questo punto di vista, nient'altro che una forma pigra, indifferente e codarda di azione vuota di azione. E il mio impegno ad astenermi da ogni attività non era certo a mio uso e consumo. No, il mio impegno quotidiano consisteva, anzitutto, nell'imparare ad analizzare il mondo in modo corretto e attento. Forse già da lungo tempo avevo respinto l'amore di sé e l'interesse per se stessi come guide ali' azione. Forse avevo giurato a me stesso che avrei sempre agito solo per iIbene di tutti, per amore di tutti. Ma se non sapevo com'era fatto il mondo, come facevo a sapere come agire? Magari non c'era niente di male a uccidere una persona per evitare un male terribile. Ma se agivo d'impulso, sventatamente e ciecamente -se uccidevo la persona sbagliata, affidandomi a un sospetto o a un'intuizione erronei, oppure basando la mia azione su qualche erronea interpretazione del mondo accettata per anni perché mi faceva gioco - mi sarei ancora comportato in modo accettabile? Ovviamente no. Come, dunque, sarei mai passato all'azione se non strappandomi senza scrupoli dalla mente, per un momento, un'ora, un giorno, tutti i pregiudizi e le preoccupazioni che la mia situazione e la mia storia particolari mi avevano imposto - se non me li fossi scrollati di dosso e avessi guardato il mondo per quello che era? Chi mi minacciava veramente? Chi minacciava voi, veramente? Che effetto avrebbe avuto su di me se voi lo aveste fatto? Che effetto avrebbe avuto su di voi se lo avessi fatto io? Ho dovuto imparare a esaminare il mondo e poi a riesaminarlo, visto che cambiava così in fretta. E così è saltato fuori che la moralità insisteva sull'accuratezza-sullo studio e la ricerca perpetui, dolorosi. Mi rendo conto adesso che quest'intero apprendistato morale è un elemento stridente nella vita che conduco e, nella mia lotta per stare comodo, per stare bene, esso funziona come un cane che non smette un solo istante di abbaiare, un cane che abbaia ininterrottamente durante il giorno e continua poi, con regolarità, per tutta la notte. Un'irritazione perenne. Quanto di visibile mi sta intorno può essere perfetto e idilliaco, ma dentro c'è questa voce che non cessa mai di denunciarmi. Una voce che non appartiene al quadro. Ovviamente sarei felice di poter sostenere che ogni mia relazione con gli altti è in perfetta armonia con le leggi morali -e in effetti nelle mie interazioni quotidiane con amici, colleghi e persone care, cerco generalmente di seguire i precetti dell'etica. Ma quando schiudo di poco le cortine percettive e considero il fatto che al mondo ci sono milioni e milioni di persone, tutte ben reali, e che io sono in qualche modo legato a ciascuna, devo ammettere che sarebbe dura sostenere che tutte queste mie relazioni obbediscono fino in fondo alle solenni leggi dell'etica. Ecco quel che posso dire: se il mio rapporto con ogni singolo contadino cambogiano conisponde esattamente a quanto detterebbero i principi morali, si tratta di una coincidenza miracolosa, perché già solo comportarmi correttamente nei confronti degli amici mi prende un sacco di energie e capita che, per anni interi, a quei contadini io non rivolga neanche un pensiero. Ciò che sto cercando di dire è piuttosto semplice. Ed è che ogni anno io totalizzo una certa quantità di lavoro (personalmente ho la fortuna di svolgere un'attività-quelladi attorecinematograficoche trovo molto divettente) per la quale ricevo una determinata somma di denaro, che spendo in determinati modi. Quando ricevo il mio stipendio settimanale, impiego immediatamente quantità di persone che cominciano a produrre per me, ad esempio macinini da caffè, lampadine, dischi di grandi violinisti e da tutto il mondo cominciano a scorrere nella mia direzione fiumi di beni. Invece, come tutti sanno, quando un operaio delle miniere d'oro del Sudafrica riceve la sua paga settimanale, quel che gli riesce di mettere in movimento, non è, diciamo, che un millesimo di tutta SPETTACOLO/SHAWN 67 l'attività di cui sopra e per lo più rigorosamente concentrato nel settore agricolo. Eppure, persino dopo aver fatto tutti gli acquisti che ho pianificato, metà del denaro è ancora in mano mia e la spendo principalmente assumendo persone che mi svolgano dei servizi. Con una parte del denaro impiego una donna che, il mercoledì mattina, viene a pulirmi la casa e con il grosso dello stipendio pago perché il governo del mio paese, gli Stati Uniti d'America, svolga un servizio analogo rispetto al mio ambiente complessivo. E, naturalmente, uno dei compiti più importanti che il mio governo ha di fronte è far sì che la struttura internazionale del mondo si conservi più o meno inalterata, di modo che l'anno prossimo non sia all'improvviso io a lavorare settantadue ore alla settimana in qualche pozzo dimenticato da dio o a scavare buchi in un campo bruciato dal sole. Ora, se si considerano i governi attuali, se si considerano i governi succedutisi nella storia, il mio ha, secondo me, molti punti dalla sua. Sono assolutamente convinto che, entro i suoi confini, la società degli Stati Uniti sia meno oppressiva e meno brutale della maggior parte delle società esistenti e, se le si desse pieno potere sull'intero mondo, la tirannia degli Stati Uniti sarebbe preferibile a molte. Poiché, però, si dà il caso che il mio governo sia il rappresentante attraverso il quale intrattengo le mie personali relazioni con la maggior parte degli esseri umani, sono obbligato a chiedere, essendo tuttora vincolato dal mio apprendistato infantile, se le azioni del mio governo siano conformi alle leggi della morale. Naturalmente la gente spesso dice che i governi, quando si tratta di relazioni internazionali, non possono in alcun modo attenersi a tali leggi, che si applicano in modo proprio solo alla vita privata e agli affa1iinterni
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