42 STORIE/ CONCEPCIÒN "Se ne vada, non sia noioso, guardi che finirò per parlare col direttore dell'albergo" cercava di persuadermi con la sua boccuccia stretta e appuntita come un pinolo. "Che importa questo adesso? Sono già senza lavoro. Però insisto che lei mi deve una spiegazione. La esigo. Se non me la darà, continuerò ad affermare che lei è un bugiardo, oltre che altre cose che per rispetto evito di dire qui." "Ma insomma, chi crede di essere?" La cosa si era messa male fin dal l'inizio. I dirigenti della banca non osavano contraddirmi: in mano avevo un vassoio di carne immersa nella salsa, molto piccante. Il presidente, furioso, non fu capace di capire che quel povero cameriere voleva solo una spiegazione ragionevole. Per una volta in cui aveva ascoltato un discorso senza epiteti, non poteva credere che fossero tutte chiacchiere inutili. Il maìtre avvisò il capo del personale che mi si avvicinò ali' orecchio bisbigliandomi: "Basta così. Lasci qui il vassoio e venga subito nel mio ufficio." "Col cacchio." In quel momento capii di essermi cacciato in un tunnel che non presentava via d'uscita. Non si trattava di un incubo, naturalmente però il cuore mi si contrasse in maniera preoccupante con uno sc,ricchiolio sci voi oso che danno solo i sogni pesanti. Oramai non dipendeva più tutto da me. Era in gioco il mio orgoglio. Le oinocchia mi tremavano. 0 "State calmi. Che nessuno si muova o gli rovescerò in testa il vassoio. Io da qui non mi schiodo finché il presidente non avrà chiarito i miei dubbi." fl presidente fece finta di alzarsi ma, vedendo a due spanne dal suo naso la minacciosa presenza dello stufato caldo, s1 trattenne e rimase seduto. Anche lui si trovava in un tunnel stretto e scuro. "Me li chiarisce o no?" "No." "Allora dichiaro pubblicamente" e a quel punto alzai la voce affinché tutti nel ristorante mi sentissero "che lei è un bugiardo." "E lei uno stupido" fece il presidente incollerito. E quello sì che non intendevo permetterlo. In quell'insulto si condensava un'intera folla di odiosi clienti esigenti che avevo dovuto servire negli ultimi quattro anni. Ero completamente annebbiato. Mi drizzai e con assoluta eleoanza lasciai colare la salsa piccante sul già di per sé viscido pre~idente e, mentre spingevo con la forchetta alcuni pezzeui di carne che rimbalzavano in modo comico sulla sua testa, parlai ad alta voce dinanzi al silenzioso panico dei presenti: "Lo ha voluto lei. Mi ha insultato a sproposito e io, che so quello che dico, affermo pubblicamente che lei non solo è un bugiardo, ma anche un corrotto speculatore di merda. E non lo dico per via del fatto che lei è il principale azionista della più orande impresa installatrice di scoli della provincia ..." 0 È per colpa dell'epiteto e pernessun altro motivo. È per questo che mi trovo qui con le mie maniere da sarto per signore, come dici tu, e con la faccia di chi non ha mai rotto un piatto, cosa che tra l'altro è vera. Sono sempre più stufo del menù così schifoso che ci passano qui, però il mio avvocato insiste nel direc_hedevo avere pazienza. Non sarà questione di molto tempo, dice. Lo spero anch'io. on rientra nei progetti di nessuno trascorrere tutta la vita in mezzo alla gente stramba che ci circonda, non credi? Senti, a proposito, te perché ti hanno messo in gabbia? Non ven!rmi a raccontare che si tratta di una faccenda di marijuana o baggianate del genere. UN'AWENTURA DI ZORRO traduzione di Barbara Malanca Guardai l'orologio. "Merda. Com'è tardi". Mi defilai con difficoltà dalla calca opprimente. La gente ti schiaccia, come se ci provass~ gusto, e tu non puoi evitarne il sudore, quel tremendo fetore ~he_ ti obbliga a trattenere il respiro e a sollevare la testa cercando I aria, intuendo una via d'uscita dalla confusione, dal tamtamtam della musica dal ritmo attaccaticcio di salsa e merengue. Sia chiaro però che a me pi~ce questo ballonzolare per strada. Mi sono sem_predivertito~ carnevale, caspita, me la spasso proprio coi travestimenti (uno ~er o~ru giorno della festa). Fin da bambino, quan?o mia mamma ncuc1va vecchie lenzuola e mi metteva i I naso finto d1cartone, anno dopo anno, i carnevali sono sempre stati la mia passione. E negli ultimi tempi un verosballodicubalibre.Ilbruttoèchedevotornarequasisempreacasa presto: se non dormo un po', magari anche sol_~un paio. d',orette, l'indomani non rendo al magazzino. Assodato: p1u la sbornia e dura, più il corpo ti rimane floscio. Diventerebbe davvero ~ifficile caricar~ fogliame di banano dando scivoloni, e non s_on~d_1sp~st~~.far'.1:1 prendere in antipatia dal capo per colpa di un paio d1b1cch1enru 111 p_m, che a quest'ora poi non ne vale nemmeno la pena. Inoltre, che_sch1f~ lafine della festa, quando non si saseè giorno o è notteesu1 marciap1ed1 inciampano gli ultimi ubriachi, pesanti e puzzolenti, come un ammasso di sudore ripugnante. . Saluto gli amici. Mi mandano al diavolo. "Ti perdi sempre ilmeglio del casino". Mi calco ben bene cappe I loe maschera, afferro l'impugnatura del fioretto e stendo il mantello di raso rosso. "Zorro ha finito per oggi". Indosso il mio migliore travestimento. Da quando ho passato la trentina mi va stretto, ce1to, e a dire il vero si è già consumato Il collo della camicia nera, ma diciamo le cose come stanno: mi piace questo vestito da spadaccino giustiziere e, se i miei calcoli sono esatti, questo è il settimo maitedì di carnevale che Zorro esce in strada. Al ritorno, prendo l'autobus alle Ramblas. Dietro di me, raggomitolati sui loro sedili, due tipi vestiti da baldracche si scolano una bottio]ja di whisky senza nessun complimento. Le loro risatine mi mett~no di cattivo umore. Al culmine della sbronza, questi due idioti blateravano di quanto eravamo tutti tristanzuoli sull'autobus. E una cosa è ce1ta: quando si allontana il luccichio della piazza e ti appis~li con lo sballottamento del motore, ti senti già ridicolo, ridicolo e seno sotto un costume che, con la quantità di macchie di vino che lo decorano, ha perso tutto il suo fascino. Avevamo appena oltrepassato l'ultimo semaforo della città quando, poco prima di una fermata ince1ta,alle mie spalle uno dei due tipacci fat-fuglia all'altro: "Guarda, guarda." Quasi senza rendermene conto, volsi rapidamente '? sguai·do verso il finestrino. Tutti e tre vedemmo, lì fuori, una ragazzma vestita da eoiziana che attraversava la strada di corsa. L'altro borbotta: "Andiamo?" Trasalii nel sentire il movimento dei loro corpi che si alzavano bruscamente dai sedili. Suonarono il campanello. L'autobus si fermò subito. Spintonando quelli che viaggiavano in piedi, i due_stronzi schizzarono fuori. Era successo tutto troppo in fretta per sp1eganrn chiaramente cosa cazzo ci facevo io lì in strada, perché ero sceso dietro di loro, spinto da una rabbia strana che mi ronzava nelle orecchie. "Zorro non avrebbe permesso che due imbecilli simili torcessero neppure un capello a quella ragazza". L'autobus proseguiva il suo percorso e ci sputò il suo fumo. [mpugnai il fioretto di rame menn·e camminavo, credo con passo deciso, lungo il marciapiede. "Zorro non consente questi odiosi soprusi".
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