Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

dice sempre: "Dobbiamo risolvere con l'impegno di tutti questo preoccupante problema", o "La democrazia popolare ha deciso con il suo libero voto ciò che conviene a questo povero paese". Epiteti e ancora epiteti. Quello che può dire con due parole lo dice con tre. E così se la cava sempre. È quella parola in più che ti chiude la bocca. Ma con me non attacca, a me non mi frega. Ho servito troppi bicchieri a inglesi ubriachi e tutti sudati e a pensionati tedeschi perché adesso qualcuno mi venga a infinocchiare nella mia lingua. A questo punto neanche il presidente mi può spacciare lucciole per lanterne. Il giorno in cui si inaugurava l'extralusso, dopo una settimana di preparativi (discussioni sui cocktail, sull'orchestra, sulla posateria d'argento ...), era come se stessimo festeggiando tra di noi l'ultimo dell'anno. Mancava solo la tradizionale uva. E io per di più avevo tali nervi ... Anche se mi ero lavorato il capoportiere, non so, avevo un sospetto, c'era qualcosa di strano nel l'aria che mi inquietava. Era tutto troppo perfetto; la sala da pranzo era ben decorata, il cibo fantastico, perfino gli invitati parevano simpatici, compreso il capo di protocollo del governo, il che è tutto dire. E, naturalmente, la superba conclusione con il discorso del presidente, bicchiere levato in alto, che augurava prosperità e benessere a tutti i lavoratori e ai futuri ospiti dell'albergo. Bisogna ammettere che fu davvero emozionante. Ma il guaio è stato quando il presidente ha promesso che quell'extralusso sarebbe stato "la prima pietra nella costruzione di una regione ben organizzata, in cui non ci sarebbe stata né disoccupazione né delinquenza". Non è una mia invenzione, lo ha detto il presidente: la prima pietra in una regione senza disoccupazione. Formidabile. Nemmeno un epiteto. Era la prima volta che mi imbattevo in un discorso di quel calibro. Sinceramente mi ha commosso. Come se non bastasse, quello era una specie di salvacondotto che garantiva la mia permanenza nell'albergo. E invece, toh, guarda che sorpresa del cavolo, dopo due settimane ricevo nell'atrio dell'hotel una nota del direttore in cui mi si comunica che alla fine del mese devo lasciare il mio posto di lavoro, data la provvisorietà dello stesso e le clausole del contratto approvato fin dal principio dalle due parti e bla bla bla. Diventai di tutti i colori. Mi sembrava impossi bi le: tutte quelle fanfaluche del licenziamento contraddicevano le promesse fatte dal presidente. Passai la mattinata servendo caffè con un pessimo umore. L'ora di pranzo trascorse in mezzo a palombi alla piastra e porchette ripiene, mentre rimuginavo continuamente in testa quella faccenda. E quel la stessa sera, ecco un'altra bel la sorpresa: accompagnato dal consiglio direttivo di non so più quale banca veniva a cenare in incognito il presidente in persona. Era la mia grande opportunità. Mi occupai io di loro, ci mancava altro. Il presidente ordinò antipasto di prosciutto crudo stagionato e soufflé. Io gli versai, col braccio sinistro dietro la schiena, un Rioja rosso dell'82. E quando giunse il momento dello stufato, non potendomi ormai più trattenere, con la carne nel mestolino a due spanne dal suo piatto, glielo dovetti chiedere: "Mi scusi, signore, lei non aveva detto non più di due settimane fa che questo albergo avrebbe costituito la prima pietra nella costruzione di una regione ben organizzata, priva di disoccupazione?" li presidente, immobile, fu assalito ad un tratto da una fitta di paura inaudita, come se avesse avuto una pistola puntata alla tempia. "Come dice?" STORIE/ CONCEPCIÒN 41 Disegnodi StefanoFobbri. "Mi ha sentito bene: non è vero che lei ha detto, durante l'inaugurazione di questo hotel, che non ci sarebbe più stata disoccupazione?" Cominciavo a spazientirmi e, finché non mi avesse risposto, non avevo alcuna intenzione di servirgli la carne, da cui già sgocciolava nel piatto un po' di salsa ungherese. "Sì, può essere che in effetti abbia detto questo." li presidente divenne decisamente rosso. "No, non può essere. Lo ha detto e basta. Non cerchi di negarlo adesso." "Mi ascolti, mi serva una volta per tutte. Non sono obbligato a darle nessun tipo di spiegazione." "Sì che deve darmene invece, perché oggi mi hanno appena sbattuto in mezzo alla strada. E questo vuol dire che la disoccupazione c'è. Quindi lei è un bugiardo." Il mai'tre che aveva assistito alla scena mi stava già facendo dei segni dall'altra parte del tavolo, mentre si scusava con i commensali. Ma io non mi schiodavo di lì. Restavo a due spanne dal presidente, con un vassoio di gulash sulla sua testa.

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