32 STORIE/ MUKHERJEE prossima mossa sarà quella di preparare del tè al crisantemo. È un tè veramente speciale proveniente dal!' interno. Ce l'ha dato lo zio di Charity. Lui mi piace. È un uomo gobbo, impacciato, spaventato. Gestisce un negozio di articoli da regalo sulla Mott Street, e anche se non parla molto bene l'inglese, sembra cavarsela bene. Tanto tempo fa, ha lavorato per la ferrovia a Chengdu, nella provincia dello Szechwan, e durante la sommossa di Wuchang gli hanno sparato addosso. Quando mi sento giù, quando sento nostalgia di mio marito, quando penso a nostro figlio, o quando ho bisogno di essere abbracciata, penso allo zio di Charity. Se non avessi lasciato la mia casa non avrei mai saputo della sommossa di Wuchang. Ho allargato i miei orizzonti. Molto tardi quella notte mi chiama mio marito da Ahmadabad, città di industrie tessili a nord di Bombay. Mio marito è il vicepresidente del cotonificio Lakshmi. Lakshmi è la dea della ricchezza ma il cotonificio sta andando male. Serrate, scioperi, lanci di sassi. Mio marito dipende dalla digitalina, come lui chiama l'alimento per il nostro yuga di scontento. "C'è stata una brutta disgrazia oggi in fabbrica." Poi non dice niente per qualche secondo. Si inserisce l'operatore. "Avete la persona giusta, signore? Stiamo cercando di rintracciare Mrs. Butt." "Bhatt", insisto io. "B come Bombay, H come Haryana, A come Ahmadabad, doppia T come Tamil Nadu." È una litania. "Sono io." Oggi uno dei nostri camion è stato colpito da una bomba incendiaria. Ci sono stati tre morti. L'autista, il vecchio Karamchand e i suoi due figli. So come sono gli occhi di mio marito in questo momento, come i bordi degli occhi sono incavati e le gialle cornee sono lucide e gonfie di dolore. Non è un uomo emotivo - l'Istituto manageriale di Ahmadabad lo ha addestrato a ridurre le perdite, a guardare il lato positivo delle catastrofi economiche - ma stanotte si sente giù. Cerco di ricordare un autista di nome Karamchand, ma non ci riesco. Quella parte della mia vita è finita, nel modo in cui la parola camion ha rimpiazzato autocarri nel mio vecchio vocabolario, nel modo in cui Charity Chin e la sua squallida vita amorosa ha rimpiazzato le nozioni ereditarie sui doveri matrimoniali. Domani ne uscirà fuori. Riuscirà di nuovo a mangiare. Dormirà come un bambino. È stato addestrato a credere nei riassetti. Ogni mattina si massaggia il cuoio capelluto con olio di cantaride così i suoi capelli cresceranno di nuovo. "Potrebbe essere la tua macchina la prossima." Amore, affetto. Chi può capire la differenza in un matrimonio tradizionale dove la moglie ancora non chiama suo marito con il nome di battesimo? "No. Lo sanno che sono un tirapiedi proprio come loro. Ben pagato, forse. Non c'è bisogno di preoccuparsi eccessivamente, per favore." Poi la voce si incrina. Dice che ha bisogno di me, che gli manco, vuole che vada da lui ancora bagnata della doccia serale, fragrante di sapone di sandalo, la treccia decorata di gelsomini. "Anche io ho bisogno di te." "Non preoccuparti, ti prego" dice, "arrivo nel giro di quindici giorni. Ho già fatto i preparativi." Fuori dalla finestra si sentono le sirene dei vigili del fuoco sull'Ottava Strada. Mi chiedo se anche lui può sentirle, cosa pensa di una vita come la mia, condotta nel disordine. "Sto pensando che sarà una luna di miele. Più o meno." Quando ero al college, in attesa di trovar marito, immaginavo che i viaggi di nozze fossero soltanto per le ragazze più attraenti, le ragazze che provenivano da famiglie un po' originali, fumavano Sobranies nei gabinetti del dormitorio e attaccavano poster di Kabir Bedi, che tutti pensavano fosse diventato una grande stella in Occidente. Mio marito vuole che andiamo alle cascate del Niagara. Non devo preoccuparmi per il cambio. Ha fatto in modo di avere qualche dollaro in più tramite la rete Gujarati, attraverso un cugino che sta a San Jose. Ne ha comprati altri quattrocento al mercato nero. "Dimmi che hai bisogno di me. Panna, ti prego, dimmelo ancora." Mi cambio i pantaloni e la maglietta che ho indossato tutto il giorno e mi metto un sari per andare a prendere mio marito al JFK. Non scordo i gioielli: la collana del matrimonio di mangalsutra, gli orecchini a goccia d'oro, i braccialetti di oro massiccio. Non li metto tutti i giorni. in questo quartiere di vizio e cupidigia, chi sa quando o chi verrà preso dal desiderio. Mio marito mi vede tra la folla e mi fa un cenno con la mano, è dimagrito e ha cambiato gli occhiali. Il braccio alzato in un saluto allegro, è magro, fragile, quasi opalescente. Nell'autobus, ci teniamo per mano. Mi accarezza le dita una ad una. "Perché non porti l'anello di mia madre?" "Perché i teppisti conoscono le abitudine delle donne indiane," dico. Sanno che con noi si tratta di oro a 24 carati. L'anello di sua madre, è appariscente, di cattivo gusto in qualsiasi parte ma non in India: un rubino di Burma rosso sangue su una montatura in oro di ramoscelli floreali. Mia suocera è riuscita a far benedire quest'anello dal suo guru prima che partissi per gli Stati Uniti. Sembra sconcertato. È abituato ad un ruolo diverso. Infamiglia è lui quello che sa ed è pieno di sospetti. Sembra imbronciato, e finalmente parla. "Non mi hai detto niente a proposito dei miei occhiali nuovi." Gli faccio i complimenti per gli occhiali, gli dico che lo fanno sembrare un elegante dirigente occidentale. Ma per le altre cose non posso farci niente, sono inevitabili finché non impara le regole del gioco. Io gestisco il denaro, compro i biglietti. Non so se questo mi rende infelice. Charity parte per il nord con la sua Nissan, così per due settimane avremo l'appartamento solo per noi. Mai in India abbiamo avuto tanta privacy. Niente genitori, niente servi, per farci essere pudichi. Ci divertiamo a governare la casa. Imre ci ha prestato un barbecue e io preparo dei petti di pollo allo zafferano. Mio marito si meraviglia del la grandezza dei polli Perdue. "Sono grandi come pavoni, non ti pare? Questi Americani sono proprio forti!" Lui prova pizze, hamburger, McNuggets. Mastica. Esplora. Giudica. Gli piace tutto, non ha paura di niente, si sente a casa fra gli odori estivi, il frastuono delle strade di Manhattan. Siccome pensa che il gusto degli americani sia blando, si porta una bottiglia di peperoncini piccanti in tasca. Spingo un carrello fra gli scaffali del vicino supermercato e lui mi segue, agile e bramoso. Prende lozioni per capelli e polveri dietetiche ad alto livello proteico. Ci sono tante cose che dò ormai per scontate. Una sera, Imre viene a trovarci. Vuole che andiamo con lui al cinema. Con la sua camicia da lavoro e la cravatta di pelle rossa mi dà l'impressione di un artista o di un drogato. È passata solo una settimana, ma mi sembra di vederlo per la prima volta. I capelli biondi portati molto corti ai lati, le labbra grandi e sottili. È un bell'uomo, ma troppo sicuro di sé, quasi arrogante. Ha scelto lui il film che dobbiamo vedere. Mi dice sempre cosa vedere, cosa leggere. Compra il Village Voice. Gli piace per istinto l'avanguardia. Per questa sera ha scelto Numero Deux. "È un musical?" domanda mio marito. La Radio City Music Hall è sulla sua lista di cose da vedere. È preparato sulla storia dei Rockettes. Non capta l'occhietto amichevole di Imre.
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