Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

66 SPETTACOLO/SHAWN Wallace Shawn ' ILCOMFORTDELLABRUTALITA SULCONTESTODI"AUNTDAN & LEMON" traduzionedi MariaNadotti li ~aggio che segue- in realtà non si tratta proprio di un saggio, quanto piuttosto di una sorta di meditazione, ma lo chiameremo saggio - è stato scritto come Postfazione, o "Appendice", al testo del mio drammaAunt Dan & Lemon, pubblicato nel 1985 da Grove Weidenfeld, New York. Il dramma esamina l'influenza che una donna di una certa età, zia Dan, esercita sulla ragazzina Lemon. Inizialmente zia Dan è intima amica dei genitori di Lemon, ma nel corso di una certa estate, quando Lemon ha undici anni, l'amicizia tra loro si allenta. Zia Dan, docente americana a Oxford, è una persona molto attraente e eccitante. Di sicuro non indifferente alla questione della moralità, non permette però che essa le intralci la strada. Di sicuro non del tutto fredda, né del tutto egoista, è tuttavia come se difettasse di un certo tipo di compassione. d ogni modo è chiaro che ha più simpatia per le persone che le sono vicine che per chi è molto distante, ad esempio i contadini vietnamiti o la moglie dell'uomo che ha per amante. Come il dramma suggerisce, nei tanti modi in cui zia Dan manifesta la sua mancanza di compassione c'è forse qualcosa che, invece di respingere la piccola Lemon, la attrae con forza. Quando facciamo la sua conoscenza, Lemon è una donna adulta, una solitaria eccentrica che legge ossessivamente di nazisti e olocausto. Il saggio s'intitola "Sul contesto di Aunt Dan & Lemon" e naturalmente il lavoro teatrale era stato scritto in un'epoca in cui la brutalità delle idee e la brutalità delle persone avevano toccato uno dei loro periodici picchi di popolarità. Dramma e saggio tentavano entrambi di rispondere al quesito: Cosa c'è di così irresistibile in un approccio brutale (potremmo dire fascistico) alla vita? Il dramma funziona in parte - idealmente con un effetto molto insolito sugli spettatori - sul fatto che è la stessa Lemon a raccontare la storia al pubblico - naturalmente dal suo punto di vista. Il punto di vista dell'autore è, con esiti disturbanti, lasciato fuori. Suppongo di aver scritto questa "Appendice" perché volevo aver modo di esprimere il mio punto di vista sui temi sollevati nell'opera senza rovinare l'opera riempiendola dei miei pensieri. O, per dirla in forma leggermente diversa, ogni spettatore è forzato a venire a patti con il testo e a reagirgli come lui o lei crede meglio. Questo saggio è la mia reazione. Sul contesto di Aunt Dan & Lemon Un giorno, avrò avuto circa tredici anni, seduto su un sofà in compagnia di una donna più anziana, mi sono sentito dire con una certa animosità "adesso non lo capisci, ma quando crescerai comincerai ad apprezzare l'importanza del comfort". Beh, aveva ragione. All'epoca in effetti non c'era granché per cui o da cui dovessi essere confortato e, di conseguenza, del comfort non mi importava affatto. Adesso sì. E più invecchio, più desidero star comodo. Ma strada facendo mi sono accorto che, per cominciare a provare questo particolare tipo di sensazione, ci vuole un sacco di lavoro preparatorio e ho imparato anche che non c'è sforzo che tenga se anche un solo, minuscolo elemento del mondo circostante rifiuta di stare al suo posto. Sì, sono a casa nel mio delizioso appartamento, sto seduto nella mia accogliente sedia a dondolo, fiori sul tavolo, tinte morbide alle pareti. Ma se mi viene la febbre e mi sento male, se il lavandino di un vicino perde o se un cane in cortile, sei piani sotto di me, si mette a abbaiare, l'integrità della mia pacifica scena è rovinata e il benessere vola via dalla finestra. E, sfortunatamente, ciò che più di ogni altra cosa mi impedisce di sentirmi davvero a mio agio - che io mi abbandoni al soffice sedile di un piacevole ristorante o passi pigramente la mattinata a letto appoggiato a tre o quattro cuscini - è in effetti il ben intenzionato tirocinio etico che ho ricevuto da bambino. I miei genitori mi hanno allevato nella convinzione che esista qualcosa di tremendamente importante chiamato moralità - un approccio alla vita basato sul concetto paradossale del!' autorepressione (o repressione di una parte di sé da parte di un'altra parte di sé). Invece di insegnarmi semplicemente a stare in guardia dalla minaccia di potenziali nemici esterni, come misura aggiuntiva mi hanno istruito a praticare una sorta di vigilanza costante sui miei stessi impulsi - talvolta persino a soggiogarli, allorché un determinato astratto criterio di giustizia (esistente solo nella mia mente) determinava che sui miei stessi desideri si dovesse lasciar prevalere l'interesse di qualcun altro. La moralità, questo sistema fantastico e complesso (che anche molti dei miei amici si sono visti insegnare dai loro genitori), era, quando l'abbiamo incontrata per la prima volta, un insieme di principi e di leggi. Ma tali principi e leggi in realtà non erano nient'altro che la descrizione di come un individuo si comporterebbe se gli stessero ugualmente a cuore tutti gli esseri umani, anche se, a ben guardare, cos'è lui se non uno di loro-come si comporterebbe, se gli stessero a cuore con la stessa intensità e profondità, tanto che la loro sofferenza non potrebbe che provocargli sofferenza. E c'erano persone di questo tipo - c'erano persone che provavano un senso di soggezione, di umiltà, di fronte al miracolo della vita - gente che aveva il dono della moralità così come c'è gente che ha il dono della musica o del piacere. Ma noi, per lo più, quel dono non l'avevamo e così ci insegnavano leggi e principi, il più semplice dei quali era che ogni persona è reale quanto noi. Il resto della moralità ne discendeva quasi interamente. Se fossi riuscito a imparare a credere che qualcuno, un estraneo, era semplicemente reale quanto me, non mi sarebbe stato difficile vedere quanto ci avrebbe patito se lo avessi trattato in modo crudele, se gli avessi mentito, se lo avessi tradito. Ma, ho imparato, il mondo è costantemente in preda al conflitto e alla lotta. La moralità, dunque, non era soltanto un modo di considerare la vita; era anche una guida all'azione. E, riferita ali' azione, la sua lezione era che io dovessi amare allo stesso modo tutte le persone della terra e agire di conseguenza. lo, va da sé, ero una persona tra le altre e, affermando che tutti dovrebbero essere amati al lo stesso modo, la moralità affermava che anch'io, come gli altri, avevo diritto al mio posticino nel mondo e così, seguendo i suoi insegnamenti, poteva anche succedere chece1te volte mi trovassi ad agire in difesa dei miei personali interessi. Poteva persino capitare che mi trovassi a lottare o uccidere per difenderli. Ma sarebbe potuto succedere soltanto se prima fossi uscito da me stesso, se mi fossi avvicinato a me stesso come a una delle tante creature umane della terra a cui tenevo e se, mosso da un amore imparziale, avessi solennemente deciso di mandare me stesso in battaglia a fianco di me stesso, perché era necessario al bene di tutti. Il mio impegno quotidiano, allora, non era certamente ad astenermi dall'azione. Al contrario, la passività era considerata, da

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