34 STORIE/ MUKHERJEE pantaloni. Ha pensato che eri portoricana. Pensa di poterti mancare di rispetto." L'autobus è pieno zeppo e dobbiamo sedere una da una parte e uno dall'altro lato del corridoio. La guida turistica comincia a parlare alla Quarantaseiesima. Sembra un attore, i capelli ossigenati e gonfi. Da vicino può darsi che appaia di mezza età, ma da dove sono seduta la sua pelle appare liscia e le guance leggermente arrossate. "Benvenuti nella Grande Mela, gente." La guida usa il microfono. "Grande Mela. Questo è come noi degenerati nativi di Manhattan chiamiamo la nostra città. Oggi abbiamo ospiti da 15 paesi stranieri e da 6 stati di questi Stati Uniti d'America. Ciò rende l'Ufficio del Turismo veramente felice. E lasciate che vi dica 1,1nacosa, anche se siamo la città più ricca del paese più ricco del mondo, la mancia al vostro affascinante e intelligente accompagnatore è sempre gradita." "And it's mighty fancy on old Delancey Street, you know ..." Mio marito mi sembra irritato. La guida è, come c'era da aspettarsi, un bravo cantante. "Quel cretino dovrebbe raccontarci la storia degli edifici che stiamo passando, non ti pare?" Gli accarezzo la mano, il malumore passa. Allunga il collo. I nostri posti vicino al finestrino sono andati tutti e due a dei giapponesi. Questa è la gita più bella della sua vita. Paragonati a questo i brevi viaggi di lavoro a Manchester e Glasgow non sono niente. "E ditemi quale via può essere paragonata a Mott Street, a luglio ..." La guida vuole essere applaudita. Suscita una risatina ironica negli americani seduti davanti. Adesso si lavora quelli del corridoio. "Potevo diventare qualcuno, giusto? Potevo diventare una star!" Due o tre di noi sorridono, quelli tra noi che riconoscono la parodia. Ha colto il mio sorriso. Il sole è sui suoi capelli gonfi e ossigenati. "Vero, vostra altezza? Guardate c'è una maharani con noi! Non potevo essere una star? "Certo" dico, la mia voce esce fuori acuta. Sono stata addestrata a compiacere, che altro posso dire? Circoliamo nel traffico oltrepassando edifici e chiese famose. La guida agita la mano. "Art Deco," continua a dire. Lo sento dire ad uno degli americani: "che ne so, ho frequentato una scuola di guida turistica poco costosa." Mio marito vuole saperne di più dell'Art Deco, ma la guida intona un'altra canzone. "Abbiamo fatto la scelta sbagliata", brontola mio marito. "Stiamo solo seduti su un autobus. Non entriamo nei palazzi famosi." Esamina attentamente gli opuscoli che ha in tasca. Penso, almeno qui c'è l'aria condizionata. Potrei stare qui seduta ali' ombra fresca della città per sempre. Soltanto cinque persone sembrano aver optato per la gita "Punta di Manhattan e Dama." Gli altri ritorneranno indietro verso i quartieri residenziali oltre le Nazioni Unite dopo che ci avranno lasciati al molo per prendere il traghetto per la Statua della Libertà. Un anziano europeo tira fuori una macchina fotografica dalla borsa da viaggio firmata della moglie. Fotografa le navi nel porto, i giapponesi in kimono che mangiano pop-com, i piccioni alla ricerca di cibo, me. Poi, spingendo sua moglie davanti a sé, risale sull'autobus e ci saluta con la mano. Per un minuto mi sento terribilmente persa. Vorrei che fossimo sull'autobus diretti verso casa. So che non riuscirò a descrivere niente di tutto questo a Charity o ad Imre. Sono troppo orgogliosa per ammettere di essere andata a una gita guidata. La vista della città dal traghetto della Circle Line è seducente, irreale. L'orizzonte oscilla in lontananza, ma non svanisce mai del tutto. Il sole estivo si fa spazio tra soffici nuvole irrorando i vetri dei grattacieli. Mio marito sembra affascinato, anche più di quanto non fosse apparso durante il giro dei negozi di Broadway. Turisti e sognatori, abbiamo speso i risparmi di tutta una vita per vedere quest'orizzonte e questa statua. "Svelta, fammi una foto!" urla mio marito mentre si dirige verso uno spazio tra le ringhiere. Una matrona giapponese ha abbandonato la sua posizione per cambiare il rullino. "Prima che le Twin Towers scompaiano!" Metto a fuoco, aspetto che una numerosa famiglia orientale passi e si tolga dalla mia visuale. Mio marito rimane in posa ben stretto alla ringhiera. Vuole apparire sereno, un uomo d'affari internazionale a suo agio nei vari mercati finanziari. Un uomo barbuto scivola sulla panchina verso di me. "Così," dice e mi aiuta a mettere a fuoco mio marito. "Vuoi che scatti la foto per te?" Dice di chiamarsi Goran. È Goran dalla Yugoslavia, come se questo bastasse a cercarlo. Imre dall'Ungheria. Panna dall'India. Mi toglie di mano la vecchia Leica, facendo segno agli orientali di affrettare il passo, e scatta la foto. "Sono un fotografo," dice. Potrebbe essere stato un ladro di macchine fotografiche. Questo è ciò che mio marito avrebbe pensato. Per qualche motivo io gli ho creduto. "Vuoi una birra?" chiede. "Io no. Voglio dire, non bevo. Grazie molto." Pronuncio queste ultime parole molto forte, perché tutti le sentano. Le rare bottiglie di Soave con Imre non contano. "Peccato." Goran mi ridà la macchina fotografica. "Fanne un'altra!" grida mio marito dalla ringhiera. "Tanto per essere sicuri!" L'isola è una delusione. La Dama è sorretta da impalcature imponenti. Il museo è chiuso. Lo snack bar è sporco e caro. Mio marito mi legge a voce alta i prezzi. Ordina due patatine fritte e due coca cola. Ci sediamo ai tavoli da pic-njc e aspettiamo che il traghetto ci riporti indietro. "Che diceva quel tipo hippie?" Come se io potessi saperlo. Una scuola materna ha portato i bambini, almeno quaranta, nell'isola per una gita. I bambini, tutti con il cartellino del nome, ci corrono intorno. Non posso fare a meno di notare quanti di loro siano indiani. Persino un Patel, probabilmente un Bhatt se guardassi più attentamente. Lanciano pezzettini di hamburger ai piccioni. Prendono a calci i bicchieri di plastica. I piccioni sono lenti, avidi e ostinati. Devo scacciarne uno via dal tavolo. Non credo che mio marito pensi a nostro figlio. "Quale hippie?" "Quello sul traghetto. Con quella barba e quei capelli." Mio marito non mi guarda. Scuote la sua salvietta di carta cercando di proteggere le sue patatine dalle piume dei piccioni. "Oh, lui. Ha detto che era di Dubrovnik." Non è vero, ma non voglio discussioni. "Che ha detto di Dubrovnik?" Ne so abbastanza di Dubrovnik per cavarmela. Imre me ne ha parlato. E anche di Mostar e di Zagabria. A Mostar musulmani bianchi cantano il richiamo alla preghiera. Vorrei vederli prima di morire: musulmani bianchi. Interi popoli si sono sposati prima di me. Si sono adattati. La sera in cui Imre mj ha raccontato di Mostar è stata anche la sera in cui per la prima volta ho visto la neve a Manhattan. Avevamo camminato da Columbia University fino a Chelsea. Avevamo camminato e parlato e non mj ero stancata per niente. "Sei troppo ingenua", dice mio marito. Cerca di prendermi la mano. "Panna", esclama con un tono di dolore nella voce, e vengo riportata indietro dai ricordi fluttuanti della neve, "sono venuto a riportarti a casa. Ho visto come ti guardano gli uomini." "Cosa?"
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