Bharati Mukheriee STORIE DI UNA MOGLIE traduzionedi CarlaPiersanti Bharati Mukherjee, ora cittadina americana, è nata a Calcutta nel 1940 e vive attualmente a New York. Ha pubblicato quattro romanzi e due raccolte di racconti, una delle quali è apparsa in italiano con il titolo Episodi isolati da Feltrinelli ( 1992) che pubblicherà anche il romanzo Jasmine. Il racconto che segue è tratto dalla raccolta The Middleman and other Stories ( 1990). Imre dice di lasciar perdere, ma io voglio scrivere a David Mamet. Così, è difficile vendere case ai Patel. 1 Gli compri una birra, gli parli di Glengarry Glen Ross, 2 e loro ti fiutano l'imbroglio invece di una buona occasione. Lavorano sodo, risparmiando sul mangiare, vivono dieci in una stanza, nascondono i risparmi sotto materassi a Queens, e prima che tu possa saperlo, posseggono già metà Hoboken. Vi domanderete, dov'è quella dolce ingenuità che rese grande questa nazione? Barzellette sui polacchi, barzellette sui Patel: non è per questo che voglio scrivere a Mamet. Avete visto le loro donne? Tutti ridono. Anche Imre ride; ride il signore grasso mezzo insonnolito con la sacca di Barnes & Noble fra le gambe, la signora accanto a lui, la maschera, tutti. La sala non è così buia da non permettere loro di vedermi. Nel mio sari di seta rosso non passo inosservata. Disegni Kashmirdorati e rotondi mi luccicano sul petto. L'attore si sta solo riscaldando. Visto le loro donne? Recita la parte di un commesso viaggiatore; ha avuto una brutta giornata ed ora sta cercando di rilassarsi in un ristorante cinese. Il suo viso è roseo. I suoi pantaloni di misto lana sono sgualciti ali' altezza del cavallo. Abbiamo comprato i nostri biglietti a metà prezzo, siamo seduti in prima fila, ma verso l'esterno, e vediamo cose che non dovrebbero essere viste. Almeno io le vedo, o penso di vederle. Saliva, attori che si danno pacche sul sedere l'un l'altro, strizzatine d'occhio, sbavature di trucco. Forse stanno improvvisando anche il dialogo. Forse Mamet li ha forniti di un repertorio di insulti, giovedì per i cinesi, mercoledì per gli spagnoli, oggi per gli indiani. Forse si ritrovano insieme prima del l'inizio dello spettacolo, vedono una donna indiana che si accomoda in prima fila verso l'esterno, e si dicono l'un l'altro: "Che ne dite di lasciar stare venerdì. Prendiamocela con lei oggi. Vediamo se piange. Vediamo e esce dalla sala." Forse, così come gli agenti immobiliari che interpretano, anche loro ci scommettono sopra. Forse non dovrei sentirmj offesa. Le loro donne, riprese a dire. Sembra che siano state appena fottute da un gatto morto. L'uomo grasso ride così forte che mi spinge il gomito fuori dal nostro bracciolo comune. FotodiJerry Bouer/ Grazio Neri. "lmre. Me ne vado a casa". Ma Imre sta così piegato in avanti che non mi sente. L'inglese non è il suo forte. E un rifugiato di Budapest, deve fare attenzione. "Non ho pagato diciotto dollari per essere insultata." Non odio Mamet. È la tirannia del sogno americano che mi spaventa. Dapprima, non esisti. Poi sei divertente. Poi sei disgustoso. L'insulto, mi diranno i miei amici americani, è una specie di accettazione. Non c'è dignità immediata, qui. Uno spettacolo come questo, nella mia terra, sarebbe stato causa di rivolte.
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