Linea d'ombra - anno XIII - n. 103 - aprile 1995

moglie che disapprovava la sua condotta. Questi erano imoti vi per cui si era deciso a presentarsi prima ad Alba e poi a Bra. Sapevo che Anna aveva poco prima provocato una fittizia separazione legale per impedire che fossero esercitate rappresaglie contro i suoi genitori. Insistetti quindi su questo punto sia per dare verosimiglianza alla decisione di resa sia per scagionare Anna nell'eventualità di un arresto. I miei interlocutori ascoltavano in silenzio mentre l'agente della Gestapo dattilografava le dichiarazioni. Ad un tratto l'ufficiale in divisadaSS tedesca mi interruppe con un riso ironico dicendo: "Basta con queste storie da bambini. Dimmi piuttosto: da quanto tempo sei iscritto al partito comunista?". "Non lo sono mai stato". "Quanti uomini comandi? Dove sono ora?" "Recatevi nella zona e tutti vi diranno che non ho mai comandato dei partigiani. Come lo potrei in queste condizioni?" "Cocito è comunista?" "Non credo che lo sia, dato che faceva parte di una formazione autonoma." A questo punto intervenne Max: "Sai quando fu che Cocito uccise l'Eremita di Pocapaglia, sua moglie ed i bambini?". "So con assoluta certezza che Cocito non ha fatto nulla di simile, ma che anzi aveva l'ordine di far chiaro su questo fatto. I due bambini sono tuttora vivi." "Chi te l'ha detto?" "Un partigiano di Pocapaglia." L'ufficiale delle SS si alzò di scatto e venendomi incontro minacciosamente urlò: "Sei ben informato di tutto. Conosci tutti i partigiani e i loro delitti e vuoi farci credere che sei innocente. Troveremo il modo di farti parlare". Tutti tacquero. Max riprese: "Conosci il tedesco?". "Lo so leggere ma non saprei parlarlo." "Che libri leggi in tedesco?" "Sto leggendo Heidegger." Max si rivolse ali' agente della Gestapo dicendo: "Dev'essere uno scrittore comunista. Vero?" L'altro guardò l'ufficiale italiano dicendo: "Ja, ja ". Questi annuì col capo. "E di Marco cosa sai dirci?" ricominciò Max. "La gente del luogo ne parla bene perché ha buon cuore. So che non ha mai voluto fucilare nessuno." Max sbottò a ridere dicendo: "Siete degli assassini e dei delinquenti. Solo qui diventate degli agnelli". "Lino che arma po1tava di solito?" chiese con aiia di protettore il maggiore Azzi. "Non l'ho visto che due volte e sempre in borghese e disai-mato." L'agentedellaGestapotolse il fogliodallamacchinaeme lo porse da firmare. Quando lo ebbi fatto Max mi disse: "Vattene". Riattraversai il co1tile fra i lazzi delle SS che vi sostavano. Quando giunsi nel corridoio in fondo al quale vi era il carcere uno degli accompagnatori mi prese per un braccio dicendo: "Di qua". Mi sospinse verso una porta che precedeva d'un vano la nostra. Aprì emi fece entrare. Il nuovo cai·cere brulicava di gente. Molti erano sdraiati sulla paglia. ln un angolo vi era una branda su cui era coricato un giovane con un braccio fasciato. Ad un tratto un prigioniero si alzò di scatto da un angolo. Era Marco. Rivedendolo mi si allargò il cuore. Temevo che gli fosse capitato di peggio. Aveva i capelli arruffati e la barba lunga. li viso era più scai·no del solito. Era molto meno ottimista. r tedeschi avevano ritrovato la lettera. Tutte le nostre speranze dileguavano. Mi sedetti sulla paglia vicino a Marco. Sentivo che tutto stava crollando e che dovevamo rassegnai·ci al peggio. Mi si fece chiaro per la prima volta che tutto dipendeva ormai dall'aiuto che i nostri 25 APRILE 23 compagni di lotta potevano darci dal di fuori. Andavo ripetendo dentro di me: "Solo con un cambio di prigionieri usciremo vivi di qui". Non volevo abbattere Marco e gli dissi: "Se va male finiremo in Germania". Marco non rispose. Tacqui anch'io. Incominciai ad osservare uno ad uno gli altri prigionieri. Ad un tratto il mio sguardo si incontrò con un volto noto. Era un mio allievo del Liceo che mi venne incontro stringendomi la mano con affetto. Era stato arrestato come renitente. Suo padre era anch'egli detenuto. Salutai anche lui. Mi ero recato nella sua farmacia quando raccoglievo medicinali per Lulù e non aveva lesinato. Stavo parlando con loro ed accordandomi per un eventuale confronto, dato che eravamo gli unici albesi detenuti in quel momento, quando notai che il giovane sdraiato sulla branda mi guardava insistentemente cercando il mio sguardo. Aveva un volto nobilissimo illuminato da due occhi neri ed accesi. Il braccio fasciato doveva farlo soffrire perché ogni tanto come un fremito gli passava per il volto. Non mi pareva di conoscerlo. D'un tratto si alzò con un visibile sforzo e incominciò a passeggiare su e giù. Dopo un poco mi si avvicinò dicendo: "Hai una sigaretta?". Stavo per porgergliela quando mi sussurrò: "Professore, non mi riconosce più? Sono Piero. Non si ricorda quando ci siamo conosciuti alla Madonna degli Angeli con Felici e il capitano Alessandria?". Lo riconobbi subito e tesi la mano per stringergliela con calore. Egli mi fece di no col capo e, mentre si toglieva di tasca delle sigarette per offrirmene, sussurrò: "Qui ci sono delle spie. Io sono in condizioni gravissime e sarebbe pericoloso per lei mostrare di conoscermi ". Ciò detto si allontanò riprendendo a passeggiare. Passò del tempo e la porta si aprì per la distribuzione del rancio. Mangiavamo tutti seduti per terra. Feci in modo di sedermi vicino a lui. Ricominciando a parlare a mezza voce, gli chiesi: "Com'è andata Piero? Sei ferito alla spalla, vero?". "È stato venti giorni faa Canale. Io e Alessandria, con due uomini, attraversavamo il paese in macchina, a forte andatura. Improvvisamente ci troviamo la strada sbarrata da una colonna di fascisti. Alessandria, che guidava, inchiodò la vettura. I due uomini che erano dietro balzarono a terra aprendo il fuoco e infilandosi in un po1tone. Noi tentammo di fare altrettanto ma le portiere davanti erano difettose e perdemmo tempo. Ci buttammo a terra a fianco della macchina fra un fuoco d'inferno. Sparando tentammo di raggiungere il portone quando alcune raffiche ci investirono in pieno. Io fui colpito alla spalla e da terra continuai a far fuoco. Alessandria cadde bocconi dicendomi: 'Mi hanno tagliato le gambe'. Lo vidi rizzai·siin ginocchio con un estremo sforzo. Puntò. Una rafficapartìdal suo mitra e poi ricadde supino. Spai·avocome un forsennato quando vidimttoscw·oinnanzi ame. Rinvenni che ero qui dentro. Alessand!ia era subito morto. Aveva una raffica al ventre. lo ero ferito al braccioe allaspalla". Detto questo si alzò, sonise tiistemente e riprese a passeggiare. Il capitanoAlessai1dJ·iaera mo1to.Me lovedevo innai1ziallaMadonna delleGrazie. Vedevo le sue labbramuoversi per raccomandarci di non dai·emai sosta al nemico. Risentivo le parole di Perazzo in omaggio alla sua intelligenza e alla sua bontà. Piero intanto si era sdraiato pian piai10 sulla sua branda e guai·dava il soffitto con occhi assenti. Quando venne la sera tutti si sdraiarono alla meglio. Vicino a me si coricò una persona piuttosto anziana, dall'aria molto distinta. Chiusi gli occhi e cominciai aripensareall'interrogatoriodel mattino. Mi apparve chiaro che tutte le nostTesperanze erano dileguate e che solo uno scambio di prigionieri ci poteva salvare. Della Rocca pensavo, avrà ce1tamente informato Mauri e assieme troveranno forse la strada buona per toglierci dalle unghie di queste belve. I miei uomini e quelli di Cocito si saranno buttati sulle strade per catturare qualche ostaggio. Mi addormentai con questa speranza. Pergentileconcessionedegli eredi (Da Bandii i, Einaudi, Torino 1975)

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