ILBRAVOITALIANO ALLALUCEDELLASTORIA Alberto Cavaglion li libro che David Bidussa dedica a Il mito del bravo italiano (Il Saggiatore, Milano, l994, pagg. 110, lire 13.000) è qualcosa di più di un saggio sul razzismo fascista, anche se dalla legislazione del '38 prende l'avvio. È un pamphlet sul "carattere" degli italiani: i suoi orizzonti, per sua e nostra fortuna, appena possono si scostano dalla mediocrità degli Interlandi per guidarci attraverso le più respirabili, raffinate aure che i Leopardi e i Bollati ci hanno tramandato sul carattere e la figura dell'Italiano. Bidussa scrive che l'idea di scrivere questo saggio deriva da una constatazione e da una domanda. La constatazione si riferisce al fatto che "in Italia si è espressa una legislazione razziale, si è instaurata una prassi politica e culturale razzista, si è prodotto un antisemitismo politico e culturale". La domanda è la seguente: "perché tutti noi italiani investiamo una quantità non indifferente delle nostre energie intellettuali ed emozionali nel dire che non è vero o, in subordine, nell'affermare che, se si produsse una legislazione razzista, non ci fu mai un italiano razzista". La miopia che Bidussa denuncia ha radici lontane, ma produce pur sempre fiori variopinti e saporiti frutti che forse, per 25 APRILE 27 completare il quadro, sarebbe bene enumerare senza reticenze. Il mito degli italiani "brava gente" non conosce limiti, né cronologici, né ideologici. Non è di destra né di sinistra, né di centro, alligna in trasmissioni come "Stranamore", ma è di casa anche da Santoro, così come all'alba del Novecento aveva una valenza carducciana e insieme pascoliana senza spiacere a D'Annunzio e ai dannunziani. Fino al 1988, vale a dire fino al cinquantenario (misteri delle scadenze, nel nostro benedetto paese: i miti risorgono a scadenza predeterminata? Il 1938-'88 diede risultati ammirevoli, che il 1945-'95 non potrà avere per le mutate condizioni politiche), l'auspicio che Bidussa dà oggi per scontato negli anni Cinquanta e Sessanta era appannaggio di poche minoranze coraggiose che tentavano di spiegare ciò che era ovvio a chi s'ostinava a ritenere superflua, o per lo meno di secondaria importanza, una ricerca sul razzismo italiano. Il numero monografico del glorioso "Ponte" di Calamandrei del 1978, per le pagine straordinarie che raccoglie (penso al saggio di Cases), fu un unicum, nel panorama di desolante silenzio delle altre maggiori riviste, anche non accademiche, della sinistra. Per il resto, lo studioso che volesse ripercorrere a ritroso la storia dei predecessori di Bidussa dovrebbe accontentarsi di poco: dei soliti eccentrici anticlericali, magari di Ernesto Rossi che nel Manganello e l'aspersorio denunciava i silenzi colpevoli della Chiesa (capitolo "I persecutori del razzismo") o persino di un inatteso Luigi Preti, il cui ethos socialdemocratico fu crudelmente deriso dai nostri saccenti terzinternazionalisti, ma di cui dovrebbe rileggersi, ora che tutti hanno scoperto la "centralità" del razzismo mussoliniano, il suo libello/ miti dell'impero e nella razza dell'/1alia degli anni Trenta (Roma, Opere Nuove, 1965), che si direbbe sia stato scritto per metterci in guardia contro le facili
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