in corso appena fuori dalla finestra dell'uomo in poltrona. Questo stesso saggio contiene, però, alcune indicazioni che, se seguite, potrebbero benissimo portare una persona a una posizione, a un modo di sentire, piuttosto diversi da quelli del suo autore. Su di me, in ogni caso, ha avuto indiscutibilmente questo effetto. ANDAREALCINEMA PERVEDERETEATRO PiergiorgioGiacchè Ci sono delle eccezioni che non confermano affatto la regola, ma che, mostrando che può accadere altro o che si può fare meglio, ne minacciano sia la continuità che il potere. Nella storia del rapporto fra cinema e teatro - una storia in cui non si sa se siano stati più numerosi i cattivi esempi o i generosi fallimenti - Vanya sulla 42esima strada rappresenta questo tipo di eccezione. Da adesso in poi, quel cinema che del teatro ripropone le storie aggiungendovi una buona dose di esterni e un'overdose di spettacolarità (che in pratica gli ruba i testi, annulla i registi e corrompe gli attori), oppure anche quel cinema o quella televisione di documentazione, che registra con piatto rispetto la scena, che guida lo sguardo dello spettatore lungo itinerari logici o banali, non potranno ignorare questa formidabile eccezione: quella di un film che non si sovrappone né si sottopone all'arte scenica ma sceglie di contribuire alla sua stessa essenzialità, alla sua precisione, alla sua "differenza". Un film che rivela come la "differenza" radicale che oppone il teatro ai media non è detto che valga anche nell'altro senso o dall'altra parte: il cinema può infatti scegliere di amplificare gli elementi della finzione e della relazione teatrale invece di trasporli nel suo stile, può rispettare e valorizzare la magia "povera" del teatro invece di barattarla o mascherarla col solito irresistibile glamour. Una camera da presa ci guida lunga la 42" strada fino a un grande e vecchio teatro in disuso, che si apre soltanto per noi, per gli attori e per qualche loro amico che ha chiesto di poter vedere le prove di Zio Vanya. Il regista André Gregory ci spiega che siamo fortunati perché è un giorno di prove generali e non ci saranno interruzioni: quasi uno spettacolo. La conversazione informale fra attori e spettatori continua nelle battute della pièce che è cominciata senza che nessuno se ne sia per davvero reso conto: quasi non si stesse recitando. Non ci sono costumi di scena e si può dire che non c'è una scena, né una vera distanza fra gli attori e gli spettatori, tutti sistemati gli uni di fronte agli altri in palcoscenico. In quel grande teatro - ci sembra di capire - il palcoscenico è l'unico luogo sicuro, dove proteggersi dalla polvere e dalle rovine. Non c'è più una platea né c'è un altro modo di vedere teatro se non quello di essere amici invitati dagli attori, oppure, nel nostro caso, quello di approfittarsi della macchina da presa. Quasi.fosse la stessa cosa, e così è se ci pare. Invece di inseguire la sua originalità, il cinema ha trovato il modo di servire ad una necessità. Non si tratta di salvare o di esaltare le opere teatrali, si tratta di restaurare il teatro, a partire dalla prima cosa che si è perduta, che è andata in rovina ben prima del parterre e del le balconate: lo spettatore teatrale. Non si tratta di migliorare cinematograficamente l'arcaica arte della finzione, ma di sostenere l'illusione della re-

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