Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

La storia della Resistenza deve avere un'appendice, che riguarda fortemente anche il cinema: è la storia della "voga" della Resistenza. Dal '45 al '48 la Resistenza, come lotta di liberazione nazionale, è stata esaltata da vari governi, che ad essa dovevano peraltro di esistere. Tra il '48 e il '59, con l'ultimo sussulto del luglio '60 e gli scontri provocati dal tentativo di Tambroni di un governo di centro-destra, la Resistenza è stata osteggiata e imbavagliata dai governi centristi a dominante democristiana, dentro la logica della guerra fredda. Sullo schermo cinematografico la Resistenza era tabù. Nel '59 (Il Generale della Rovere premiato ex-aequo a Venezia con La grande guerra) il tabù cade, e con i governi di centro-sinistra la Resistenza diventa di nuovo un elemento centrale dell'identità politica collettiva e nazionale, ancora secondo la vecchia linea ciellenistica. Inizia e si espande una retorica della Resistenza, inizia una sua ridondante celebrazione da parte delle forze di governo, che porterà il movimento studentesco del '68 e gli extra-parlamentari degli anni seguenti prima a rifiutare questa retorica (e a non considerare troppo il valore della Resistenza) e poi a rileggere la storia della Resisten2;a nell'ottica della lotta di classe, la cui componente di guerra rivoluzionaria era stata secondo loro osteggiata anche e soprattutto dal patito comunista, nel suo tatticismo. Da questo filone interpretativo, che possiamo definire "estremistico", prendono modello le forze del terrorismo, in particolare le B.R., a compimento della tradizione stalinista più esplicita. L'ultima piroetta della storia è recente: con la vittoria delle destre (e addirittura la partecipazione al governo dell'ex M.S.l.) al l'interessato tentativo di pacificazione nel segno di un collettivo a-fascismo (rinuncia degli uni al fascismo, e degli altri alla definizione e alla prerogativa di antifascisti) la Resistenza è tornata di moda, a sinistra, anche presso coloro che l'avevano bellamente dimenticata, alcuni dei quali, ieri i più radicali, la riscoprono nelle sue componenti proprio ciellenistiche, le più genericamente democratiche e antifasciste. Tre le linee interpretative, che si sono subito imposte ai partecipanti più lucidi delle vicende resistenziali, ma che si sono come scaglionate lungo gli anni, secondo interessi politici invece che secondo evidenza storica. La prima, quella della lotta di popolo per la liberazione nazionale; la seconda, sui cui P.C.I. e P.S.I. soprattutto insistettero nella pratica e nella teoria, quella della lotta di liberazione più lotta di classe anti-borghese, non per il mero ristabilimento di una situazione democratica ma per un nuovo assetto politico dominato dai partiti rappresentanti del proletariato: guerra sociale, per molti guerra rivoluzionaria; la terza, quella della guerra civile, che venne in tutti i modi osteggiata da storici e ideologi perché pericolosamente portatrice e attizzatrice di contraddizioni non risolte e non facilmente risolvibili. Era la piaga più delicata e aperta e andava, se non si poteva chiuderla, coperta, sminuita, nascosta. Una delle scelte invero unitarie delle forze politiche sviluppatesi nella Resistenza fu quella di allontanare da ogni forma di consociativismo, nel momento in cui la Repubblica nasceva fortemente consociativa (il compromesso è storico già nel tempo della Resistenza), le forze che rivendicavano apertamente la loro origine fascista. La pregiudiziale antifascista servirà a tenere lontano lo spettro del ritorno fascista: uno spettro ben reale, visto che la popolazione italiana era stata, almeno negli "anni del consenso", in grandissima parte fascista, e in gran parte non aveva cambiato idea completamente, soprattutto in quegli strati e luoghi nei quali la Resistenza non aveva avuto presa. 25 APRILE 25 li voto potenzialmente fascista venne così impedito, e confluì su altri partiti, soprattutto sulla D.C. "Liberarlo" avrebbe potuto costituire un pericolo per tutti. Sul piano storiografico le interpretazioni convincenti della Resistenza non sono molte, nonostante la mole impressionante di ricordi, testimonianze, documenti, e di storie parziali, locali e settoriali. Della immensa pubblicistica sulla Resistenza si consigliano ovviamente le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana raccolte da Pietro Malvezzi e Giovanni Pirelli e più volte ristampate, la Breve storia della Resistenza di Roberto Battaglia, di parte comunista ma di veloce sintesi; il Diario partigiano di Ada Gobetti, testimonianza "da dentro" molto efficace e molto attendibile, e il celebrativo e commosso Uomini e città della Resistenza di Piero Calamandrei, di recente ristampato da "Linea d'ombra"; sul piano letterario, le opere di Fenoglio (1 ventitré giorni, Il partigiano Johnny, eccetera), di Cassola La ragazza di Bube (pur appartenendo al periodo della revisione "centro-sinistra" e molto melodrammatico ma non privo di asprezze e di verità) e il suo predecessore Fausto e Anna e alcune parti de La Storia della Morante. Ma solo di recente sono apparsi i due libri, che a parer mio, sono i più illuminanti e veridici sulla storia della Resistenza: il bellissimo e rivelatore carteggio tra Giorgio Agosti e Dante Livio Bianco, comandanti G.L., Un'amicizia partigiana (Meynier, Torino 1991), sorta di vasto diario-studio-romanzo lucidissimo quanto appassionato, e La Resistenza come guerra civile di Claudio Pavone (Bollati-Boringhieri), un libro fondamentale che ha il solo torto di essere arrivato molto tardi. E avrebbe potuto e dovuto arrivare molto prima. È credibile la Resistenza quale l'ha mostrata il cinema italiano? È credibile, nella sostanza è credibile. Anche quando la celebrazione o l'ideologia si fanno più forti, nella sostanza è credibile. Rom.acittà aperta di Roberto Rossellini è attento a dare a ciascuno il suo, a riconoscere i meriti di ogni gruppo che prese parte alla lotta comune, preti e comunisti e badogliani, borghesi e popolani, adulti e bambini. Forse con un po' di umanesimo di troppo, ma perché no? Si tratta pur sempre di un film del '45, iniziato prima che l'ftal ia tutta fosse I iberata. E ancora di Rosse li ini Paisà. Alcuni episodi in particolare: la battaglia di Firenze, il Delta del Po, e si rimpiange che l'episodio aostano non sia stato girato per esaurimento dei mezzi a disposizione e, forse, dell 'entusiasmo. I due film prodotti dal!' A.N.P.l. (Associazione dei partigiani) assieme al documentario lungometraggio Giorni di gloria (realizzato da Mario Serandrei) sono certo più "comunisti", ufficiali, ossequenti alle idee sostenute al centro, e Il sole sorge ancora di Aldo Vergano è molto C.L.N ., e nella sua turgida vocazione melodrammatica non trascura neanche lui, con la lotta di classe, il ruolo dei preti, mentre Caccia tragica di Giuseppe De Santis vede la guerra di popolo concentrarsi a guerra finita contro ristretti gruppi di delinquenti, pur provenienti dal popolo, deviati dall'immane tragedia collettiva, e contro pochi, camuffati, ex repubblichini. L'iconografia è schematica e colorata, né più né meno che nei film più concilianti (a Nord Pian delle stelle del già fascista Giorgio Ferroni, scritto da Montanelli, a Sud 'O sole mio del mestierante Giacomo Gentilomo che, nel suo andare da sceneggiata, termina con scene ricostruite delle 4 giornate di Napoli assai meno retoriche, gridate, demagogiche de Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy) e quando (Carlo Lizzani con Achtung! Banditi!) si vorrebbe tentare il taglio del documentario proletario un filo sovietico, la convenzione è già in agguato, e

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