ILGRANDESEDUTTORE AlessandraContenti Chi conoscesse la Christina Stead tradotta da Aldo Busi (/ sette poveracci di Sydney, 1934, ediz. italiana Garzanti, 1988) farebbe fatica a riconoscerla nel semplice uso della prosa ( nella traduzione egualmente centrata e spigliata di Carlo Brera) di questo Un tè e quattro chiacchiere del 1948, (Adelphi, 1994, pp. 569, L.58.000) un altro esempio "estremo" del suo metodo narrativo, colloquiale e monologante questo, come I sette poveracci era polifonico e barocco. Ma straripanti di energia creati va e torrenziali nel linguaggio sono ambedue le opere, pur appartenendo a periodi nettamente distinti della produzione narrativa della grande scrittrice australiana scomparsa a ottant'anni nel 1983. Come Henry James, l'unica influenza che non riconobbementre accetta di vedersi collegare a Joyce, a Dickens, a Christino Stead D.H.Lawrence - Christina Stead ha quella passione per l'indagine del carattere che fa debordare il romanzo dai confini di ogni programmato intreccio, per seguire il peregrinare spirituale e morale dei suoi eroi, antieori ed eroine; con una differenza forse, che i personaggi di James subiscono sovente una metamorfosi nel corso della vicenda narrata, mentre quelli di Christina Stead si svelano soltanto agli occhi del lettore. Lo stile della Stead insieme con la sua percezione del reale, sembrano avere attraversato almeno tre fasi, la prima inglobante varie tradizioni narrative, dalla favolistica europea dei fratelli Grimm, di Boccaccio e delle Mille e una notte, (si vedano i suoi Salzburg Tales, del 1934) al romanzo proletario urbano, raffigurato nei Sette poveracci di Sydney ( 1934) nell'odissea di giovani poveri e appassionati, vaganti per la metropoli degli antipodi. La seconda fase è quella dei romanzi maggiori, The Man Who Loved Children del 1940 (Sabba familiare, Garzanti, 1978) e For Love Alone (Sola per amore) del 1944, ambientati tra l'Australia degli anni Venti, l'Europa dei primi anni Trenta e gli Stati Uniti della Grande Depressione; la terza fase comprende i romanzi di ambientazione newyorkese, la trilogia costituita da Letty Fox Her Luck del 1946, The People with the Dogs, del 1952 e il terzo A Little Tea a Little Chat, del 1948 qui recensito. Le storie di Christina Stead sono quasi sempre incentrate sui personaggi, meno sull' intreccio, o sull' evoluzione di una vicenda, meno ancora sui colpi di scena. Gli attori della narrazione vengono osservati in tutto il loro girare per i meandri dell'esistenza come si guardano i pesci dall'esterno di un acquario - un'immagine che la scrittrice deriva sicuramente dalla sua cultura familiare, dal padre David noto biologo marino, autore del delizioso Giants and Pygmies of the Abyss. Per la grande scrittrice australiana, dunque, la vita, come un noto libro di favole indiano è un mare di storie, e ogni storia un tratto di mare che lo scrittore ha la magica proprietà di poter osservare come attraverso una lastra di vetro accanto alla quale i personaggi passano innumerevoli volte, percorrendo ossessivi sentieri psicologici, quasi a dimostrare, freudianamente - nonostante l'odio che la Stead nutriva per Freud - la coazione a ripetere sempre gli stessi comportamenti. Alla fine essi sono davanti a noi osservati nella realtà, giorno dopo giorno, descritti nei loro tipici gesti e con le loro parole caratteristiche, definiti e strutturati dai loro stessi comportamenti, senza traccia di commento da parte dell'autrice. Si tratta di opere costruite, elaborate, solo apparentemente spontanee - è stato detto, erroneamente, che Christina Stead non correggesse i suoi manoscritti, ma le varie riscritture delle sue opere, come ci informano Chris Williams e Hazel Rowley, autrici delle due eccellenti biografie della scrittrice australiana, la prima del!' 89 e la seconda, molto acclamata del 1993 - stanno a provare che la casualità e la fluidità del linguaggio sono effetti desiderati e provocati. L'effetto "torrenziale" è voluto più che mai per il protagonista-mattatore di Un tè e quattro chiacchiere, questo Robbie Grant, il mattatore di Un tè e quattro chiacchiere, colto comicamente nel suo ripetersi, e nella totalità del suo affabulare; raramente credo un carattere è stato rappresentato con tanta pazienza e distaccata analiticità. Il lettore ha davanti a sé l'eterno seduttore, che rincorre donne, ragazze, arniche, sconosciute, commesse, segretarie, mogli altrui, italiane, polacche, nere, essendo sposato, naturalmente, con l'unica donna che non gli piace. Le altre gli piacciono tutte, ancorché la cosa rimanga su di una base temporanea - confes-
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