Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

70 SPETTACOLO/SHAWN ragionevole e ammirevole, scuotiamo la testa in segno d'assenso, chissà come continuiamo a scuoterla e in pochi minuti siamo d'accordo con argomenti che avrebbero fatto diventare viola di vergogna il nostro vecchio io. Noi però restiamo impassibili, come se nulla fosse successo. Com'è accaduto che ci siano sfuggiti i primi segni di degenerazione presenti nell'argomentazione? Nel momento cruciale ci siamo forse distratti? Com'è potuto succedere? In questo momento siamo particolarmente stanchi? Esausti? Sono queste le cose che ci succedono tutti i giorni. Vi possono succedere mentre leggete il testo teatrale che avete in mano. E i personaggi del dramma, come voi e me, sono formati dalle catene di ragionamenti che hanno seguito. Le nostre vite si articolano e i nostri pensieri cambiano e, cambiando i nostri pensieri, cambiamo noi. Cambiamo giorno per giorno con piccoli passi, brevi conversazioni, momenti semicoscienti di riflessione, dubbio e decisione. Sto sulla porta di casa, pronto a difendere i miei cari dal predone che sta in agguato nel buio. Mentre mi faccio di pietra per sparare al predone, dico a me stesso: "Devo essere duro. Freddo. Non sentimentale". Ripeto la litania un centinaio di volte. E il mattino dopo, quando il predone non è venuto-oppure è venuto e io gli ho sparato -, cosa ne faccio della mia litania? Non mi si cancella dalla mente solo perché non c'è più nessun predone. Ne farò il mio credo? Deciderò di credere che la mancanza di sentimentalismo è una virtù importante? Comincerò a trarre piacere dalla mia freddezza? Insegnerò a me stesso a essere duro in situazioni nelle quJli un tempo la durezza mi sarebbe sembrata un crimine? Un amico mi descrive il piacere provato a picchiare un tizio che lo aveva insultato e mi accorgo che a mia volta provo piacere a sentire il suo racconto. Riconosco in me il desiderio di vendicarmi di chiunque mi abbia mai fatto male. L'amico mi dice che trova ipocrita negare che nel nostro cuore esista il desiderio di vendetta. Sono pienamente d'accordo. Deciderò dunque di adottare la vendetta come movente legittimo alle mie azioni quotidiane? A una cena tranquilla incontro una giovane donna. Ci sediamo vicini e lei mi dice che, di tanto in tanto, le piace uscire con dei gangster. Mi descrive nel dettaglio le tecniche da loro usate per ottenere che la gente faccia quello che loro vogliono: corruzione, violenza. Sono scioccato e disgustato dal le sue storie. Qualche mese dopo la incontro di nuovo a un'altra cena e ascolto alb·i racconti. Questa volta non mi sento scioccato. Non sono più così cosciente delle sofferenze patite dalle vittime dei gangster. Sono più colpito dal grande stile e dalla scaltrezza dei gangster stessi. Comincio a capire come sia difficile essere gangster di successo e quale straordinaria abilità ci voglia per arrivare in cima all'impero del crimine. Mi ritrovo ad ascoltare con un certo piacere. Al terzo incontro sono ormai un intenditore di tecniche gangsteristiche e le storie che la giovane donna mi racconta mi sembrano buffe e divertenti. Mi considero, come sempre, una persona che disapprova in pieno la logica dei gangster, eppure, a scopo di divertimento, racconto a un amico alcune delle storie migliori. Se il mio amico ora obietta che le storie non sono del tutto divertenti, ne sarò in qualche modo irritato? L'amico mi sembrerà di vedute ristrette, un moralista senza humor? E così ogni giorno ci imbattiamo in un'infinità di insidiose manovre intelletn,ali attraverso le quali il principio dell'immoralità si rende plausibile. Ad ogni manovra corrisponde una nostra debolezza di pensiero, che ci permette di non notare dove ci stanno conducendo finché non siamo ormai in trappola. Disgraziatamente, i nostri piccoli malesseri intellettuali - le brevi cadute di concentrazione, la suscettibilità ad analogie lievemente inappropriate, la tendenza a dimenticare in quali particolari contesti le idee che abbiamo in testa siano comparse per la prima volta, la facilità con cui ci lasciamo attrarre al momento sbagliato dal colpetto che il prestidigitatore dà alla mano dove non è racchiusa alcuna moneta misteriosa- hanno il potere di far precipitare la storia in un baratro d'orrore. La moralità, se sopravvivesse, potrebbe proteggerci dall'orrore, ma ben poco protegge la moralità. E la moralità, perdi più, è difficile da proteggere, perché non è altro che qualche pensiero nelle nostre teste. E se siamo veloci nell'abituarci alla brutalità dei fatti e a non contrastarli, siamo altrettanto rapidi nel lasciarci ridurre a una confusa sottomissione dalla brutalità dei pensieri che, nella nostra smania di comf01t, abbiamo ammesso nelle nostre menti e dalla quale la moralità può venir fatta a pezzi in pochi istanti se solo distogliamo lo sguardo. E continuiamo a operare nell'illusione che noi, semplici individui, non abbiamo alcun potere sul corso della storia, mentre (nel bene o nel male) è vero proprio il contrario. La sconvolgente verità è che anche la storia è alla mercé dei miei pensieri e i leader politici del mondo siedono accanto alle loro radio in attesa di sentire se dentro il mio cranio la moralità sia malata o morta. Il processo è semplice. Parlo con te, poi spengo la luce e vado a dormire, ma, mentre dormo, tu parli al telefono con un tizio che hai conosciuto l'anno scorso in Ohio egli dici quel che ti ho detto. Dopo aver riattaccato, il tizio parla con un suo vicino e ciò che ho detto continua a viaggiare, lontano, sempre più lontano. E proprio come una mosca può allegrame11te e con indifferenza atterrare sul naso di una regina, così il pensiero che hai riferito al tizio in Ohio può farsi strada a velocità inimmaginabile nella mente di un presidente. Perché una società non è molto di più di una rete di cervelli e un presidente non è meno implicato nella rete di chiunque altro e non c'è quasi nulla di quel che pensa che non vengadrittodrittodaquella rete. Difatti, di fronte a un qualsiasi problema o avvenimento, è virtualmente incapace di assumere una posizione che non sia stata alimentata e sviluppata in quella rete di cervelli. Ecco dunque che, mentre si arrovella in cerca di un approccio sensato all'ultimo cablogramma del premier sovietico, ciò che affiora è un pensiero che, nella fattispecie, ha preso da me, un pensiero da me originariamente formulato trent'anni fa quando, scoprendo una carta nel corso di una partita a canasta, sul viso di mia nonna si disegnò una sb·ai1a espressione. li silenzio di mia nonna, i suoi modi, mi colpirono. li suo gesto, che esprimeva un certo stato d'animo nei miei confronti, diede origine in me ad un pensiero e tale pensiero non aveva nulla a che vedere con l'Unione Sovietica. Non era altro che un pensiero sulla vita di tutti i giorni. Ma quando, presto o tardi, per ciascuno di noi - presidente o comune cittadino - diventa necessario tirar fuori dei pensieri in materia di politica, i soli materiali grezzi a cui possiamo attingere sono i pensieri preventivamente formulati a proposito dei conflitti e dei drammi della vita quotidiana. I nostri pensieri possiamo esserceli sognati noi o averli acquisiti dai nostri genitori, dai nostri amanti, da zia Dan o dal tizio in Ohio. Ma, ovunque li abbiamo trovati, sono quanto abbiamo a disposizione. I nostri atteggiamenti politici possono venir fuori soltanto da ciò che siamo - che eravamo da bambini, che siamo diventati oggi, che abbiamo imparato a scuola, all'asilo, alle feste, in spiaggia, in casa, a letto. E poiché ogni nostro atteggiamento confluisce nell'azione, confluisce nella storia, camera da letto e campo di battaglia ben presto sembrano una sola cosa. Le mie opinioni politiche volano via per il mondo e determinano il corso degli eventi politici. E gli eventi politici sono determinati anche da ciò che penso della conversazione che ho avuto con mia madre sabato scorso mentre prendevamo il tè. Ciò che ti dico del figlio del mio vicino influenza ciò che provi nei confronti cieli' infermiera che sta accanto al tuo amico nella camera d'ospedale e ciò che

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==