divenuta un pilastro della nostra identità nazionale non è perché soltanto adesso si può emancipare l'antifascismo dalle ipoteche comuniste ("premessa per ritrovare il nesso tra la nostra democrazia e la Resistenza", Rusconi, p. IO), ma perché la responsabilità degli "educatori", nel senso più ampio del termine, non si è dimostrata all'altezza, capace e desiderosa di farlo. Nessuno, in Italia, ha voluto fare della Resistenza (di cui l'antifascismo fu un aspetto parziale e l'antefatto di un suo solo aspetto) il perno di una identità fo1te: forse non sarebbe stato comunque possibile, come non lo fu per il Risorgimento; ma nemmeno ci si è provato (come neppure per il Risorgimento). Si è preferita la strada dell'appiattimento delle specificità della Resistenza dentro il solco del dibattito storico-politico su fascismo/antifascismo, dittatura/ democrazia, regime fascista e regime postfascista. Non è che la querelle, più volte riapparsa nel!' Italia repubblicana, tra continuità e rottura, tra rivoluzione mancata e restaurazione, tra prevalenza dello stato e stato dei partiti, sia stata inutile o ripetitiva: ma essa era funzionale a un'identità che si voleva fondata sulla compresenza antagonista di forze "politiche" contrapposte. Certo, era difficile costruire un'identità fondata sulla Resistenza negli anni della guerra fredda: ma non solo per colpa di Stalin o di Truman; anche Togliatti, Secchia, Andreotti e Gedda ebbero la loro parte. Ci provò la letteratura e ci provò il cinema: e forse quel po' di "appartenenza" comune lo si deve proprio a loro. Non è un caso, comunque, che letteratura e cinema siano i grandi assenti nelle celebrazioni di questo cinquatenario: il cinema in assoluto, la letteratura con le poche eccezioni di cui si parla in questo numero di Linea d'ombra e che costituiscono un modo diverso da quello che è prevalso in televisione e sui giornali, ancorato al dilemma tutto politico e attualizzato tra antifascismo e postfascismo. Un modo che avrebbe forse aiutato la costruzione di un'identità nazionale diversa: ma che come dimostra la "fortuna" di Fenoglio, è stato, come è adesso, largamente minoritario. 25 APRILE 5 LARESISTENZAITALIANA TRAMEMORIAESTORIOGRAFIA NicolaGallerano Gli storici che hanno studiato la Resistenza sono stati sempre fortemente condizionati dal contesto politico- culturale nel quale il loro lavoro si è svolto. Questo vale in generale ma ancor di piu quando si ha a che fare con fenomeni storici recenti, quando le passioni, per cosf dire, non sono spente. Solo di recente il gran libro di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, pubblicato nel 1991, rompendo un silenzio durato una decina di anni, ha profondamento rinnovato la storiografia sulla Resistenza. Tra i tanti meriti di quest'opera c'è quello di essere decisamente e brillantemente sfuggita al ricatto della "legittimazione" vale a dire allo studio della Resistenza come strumento di legittimazione di questa o quella parte politica e, più in generale, del sistema politico del!' Italia repubblicana, nata, come ognun sa, dalla Resistenza. Va aggiunta un'altra considerazione, che solo in apparenza è puramente storiografica: la storiografia contemporaneistica italiana è nata come storiografia dell'antifascismo e della Resistenza. Il che vuol dire che alle sue radici sta l'intreccio tra storia e politica, originato proprio dalle memorie rispettive di quei fenomeni storici.
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