46 SPETTACOLO/ BECKETT Carlo Cecchi e ValerioBinascoin Finaledi partito di SomuelBeckett !foto di MassimoAgus). Io ho una mia idea su Finale di partita. In realtà Beckett, e qui sta la sua importanza culturale, prende alla lettera quello che Amleto dice del teatro, che è uno specchio, non solo della natura, ma del mondo e della storia. Naturalmente però del mondo che vedeva lui e del teatrn che vedeva lui. Perciò cosa rimane a Beckett di questo specchio? Una cornice, vuota, all'interno della quale Beckett mette in scena la rappresentazione teatrale. Ecco perché non è possibile dire, appaitiene all'esistenzialismo, appartiene al teatro dell'assurdo, perché ha una profondità-e una leggerezza - molto supe1iore: e ali' esistenzialismo, e al nouveau roman, e al Gruppo 63, e allo strutturalismo (tutti coloro, in una parola, che hanno tentato di tirare Beckett dalla loro parte). Lui è davvero l'ultimo aitista teatrale della tradizione dell'occidente. Non è forse la sua opera una pai·odia del teatro, da Shakespeai·e alle chiacchiere della commedia nel salotto? Questa è una scelta interpretativa che è presente anche nella scenografia, tre pareti su cui sono disegnate come delle incisioni di elementi architettonici rinascimentali, con sopra delle pennellate di colore. Certamente, delle pennellate di pittore contemporaneo che cancella il disegno della grande tradizione. Finale di partita è questo: una paitita a scacchi finale con tutti i luoghi deputati della nostra cultura. La commedia è stata scritta in francese e poi tradotta in inglese da Beckett stesso, con alcuni cambiamenti. Mi sembra che in alcuni punti abbiate seguito questa seconda versione. Sì. C'è l'episodio di Clov che dalla finestra vede un bambino. 1n francese c'è tutta una serie di battute che poi Beckett nella versione inglese ha tagliato. E ha fatto benissimo, perché era un pezzo assai debole. E poi in inglese ha tolto un'altra cosa, che a me è parsa sempre bruttina. C'è quel momento stupendo, di teatro meravig(joso, quando Hamm dice a Clov "di' qualcosa prima di andaitene". In francese c'è una canzonetta, che nella versione inglese Beckett ha tolto, e c'è subito quell'attacco, formidabile, del monologo di Clov. Ovviainente è giusto patti re dalla versione originale, quella scritta in francese. Ma a me pare superiore la versione inglese. Quanto è grigia la lingua frai1cese, ad esempio, in quel punto della definizione di "ieri"; in inglese diventa invece di una forza teatrale infinitamente supe1iore. Immediatamente, inoltre, se si legge il testo in inglese, si capisce qual è il ritmo e il cambiainento di ritmo: è una lingua che ha dentro di sé il genio del teatro, che ti conduce. Mentre il francese è più piatto. Se dovessi dirigere una scuola di recitazione farei partire il lavoro degli attori con Finale di partita. È talmente fondamentale! Non possono fai· finta di recitai·e insieme al fai· finta massimo. E poi c'è un continuo esercizio di quel g1imaldello fondainentale del teatro che è il dialogo. Beckett lo fa come coazione a ripetere, ti dà dei numeri, alcuni dialoghi fermati da delle pause e ogni tanto sepai·ati da qualche monologo. Gli attori non hanno da diventai·e dei personaggi, perché essi esistono solo nei rapp01ti tra i dialoganti. Sarebbe un esercizio fondamentale, perché non essendoci il plot, cioè il come se, gli attori non devono rappresentare nulla, se non quello che in quel momento rappresentano. Il plot è la rappresentazione teatrale. In Finale di partita c'è sempre un terzo elemento, il continuo riferimento al pubblico; ma non mentale, idealistico, bensì concreto. Non c'è una sola battuta, una sola azione, che non tenga conto che Lì c'è il pubblico. Anche tutti gli spiazzainenti, questo continuo spostarsi dalla parte del pubblico, anticipai·e e cogliere quello che il pubb(jco sta pensando e che viene detto da uno dei personaggi. È la stessa cosa che avviene anche, clamorosamente, in un momento cruciale di Giorni fe(jci. Tutto questo testimonia di un rappo1to con una cultw-a teatrale, che so, elisabettiana, anche se lui sc1iveper un teatro all'italiana; perché dietro c'è sempre l'idea di un teatro che si proietta in platea. È questo che impedisce ogni metafisica nella rappresentazione, perché è un continuo finale di paitita in presenza del pubblico che viene costantemente implicato. Come quando dice, "procede lentamente" (e in inglese suona "This is a slow work"); oppure quando Hamm dice "ma non ne hai abbastanza?" e l'altro, poveretto, dice "da sempre" (questo ovviamente non va mai esplicitato, altrimenti siaino finiti), io credo che alluda alla commedia. È lo stesso protagonista che già si è stufato, ma che se la gioca con l'altro, come mossa; ma in questo modo se la gioca anche con il pubblico, perché, se lo si tiene ambiguo, al pubb(jco che magari comincia a stufarsi, lui lo becca, lo anticipa. Questa di Finale di paitita è una chiave di lettura che vale per tutto Beckett? Non conosco Beckett così a fondo da dame una valutazione complessiva. Ce1toche in ce1ti testi ultimi, come Passi, c'è un'atmosfera angosciosa, tenibile. Negli ultimi lavori c'è qualcosa di finale e di irripetibile, c'è la dichiarazione del!' impasse a cui era arrivato. Ma mi viene in mente un lavoro precedente, un radiodramma, Ceneri. Se si parla di metateatro per Finale di partita, lì invece si deve parlare di metaradio, quando il personaggio vuole sentire gli effetti sonori e chiede che vengano fatti partire. Non solo usa i I mezzo, ma i I mezzo diventa protagonista: "Rumori! No, più forte! Alza ancora di più", dice al tecnico del suono. È formidabile, è l'equivalente per la radio di ciò che Finale di partita è per il teatro. Anche rispetto a questo mezzo Beckett ha saputo fare la stessa operazione straordinaria che prima aveva fatto rispetto al teatro.
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