Sì, è la prima messa in scena di questo tipo che realizzo. In Meantime, si vedevano personaggi minori di colore, che, di tanto in tanto, sono apparsi anche altrove. Per essere onesti, trovare attori di questo tipo è diventato più facile con la crescita di una nuova generazione di artisti neri britannici. Molti attori neri britannici della vecchia generazione, i quali provenivano principalmente dalle Indie Occidentali, non erano esattamente il meglio. Facevano gli attori perché erano neri, non perché sapessero recitare bene. Inoltre, molti di loro tendevano ad assomigliare ad attori bianchi in cerca di una rispettabilità. Poiché vi è stata una generazione di neri nati nel Regno Unito, ora vi sono molti attori di colore. Sono usciti dalle normali scuole delle aree urbane dove la recitazione costituisce una delle materie d'insegnamento.Vent'anni or sono, se qualcuno voleva fare un' audizione di giovani attori neri, probabilmente avrebbe impiegato un giorno o due. Ora ci vorrebbero degli anni, così lo standard qualitativo è molto più elevato. Inoltre vi sono persone dotate di grande talento che non hanno alcun complesso per il colore della propria pelle.C'è molta fiducia nell'ambiente. Ho lavorato a /t's a Great Big Shame! con attori che erano estremamente rilassati e divertenti. Hanno un profondo senso delle proprie radici ma non lo vivono in modo affettato o nevrotico. Questa rinascita degli attori neri britannici non si avverte ancora nei.film. Non penso che questi film siano già stati realizzati, ma lo saranno. Isaac Julien ha iniziato. Spero che altri possano seguire. Lei è diventato un regista influente. Ritiene che qualcuno abbia emulato con successo il suo approccio alla cinematografia? Questa è una materia delicata. Posso soltanto dire questo - se ciò che realizzo funziona, dipende dal fatto che sono uno scrittore, un regista, non è una questione di abilità tecnica. Le capacità tecniche contano, ma ciò che prevale è la creazione concettuale. Ce11e persone erroneamente credono che seguendo una formula predeterminata si possano raggiungere gli stessi risultati. Ritengo che questo non sia vero. MIKELEIGH TEATRO,CINEN\AE N EmanuelaMartini Da "Cineaste". Un vagabondaggio picaresco segnato dall'ironia distruttiva del suo protagonista, dalla ruvidezza scontrosa e autodifensiva delle donne, dalla fragilità dei disgraziati e dalla protervia dei mediocri: al suo tredicesimo lungometraggio, messo in scena su set londinesi di impagabile squallore e inesplorata efficacia drammatica, Mike Leigh diventa finalmente famoso ( o quasi famoso, come tutti i cineasti "di frontiera" non dediti a superproduzioni o a produzioni di consumo veloce) anche nell'Europa continentale. Due Palme d'oro a Cannes 1993: migliore regia per Naked e migliore interpretazione maschile a David Thewlis, un giovanotto nervoso che, tre anni prima, rivelava la propria adolescenza nel la parte del boyfriend SPETTACOLO/LEIGH 55 della gemella anoressica di Dolce è la vita (Life ls Sweet, 1990), e che qui fa la parte di un trentenne che dimostra IO anni di più. Disseccato dalle delusioni (probabi Imente), smangiato (palesemente) dal furibondo bisogno di ideali, di una ragione per tirare avanti, che non trova da nessuna parte, né nei libri (che divora, ruba, saccheggia, sparando le citazioni più paradossali e provocatorie), né nei rapporti con le persone (che avidamente interroga, analizza, disseziona, stupisce). Non è un caso che i passanti lo malmenino e lo derubino senza nessuna ragione (che tesori può avere nella borsa questo dropout allampanato che non si lava da una settimana e che porta un cappotto di due taglie più grandi?): Johnny, con le sue previsioni semiserie dell'Apocalisse e i suoi anatemi contro le barre magnetiche (che per lui oggi rappresentano il biblico Marchio della Bestia, 666), finisce per essere stancante, troppo impegnativo, troppo problematico, per tutti quelli che lo incontrano e lo frequentano. Naked è un gran bel tour de force tra tragedia e commedia, paradossale, esasperato, tristissimo, eppure, a tratti, irresistibilmente comico, che qui in Italia ha colto di sorpresa quasi tutti, sollecitando immediati quanto indebiti paralleli con l'altro inglese che sembra vivere una seconda vitalissima giovinezza, Ken Loach, per l'ovvia coincidenza di umori culturali e ambientali (i guasti di ogni tipo portati all'Inghilterra da Mrs. Thatcher e successori) e per il disperato miscuglio di ironia, amarezza e dissacrazione. Per noi, Mike Leigh era l'autore di un solo altro film, quel Belle speranze (HighHopes) che nel 1988 aveva rivelato il suo umorismo acido e tagliente e la sua propensione per la parola esatta e strabordante. Un cinema di parola, il suo, dove i personaggi continuano a chiacchierare, divagare, urlare, dissezionarsi l'un l'altro; dove si è costretti a drizzare le orecchie e a pensare e a lasciarsi ferire da loro, piuttosto che ad abbandonarsi alle emozioni. Una delle differenze fondamentali tra Mike Leigh e Ken Loach è proprio questa. Loach, che ha ancora una precisa, commossa fede ideologica, coagula l'azione verso un intenso crescendo emotivo, la sua rabbia è ancora lì che ribolle e chiede, esige, che il mondo cambi. Mike Leigh, invece, non sembra ben sicuro che ci sia ancora qualcosa in cui credere, se non la possibilità di sopravvivenza della solidarietà tra un gruppo ristretto di persone (Belle speranze e Dolce è la vita) e la voglia continua di interrogarsi in qualche matto isolato (Naked).11 cinema di Loach (che viene dall'impegno battagliero del docu-drama televisivo inglese) è rigorosissimo, asciutto e caldo. Quello di Leigh (che viene dalla scuola del teatro e della televisione off anni Settanta) è analitico, curiosamente eccentrico e freddo. Quando si commuove, Loach manda iIsuo protagonista ad appiccare il fuoco al cantiere in cui lavora e a godersi le fiamme seduto lì vicino (il finale, bellissimo ed esplosivo, di Riff Rajj); quando invece è Leigh a commuoversi, spedisce una coppia gentile e un po' male in arnese in moto alla tomba di Marx nel cimitero di Highgateeli lascia lì, con i giacconi di pelle e i caschi in mano, a domandarsi un po' perplessi perché nessuno porti più fiori al monumento (Belle speranze). Quando uscì Belle speranze nell' 88, si riparlò anche del primissimo film di Mike Leigh, il suo vero esordio, del 1971: Bleak Moments, che aveva vinto il primo premio ai festival di Chicago e di Locarno, ma, quando era uscito a Londra, era stato smontato dopo tre settimane di programmazione. In Francia, la critica si era accorta del film e Jean-Paul Torok l'aveva citato tra i film più emblematici del periodo, un vero paradigma del cinemadell'incomunicabilità,e, ali' inizio del 1974, aveva scritto su "Positif': "Ogni personaggio è chiuso, classificato, in una porzione di spazio descritta minuziosamente e delimitata rigorosamente, e in questa porzione si dispone con la stessa disciplina, la stessa necessità opprimente delle stoviglie di una natura morta di Morandi. Oppressione dell'inqua-
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