Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

56 SPETTACOLO/ LEIGH Mike leigh. dratura ..., oppressione dell'uniformità dei colori ... , oppressione, infine, della bellezza, dove ogni immagine è portata, dalla composizione meticolosa e dal l'ammirevole fotografia di Mannochehri, a un livello di equilibrio, di completezza e di perfezione che rende ancora più insostenibile il fallimento dei personaggi, il loro abbandono, la loro miseria mentale e affettiva. Tutto è fatto per materializzare e far percepire in maniera acuta la soluzione di continuità tra gli esseri". Un'incomunicabilità che si traduceva in un uso essenziale, rigoroso, ridotto all'osso, della parola (balbettata, esitante, sempre confusa, mai dilagante), che si spandeva in sguardi, gesti e paesaggi urbani di desolata, impressionante solitudine, e che costringeva gli spettatori a "sentire" lo stesso vuoto e la stessa inutilità inespressa dei protagonisti. Bleak Moments è un film che non ha perso un milligrammo di angoscia, impalpabile e minuzioso, cosparso di inquadrature studiate ed essenziali che rimandano immediatamente, con il loro acuto senso della distribuzione degli spazi eia loro puntualità cromatica, allo stile di Naked. Ma è anche un film nel quale a posteriori, alla luce dell'opera successiva di Leigh, si riesce a intravedere in controluce la trama di caustica ironia che contraddistingue l'autore. Un film che fa star male (ancora oggi), ma nel quale, sotto sotto, si potrebbe anche ridere. Peter, il professore, l'unico che potrebbe padroneggiare la parola e ridarle una funzione vitale, finisce per essere anche il più arido e bloccato dei personaggi. Tocca a lui l'unico discorso lungo e intelleggible del film, un discorso sulla comunicazione, o meglio sulla teoria della comunicazione di McLuhan: ma Peter lo intavola, quasi con disperazione, nel momento meno opportuno, per sciogli ere la tensione di un probabile approccio amoroso. È un discorso inutile, vacuo, piuttosto supponente, che ha come ovvio risultato quello di accentuare ancora di più l'imbarazzo e la maldestrezza della protagonista. E Peter finisce per essere il primo, atroce ritratto del la galleria di piccolo-borghesi aridi e involontariamente comici che popoleranno l'universo di Mike Leigh. La sua cultura non è spesa meglio delle pretese middle-brow della protagonista di Abigail's Party, e la sua centellinata riservatezza non è meno ridicola delle pose esasperanti di Abigail. Abigail's Party è la commedia (e il "film televisivo" che ne fu tratto, in realtà una ripresa in studio del testo) che nel l 977 lanciò definitivamente Mike Leigh (e tutte le sue eccentricità d'autore) nel panorama off del teatro e della televisione britannici. Leigh aveva debuttato in teatro nel 1965, era stato la rivelazione dei primi anni Settanta con BleakMoments (commedia e film), aveva diretto due lungometraggi (HardLabourdel '73 eNuts inMaydel '76) e diversi cortometraggi e programmi educativi per la BBC, era il talento più promettente della jringe teatrale londinese, e aveva già perfezionato quella formula, "devised and directecf' (progettato e diretto) con la quale firma i suoi lavori, tutti contrassegnati da una clamorosa mancanza di sceneggiatura, anzi, dal l'esistenza di una sceneggiatura "in fieri": poche paginette con la descrizione succinta di quello che accade in ogni scena e un lunghissimo periodo preparatorio con gli attori, che "prendono possesso" dei personaggi, li elaborano, li discutono, se li portano in giro nella vita privata e, finalmente, li provano, tutti insieme, con l'autore. (E forse questo è uno dei motivi principali per i quali Mike Leigh è stato accuratamente evitato anche durante la Renaissance anni Ottanta dai produttori cinematografici, notoriamente te1TOrizzatida qualsiasi progetto non feJTeamentestrutturato). Un metodo di lavoro che non c'entra nulla con l'improvvisazione e con l'happening (tecniche che pure andavano molto di moda negli anni Settanta). Su questo Leigh è sempre stato molto chiaro: "In pratica, si tratta di scoprire il succo del film o della commedia facendoli. Non è un lavoro di gruppo, né un 'Vediamo cosa succede e andiamogli dietro'. E non si tratta neppure di girare un sacco di pellicola lasciando improvvisare gli attori. Nei miei film, il 98%del materiale è strutturato. Nei miei lavori teatrali non c'è assolutamente nulla di improvvisato. Non c'è una serie di azioni che io cucio insieme. Io dirigo tutto, controllo tutto, manipolo tutto, per renderlo omogeneo, drammatico e pieno di significato". Infatti, basta un'occhiata a Abigail 's Party ( che per molti anni ha rappresentato la quintessenza del lavoro teatrale e televisivo di Leigh) per capire come nessuna sfumatura sociale e psicologica sia lasciata al caso: cinque personaggi chiusi nel set di un soggiorno pretenzioso, costretti dalla straripante padrona di casa a condividere una serata, a chiacchierare con semisconosciuti con i quali hanno ben poco in comune, ad ascoltare un'insopportabile colonna musicale di Demis Roussos. In 105 minuti, attraverso il linguaggio, gli accenti, gli sguardi, la posizione delle labbra, delle mani e delle spalle, è l'intero gioco di una classe (la piccolissima borghesia arricchita, pretenziosamente incolta e sessualmente repressa) e di una mentalità che viene sezionato dal regista, con un crescendo accuratamente pianificato del!' interazione degli attori e della storia. Abigail's Party è assolutamente perfido, come Who's Who (]978), Home Sweet Home (1982), il corto A Sense of History ( l 992) e, in genere, tutti gli episodi accentrati sui personaggi della classe media arricchita e ipocrita che percorrono gli altri film di Leigh (dai vicini di casa di Cyril e Shirley in Belle speranze allo

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