Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

sa che in fondo tutte le donne che ha avuto le ha sempre comprate - ancorché egli rimanga, ad ogni apparenza, arbitro della situazione, passando liberamente da una all'altra, telefonando ad una mentre cena con l'altra, facendo l'occhiolino ad una mentre ascolta l'altra, toccando la gamba ad una mentre il marito non guarda, svicolando da una porta di servizio, invitandole nel suo appartamento col pretesto di un'interurbana, una tazza di tè, a tutte dicendo che cerca la donna ideale, l'oasi nel deserto della sua vita. Lui che si giostra le donne tra le mani come le clave di un giocoliere viene infine magistralmente giocato da una mantenuta professionista, "la biondina", un'avventuriera di origine polacca che fiuta i suoi soldi e non Io lascia più andare, essendo più menzognera e infedele di lui, ambigua, avida, pigra e forse financo una spia nazista. Ma Robbie Grant non si manifesta soltanto nei suoi rapporti con le donne: è un vero e proprio pescecane, un voltagabbana camaleontico, uno speculatore in borsa non alieno dalla borsa nera, un uomo che predica Marx con i marxisti, ma poi approva Benito Mussolini e profitta scaltramente dalla situazione bellica, mettendosi, allo scoppiare della seconda guerra mondiale, alla ricerca di pellicce canadesi da esportare in Europa - giacché la Russia, implicata nel conflitto, non potrà produrne - di cotone del Sud, di granaglie, e calze di seta da regalare alle arniche. Grant è un ricco, che si fa un obiettivo preciso di usare il telefono degli altri, mentre non esita a spendere migliaia di dollari per una donna; è così preso da se stesso da non accorgersi che il suo miglior amico versa in cattive acque, che anzi, avaro e sospettoso com'è, è uno sfrenato sfruttatore dei dipendenti - capace di tenere sul filo parenti e conoscenti con la speranza di piccoli impieghi e commissionj nell'ambito dell'incessante fluire dei suoi torbidi affari. Esilarante , seducente a modo suo, quel personaggio affascina con la sua vitalità la scrittrice australiana, come l'aveva affascinata e irritata il suo modello reale, quell' Alf Hurst poliedrico e discusso uomo d'affari rumeno che fu amico e datore di lavoro del compagno di Christina, l'economista e romanziere americano William Blake; ambedue Blake e Christina sono raffigurati nel romanzo William nel succube e bonario David Flack, e Christina stessa nella figlia di Flack, Edda, che dovrebbe scrivere secondo Robbie Grant e sotto sua dettatura il più grande best seller di tutti i tempi, la storia della vita di Grant stesso. Alf Hurst, una presenza costante nella vita della scrittrice fu, nonostante tutto, I' amjco presente nell' estremo bisogno e ce ne furono diversi per i Blake, che per lunghi periodi, esuli, girovaghi per natura, ma anche osteggiati dal1'America maccartista riuscirono a malapena a sbarcare il lunario. Quella che oggi viene considerata da molti non solo la più grande scrittrice australiana, un mancato premio Nobel e una delle voci più originali della letteratura del Novecento, pure restò per buona parte della vita ignorata e quasi indigente, censurata in patria perché troppo "europea" , sconosciuta all'estero perché non fissò mai la propria residenza in un paese solo, né si curò mai di promuovere i suoi numerosi romanzi - così visse, in estrema e dignitosa modestia, fino agli anni Sessanta, quando il poeta Randa]] Jarrell la lanciò una seconda volta, facendo ristampare dalla Holt, Rinehart and Winston The Man Who Loved Children, (Sabba.familiare) con un' introduzione tanto entusiasta quanto in se stessa geniale e memorabile. Ossessionato pare, dalla propria infanzia infelice, Jarrell fu come folgorato dalla descrizione che la Stead faceva della famiglia in quel memorabile romanzo. La sua, successiva corrispondenza con la Stead, ovviamente grata, si interruppe tuttavia molto presto, col suicidio di Jarrell. Ma con quel rilancio la scrittrice era divenuta famosa, agiata, riconosciuta anche in patria, dove tornò alla morte del marito e dopo quarant'anni di assenza nel I 969. Eppure proprio in quegli ultimi anni doveva conoscere, per la prima volta, la solitudine, e l'aridità creativa: di tante opere progettate e incominciate, infatti, dopo il suo ritorno in Australia non completò che qualche sporadico racconto. ~ LAREALTADEIFATTI l:OTTIMISMOPOLITICODISTEPHENKING MarisaCaramella Orientarsi nella giungla di simboli, immagini, allusioni, citazionj, richiami, associazioni, cinematografiche, letterarie, culturali, politiche, che sono i romanzi di Stephen King è difficile almeno quanto riordinare il groviglio di analoghi riferimenti presenti nel tessuto stesso del serial televisivo Twin Peaks. Sia David Lynch sia l'autore di questo Jnsomnia appena pubblicato da Sperling & Kupfer (pp. 744, Lire 32.900; traduzione italiana di Tullio Dobner), scelgono caparbiamente, per rappresentare la nazione USA, la Piccola Città di provincia che fa da sfondo a tanta letteratura americana classica e moderna. Perché è nel microcosmo semplificato, ordinato, dell'America minore che si evidenziano le contraddizioni su cui si fonda la costituzione stessa della nazione. Entrambi questi autori rappresentano instancabilmente la lotta tra il Bene e il Male, condotta senza esclusione di colpi dagli uomini, ma governata da Entità Superiori. Mentre però il pessimista, l'apocalittico Lynch si serve dell' Atte per mettere in ridicolo tutto quello che Arte non è, compreso l'amore con la maiuscola, King, I' ottimista, mette in scena i linguaggi (oltre ai registri di linguaggio) della quotidianità per compiere un'opera pedagogica e politica, per invitare il proprio, vastissimo pubblico a prendere coscienza degli orrori "naturali", concreti, contro i quali l'individuo ha la possibilità di intervenire. King, democratico da sempre, non cessa di sperare nella possibilità di eliminare i Mostri che si sono insinuati, per volontà di Dio, nel più recente paradiso terrestre creato dall'uomo con la sua benedizione. Mentre Lynch, il sofisticato, l'esteta, il trasgressore, mette in scena il contrasto insanabile tra apparenza e verità di un modo di vita e di un sistema politico minati alla base da una dicotomia inconciliabile. Entrambi gli autori traggono le stesse conclusioni, quando affermano la "necessità" dei Mostri, del Male, nell'immaginario, non solo artistico, di un'intera nazione: per King i mostri sono il campanello d'allarme che impedisce ali' America di addormentarsi; per Lynch sono le visioni che appaio-

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