18 25 APRILE Vengono i giorni della pioggia, della nebbia bagnata che galleggia in aria, dei pini che sgocciano; i giorni sbilenchi. Col paracadute avevamo fatto una tenda attaccata in modo bislacco ai rami dei pini; il terreno pendeva; sdraiati, pareva sempre di essere messi un po' di traverso, e siccome ci venivano strani sbocchi di riso, si tendeva anche in piedi a stare curvi e storti. Alcuni dicevano che con la pioggia il rastrellamento non sarebbe ripreso; altri che era certamente ancora in corso. Uscendo guardavamo trasognati l'assurda tenda bianca. Ci tornavamo dentro a giacere di sghembo nei cucci di rami bagnati ... C'era qualcosa di straordinario, lo sentivamo tutti benissimo. Pareva che non ci fosse più nessuno sull'Altipiano, come se avessero spazzato via tutti, badogljani, pseudo-badogliani, comunisti, e fossimo restati soltanto noi, otto vicentini e un russo da Kiev. Ogni tanto ci veniva un sussulto di riso stanco. Benedisse: "È uno strano momento, bisognerebbe che tra imi ci fosse uno scrittore". Ma non c'era, e così la cosa è svanita in aria, e non è rimasto più niente. Quest'ultima frase può pare:·e civettuola, forse sarebbe stato meglio lasciarla fuori per non creare false impressioni, ma non è stata scritta in uno spirito di civetteria, piuttosto per scaramanzia. Le parole di Bene "bisognerebbe che tra noi ci fosse uno scrittore" sono vere, cioè il mio amico le ha veramente dette, 42 anni fa come oggi. Questi dettagli, a inventarli, sarebbero invenzioni un po' insipide: ma se invece sono parte di ciòcheèeffettivamenteaccaduto, pare che il loro senso cambi in modo drammatico, almeno (come dicevo prima) per chi scrive; perché si sente che hanno relazione col reale, con ciò che è stato, col modo in cui è fatto il mondo. Naturalmente, scrivendo, tutto sta a far sentire che le percepiamo come cose reali e non le abbiamo banalmente immaginate. In quel momento ioe i miei amici non avevamo la più remota idea che uno di noi avrebbe un giorno scritto un libro sulla nostra esperienza, e in particolare cercato di esprimere ciò che sentivamo in questo strano interludio. Tutto pareva strambo ("sbilenchi", "bislacco", "di traverso", "curvi e storti", "di sghembo"); ma insieme avevamo il senso di qualcosa di straordinario e infinitamente prezioso, che sarebbe stato importante preservare, comunicare. Non è solo una questione di stati d'animo individuali e privati: anzi, si tratta di aspetti noti e ii correnti nella vita partigiana, gli effetti dei rastrellamenti, lo shock che si subisce, il riso quietamente isterico per esempio, le giornate percorse da un fluido elettrico, e insieme vuote. C'erano impressioni potentemente contraddittorie, l'elettrizzazione del mondo, e il vuoto; un forte senso di irrealtà, e insieme l'acutizzarsi delle percezioni. Singoli momenti come questo (con una gamma molto ampia di toni) sono per noi, per me ad ogni modo, aspetti assolutamente tipici, e cruciali, dell'esperienza della guerra civile e della Resistenza. Ovviamente alcuni episodi erano più vividi, e più marcati di altri, ma nel complesso l'intero periodo di quei diciannove o venti mesi è costituito da una catena di esperienze singole equivalentiaquesta, che prese insieme costituiscono (ora finalmente lacosa mi è chiara) il "senso" complessivo della faccenda, quello che mi ero angustiato a cercare in qualche formula tecnica o ideologica.L'intera esperienza è fatta di piccoli anelli uno saldato ali' altro, a formare come dicevo una catena, anzi si potrebbe dire la trama di un tessuto, lamaglia di metallo in cui mi appare strutturato quel tempo. Oggi sono convinto che sia questo l'aspetto più singolare e più istruttivo, e insomma più pregiato, dell'esperienza mia e dei miei compagni nella guerra civile: e per riflesso (se posso dirlo senza presunzione) anche del libro in cui ho cercato di registrarla. Nella pagina di fronte a questa da cui ho letto, c'è un piccolo dettaglio che mi pare significativo. Lì racconto come nel rastrellamento del 5 giugno il mio amico Lelio, fatto prigioniero insieme con i nostri inglesi, fosse passato per inglese lui stesso, pur non sapendo l'inglese: dissero all'interprete che Lelio era di lingua gaelica, e che di inglese sapeva dire solofochinau - la parola passe-partout nella semiosi dell'Ottava Armata, di cui allora non capivamo bene la struttura. È naturalmente un'imprecazione, che noi udivan10 così, ma è fatta di due parole, equivalenti a "dannato inferno", dove traduco con "dannato" la parola più importante, effe-u-ci-kappa-ing: una parola che oggi potrei benissimo dire per esteso ma quando sono arrivato in Inghilterra certo no, non in pubblico voglio dire, e figuriamoci davanti alle signore: penso che mi avrebbero rimpatriato immediatamente, mentre oggi si dice nei salotti, ed è considerata una parola carina. Dunque il mio amico Lelio: ...fu portato in un campo di prigionieri inglesi, e poi in Germania, e restò lì per tutta la guerra, dicendo ogni tanto fochinau, e dopo la guerra fu rimpatriato in Lnghilterra e infine a casa. A Vicenza gli dicevano che avrebbero dovuto scrivere un libro delle sue avventure; ma lui diceva: "Allora vorrebbe dire che non mi è servito a niente". Non vi sorprenderàsentirecheanchequestoè un dettaglio "vero", Lelio ha realmente detto queste parole al suo ritorno a Vicenza. Del resto, perché uno andrebbe a inventare un dettaglio così? Devo dire che non mi ero nemmeno acco1tofino ali' altro giorno che in due pagine contigue compare lostesso tema, il rappo1to tra l'esperienza e l' espressione (che è il nodo di fondo di tuttociò che ho scritto) indue spunti suggeriti non da una presunta fantasia organizzatrice, ma da una specie di organizzazione interna della realtà. Due piccoli segnali quasi simultanei, che dicono poi la stessa cosa: perché l'osservazione quasi manzoniana di Lelio non è incontrastocol sentimento espressodaU'altromio compagno, "bisognerebbe che tra noi ci fosse uno scrittore". Anche Lelio vuol dire lo stesso, "Perché valesse la pena di sc1ivere le mie avventure, dovrei essere uno scrittore:credere che parlinoda sole sarebbe segno che non mi sono servite a niente". Almeno mi lusingo che Lelio la pensasse così, se no ci sarebbero delle implicazioni piuttosto int)uietanti per me. Ecco dunque: se oggi volessi definire "la sostanza" dei Piccoli maestri direi che è l'impegno di trasmettere il meno fiaccamente possibile ciò che i miei compagni ed io abbiamo visto e sentito, e perfino fatto di tanto in tanto: senza preoccupazioni di interpretare la nostra esperienza in termini storici o morali. Certo, c'è anche (come ho asserito in passato) l'idea di un "compito civile e culturale", articolato indue punti: presentare il mondo della Resistenza in chiave anti-retorica, e rendere testimonianza alla speciale posizione nonconformista della nostra squadretta partigiana. Su ciascuno di questi due punti tornerò tra poco, ma intanto vorrei dire qualcosa su un terzo aspetto del libro, emerso per conto suo ma che a suo tempo mi ha fatto piacere riconoscere: e cioè che pur scrivendo sulla base di una testimonianza individuale, avevo finito col tracciare un quadro complessivo della Resistenza nel Veneto. Un quadro idiosincratico ma abbastanza coerente e, credo di poter dire, attendibile. Oggi non solo sento ancora così, ma sarei disposto ad andare anche un po' più in là. Unariletturadel libro mi haconvintocheinquel tempo i miei compagni ed io siamo stati a contatto con un'Italia più interessante di quella dei resoconti ufficiali e canonici. Non penso solo alla cerchia della Resistenza e della partigianeria, ma più in generale alla vita italiana di allora. Noi abbiamo avuto un rapporto privilegiato non solo con la povertà degli italiani che per un po' abbiamo anche condiviso, una con le altre realtà del nostro paese (sulle quali qualcuno ha poi cercato di posare il solito coperchio di idee ricevute, e di insipienza), un'Italia caotica, giovanile, vitale, un Paese vispo, generoso, un po' casinista. Sotto questo profilo i Piccoli maestri si possono considerare una sorta di "Spia d'Italia" - uno degli aspetti del libro di cui sono meno scontento. (Da "Quanto sale?" in Jura, Garzanti, Milano, I987)
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